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Periferie di Roma /2: Bastogi, il quartiere dimenticato

Prosegue il nostro viaggio nelle periferie romane (Puntata precedente – Viaggio nelle periferie di Roma: Corviale) con l’intento di raccontare questa realtà attraverso la voce degli abitanti che le popolano.
Ricordiamo ai lettori che questa inchiesta nasce a seguito di alcune dichiarazioni politiche relative a prossimi interventi di riqualificazione urbana previsti nelle zone periferiche della città e basati sulla logica della sostituzione edilizia come modalità privilegiata di intervento. Il sindaco Alemanno ha recentemente affermato che “abbattere e ricostruire”, possibilmente dei grattacieli, costituisce la soluzione migliore al problema del “degrado”.
Bastogi è un quartiere che nella Capitale gode della peggiore reputazione, divenuto tristemente noto sulle pagine di cronaca nera per vecchie storie di violenza e criminalità.
Costituito da un complesso di case popolari, sorge a metà strada tra il Bronx di Torrevecchia e il Quartaccio, nella zona Nord della città facente capo al 18° Municipio.

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Dove si trova Bastogi:

Bastogi è un quartiere che nella Capitale gode della peggiore reputazione, divenuto tristemente noto sulle pagine di cronaca nera per vecchie storie di violenza e criminalità.
Costituito da un complesso di case popolari, sorge a metà strada tra il Bronx di Torrevecchia e il Quartaccio, nella zona Nord della città facente capo al 18° Municipio.
Appena arrivati incontriamo un piccolo bar dove lavora Flavio: “non credo che nelle periferie occorrano altre chiese. Qui ad esempio manca tutto. Ci serve tutto. Andate a vedere voi stessi”.

Nel cuore di Bastogi:

Entriamo così nel cuore di Bastogi e incontriamo Silvana, che vive qui da 15 anni: “ho mandato un fax al sindaco, chiedendogli cortesemente di venire qui a vedere in che condizioni viviamo. Non si sa i fondi che dovrebbero esserci destinati che fine facciano. Guardatevi intorno, sembra di stare in una giungla, l’erba la tagliamo noi. Le chiese non ci servono e io sono credente. Ci hanno tolto anche i pulmini per portare i bambini a scuola o al mare. Stiamo sempre peggio”.
A Bastogi non c’è un parco giochi, un centro anziani, una farmacia o un supermercato che si possano raggiungere facilmente a piedi: non c’è praticamente nulla all’infuori delle case. Silvana è un fiume in piena: “I politici qui non si fanno vedere, ci ignorano”. Si offre quindi di farci fare un giro del quartiere per mostrarcene i disagi. Ci presenta Donatella e Silvia, due suore che vivono qui da 12 anni e che hanno creato una specie di “rifugio” in una delle case popolari, dove “si è instaurato ormai uno spirito di famiglia: nei luoghi emarginati c’è bisogno di condividere, dare e ricevere”. In questo posto assistiamo infatti a un via vai di bambini e di persone che entrano per salutare o prendere un caffè.

Demolire Bastogi?

“Ho sentito che Bontempo vole sradicà Bastogi” dice uno dei presenti, ma “è sempre meglio riparare, che buttare giù, anche per un fatto di costi”, risponde Donatella, “demolire Bastogi significherebbe distruggere anche lo spirito comunitario che abbiamo creato faticosamente: ci sono voluti degli anni per costruirlo”. Fino a poco tempo fa, come ci raccontano, il Comune stava finanziando nel quartiere 3 progetti sociali particolarmente apprezzati dai cittadini e chiamati rispettivamente: “Progetto Boomerang”, “Mediazione sociale” e “Associazione Nessun Luogo”, dedicati soprattutto ai bambini.
Tutti e 3 sono scomparsi, l’ultimo è stato tagliato a marzo “perché hanno detto che non c’erano più fondi”. Una spiegazione particolarmente degna di essere approfondita considerando i soldi che verranno spesi per riempire le periferie di parrocchie.

Tra palazzi corrosi e citofoni rotti:

Le palazzine sono corrose dalle perdite, innumerevoli sono i guasti, le tubature sono vecchie e da sostituire, gli scarichi non funzionano bene, l’acqua manca spesso e su alcuni palazzi i citofoni sono persino attaccati con lo scotch. Gino ci spiega che “il Comune mandava le ditte, ma queste poi non riparavano le tubature, cambiavano solo i rubinetti che poi la gente si andava a rivendere”.
Mentre continuiamo a camminare notiamo che in giro non si vedono giovani. Al tempo stesso i muri dei palazzi ne tradiscono però l’effettiva presenza, come dimostra una scritta col nome di una ragazza e il disegno di un cuore vicino: la tipica, urgente usanza a cui tutti i giovani ricorrono per comunicare qualcosa di tremendamente importante. Bastogi
I sentimenti qui danno colore a un posto che altrimenti sarebbe dominato dal grigio. Silvana ci spiega che molti ragazzi non escono dalle case perché devono finire di scontare gli arresti domiciliari: “ma la delinquenza si è calmata tanto, non c’è quasi più, anche perché qui le guardie non erano tenere”.
Secondo Silvia, la suora incontrata nel “rifugio”, il problema vero è che “tanti ragazzi non vanno a scuola o smettono arrivati alla terza media. Quelli più grandi poi non trovano lavoro. Si tratta di giovani problematici, che vengono da famiglie alle prese con molte difficoltà, soprattutto economiche”.

Guerre di quartiere con gli stranieri:

Ci sono anche disabili che vivono a Bastogi, ma che non possono uscire poiché non ci sono le pedane, né gli scivoli o i mezzi di trasporto appositi. L’assistenza medica arriva due volte a settimana, ma sarebbe necessaria più spesso.
E’ difficile raccontare questo quartiere. Le realtà più complesse si sovrappongono e convivono in un unico universo confuso dove sfuma il concetto stesso e basilare di “dignità”. Saltuariamente si verificano perfino “guerre” di quartiere, che nascono tra i residenti di Bastogi e zingari o africani che tentano di occupare le case in modo abusivo. Nessuna categoria sociale è risparmiata: questa è la silenziosa verità delle periferie. Molte persone che vivono qui non vogliono andarsene anche per non perdere gli amici: fuori, infatti, vengono emarginati.
“Non siamo cani” abbiamo sentito dirgli più volte. Le Istituzioni hanno dimenticato e ignorano le esigenze di queste persone, che continuano a vivere affianco alla tranquilla quotidianità di tutti, anche di chi non ne sospetta nemmeno l’esistenza. La povertà non è teorica, proprio per questo le risorse maggiori andrebbero investite dove ce n’è più bisogno.
Chi dice che alle periferie occorrono chiese e grattacieli, evidentemente, non c’è mai stato. Mentre andiamo via, infatti, ci risuonano nella mente solo le parole di Gino, che vive a Bastogi da 20 anni: “scrivete. Dite che qui è il terzo mondo”.

Puntata successiva – Viaggio nelle periferie di Roma /3: Quartaccio

Pubblicato in Reportage

Scritto da

Martina Lacerenza

Nata a Roma nel 1984. Laureata in Lettere. Blogger e collaboratrice giornalistica

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