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Una mattina all’ufficio immigrazione

Trovare l’ Ufficio immigrazione della Questura di Roma non risulta essere un’impresa complicata nonostante sia ubicato, da qualche anno, in una zona periferica e recondita della Capitale; a lungo era stato ospitato nello storico edificio di San Vitale, sede centrale della Questura di Roma, dal 2004 si è deciso di spostarlo portandolo in una zona più decentrata, ma all’interno di una struttura più ampia.
A distanza di sei anni, sul sito della Questura è ancora possibile leggerne le motivazioni: “L’ Ufficio immigrazione della Questura di Roma cambia sede. Il trasferimento è stato voluto dal Questore di Roma per rendere più funzionale il servizio ed evitare code e disagi ai lavoratori stranieri in aumento nel nostro Paese. Nella nuova struttura ci sono ampie sale di attesa dove i cittadini potranno aspettare comodamente il loro turno con oltre 200 addetti impegnati a garantire un rapido ed efficiente servizio.”

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L’ Ufficio Immigrazione di Roma:

Come dicevamo, benché la nuova ubicazione non sia raggiungibile con la stessa facilità di quella precedente, tuttavia trovare l’ Ufficio immigrazione risulta piuttosto semplice; una volta raggiunta la zona di riferimento infatti, si inizia ad assistere ad un costante via vai di stranieri che camminano lungo i marciapiedi, passo sicuro e numerose pratiche custodite ben strette tra le mani.
Ci accodiamo ad alcuni di loro e, dopo qualche minuto di camminata tra strade e sottopassaggi, arriviamo inevitabilmente alla sede dell’ Ufficio immigrazione della Questura di Roma.
Qui giungono ogni mattina, quasi in pellegrinaggio, centinaia e centinaia di stranieri alle prese con le operazioni riguardanti il permesso di soggiorno (solo per alcune tipologie, per altre sono competenti comuni, patronati e prefetture), dal rinnovo al primo rilascio; molti sono lì per la prima volta, altri sono stati convocati previo appuntamento, come da iter, per i rilievi foto-dattiloscopici dopo aver preparato e spedito la domanda tramite Poste Italiane. Ben mischiati all’interno di un gruppo così folto e nutrito, riusciamo a non dare troppo nell’occhio e trascorriamo buona parte della mattina all’interno della struttura.
Appena dentro la recinzione che delimita l’ ufficio immigrazione, sotto un gazebo, siedono in paziente attesa coloro i quali hanno già compilato e spedito in precedenza il modulo e sono stati convocati per l’appuntamento; è già metà mattina (circa le 11) e stanno chiamando ora il gruppo che aveva appuntamento alle 9. Un paio di ore di ritardo sulla tabella di marcia, niente di grave da quanto ci dicono, talvolta si arriva a molto peggio. Con buona pace di coloro che erano stati convocati per fine mattinata e per i quali si profila quindi di dover tornare in futuro.

L’ Esercito per gestire l’ordine:

La gestione dell’ordine è affidata all’esercito che coadiuva i membri dell’arma impiegati agli sportelli; i militari hanno il compito più strettamente di sorveglianza e mantenimento dell’ordine, e lo svolgono in maniera inappuntabile ricorrendo anche a metodi un po’ bruschi.
Lasciamo tutte quelle persone in paziente attesa sotto il gazebo ed entriamo all’interno dell’edificio dell’ ufficio immigrazione dove una moltitudine di gente delle più disparate razze occupa la sala aspettando, numeretto alla mano, il proprio turno agli sportelli; da qui parte tutto l’iter e qui si rivolgono anche coloro i quali hanno bisogno del primo rialscio del permesso di soggiorno.
Insomma, un passo indietro rispetto ai loro ‘colleghi’ che, fuori dall’edificio, hanno già svolto la pratica e sono stati convocati dalla Questura per i passaggi finali. La situazione dentro l’edifico appare sicuramente più caotica e ‘calda’; ci saranno all’incirca 200 persone, un colorato e disomogeneo melting pot di razze, lingue e nazionalità. Ci sediamo con gli altri ed iniziamo ad osservare.
La fila procede piuttosto ordinata, qualcuno spesso reclama con l’interlocutore al di là del vetro ma lo si può capire; il permesso di soggiorno è un qualcosa di molto prezioso per uno straniero che viene in Italia, con le nuove leggi il confine tra legalità ed irregolarità è diventato molto sottile e ci vuole poco a sconfinare dall’una all’altra condizione.
Tra l’altro molti degli immigrati che sono in fila parlano a stento l’italiano, assistiamo a diverse scene di pratiche presentate in maniera incompleta o del tutto sbagliata, con lo straniero al limite della disperazione che riesce a dire, in italiano stentato, frasi del tipo “è la terza volta che torno qui…” ma tant’è, il nostro è un paese che dal punto di vista di lungaggini burocratiche non è secondo a nessuno, anzi.
L’iter per ottenere il rilascio deve essere seguito in maniera impeccabile e, come sempre in questi casi, basta un timbro omesso o una marca da bollo dimenticata e salta tutto. Ora lo sanno anche gli stranieri; benvenuti in Italia.

In fila per il permesso di soggiorno:

Agli sportelli dell’ ufficio si respira aria di tensione; i membri dell’arma che sono ivi impiegati non sempre rispondono in maniera cortese a chi, dall’altra parte del vetro, presenta la domanda per l’ottenimento del permesso. C’è da capire anche loro, gli sportelli sono presi d’assalto e non tutti gli stranieri che vi arrivano parlano l’italiano; finisce spesso che si sia costretti a tentare di spiegarsi a gesti, o che voli qualche parola troppo colorita nei confronti di qualcuno particolarmente riluttante a comprendere. Ma per ottenere le risposte che si cercano si è pronti a qualsiasi cosa, sia anche dover sopportare qualche parola poco amichevole.
Al riguardo assistiamo ammirati alla tenacia di una giovane donna cinese che, una volta allo sportello, continua a chiedere chiarimenti e ragguagli su dove abbia sbagliato nel presentare la documentazione, e lo fa non curandosi del tono piuttosto seccato, di rimprovero e per certi versi di scherno con il quale l’addetto (in questo caso una donna dell’arma) la tratta; lei non sembra dare peso e prosegue nel porre le proprie domande.
Ci spostiamo poco più avanti, attratti da un piccolo capannello di gente che si agita nei pressi di uno sportello; “qui tocca cacciare fuori i manganelli…..” minaccia ad alta voce uno dei militari addetti all’ordine all’interno della sala toccandosi, in gesto intimidatorio, lo sfolla – gente che pende dalla sua cintura. Non sembra esser successo nulla di grave; ora c’è un uomo, dai tratti sembrerebbe essere indiano, che mostrando il suo numeretto sostiene di esser stato chiamato allo sportello.
“Non è ancora il tuo turno” gli ribadisce in maniera piuttosto dura lo stesso militare di prima; l’uomo non sembra aver compreso così il militare passa a metodi più convincenti e, strattonandolo, lo allontana dalla fila aggiungendo: “non è ancora il tuo turno, se continui così ti arresto!” Chissà con quale capo d’imputazione.

In attesa con il numeretto tra le mani:

Ci rimettiamo seduti e continuiamo ad osservare; nella sala dell’ ufficio immigrazione il via vai prosegue imponente, dalla strada che costeggia la sede della Questura continua a riversarsi all’interno della struttura una gran quantità di gente per tutta la mattina. Usciamo fuori e ad attendere, sotto il gazebo, ci sono ancora coloro i quali erano stati convocati per l’appuntamento; saranno almeno un centinaio e finalmente qualcosa sembra muoversi. “Quelli che avevano appuntamemto alle 10 si avvicinino” urla un militare; si alzano all’incirca in 30 e si avvicinano alla sbarra. “Fate passare prima chi ha i bambini” urla ancora il militare mostrando un lato più umano del suo collega di prima.
Ci avviciniamo ad un distributore di bevande a gettone che si trova a pochi passi da lì, e scambiamo qualche parola con un uomo, dall’accento si intuisce provenga dall’est Europa. Ha appena acquistato una bottiglietta di acqua e ci dice soddisfatto “ora è inverno e il distributore è pieno; sono venuto qui anche in piena estate per il permesso di soggiorno e a metà mattina, con un caldo infernale, le bottigliette erano tutte finite. Nessuno è passato a metterne di nuove.”
Nel frattempo la mattinata volge al termine; decidiamo quindi di andare via, abbiamo trascorso un buon numero di ore in quel luogo. Quello cui abbiamo assistito all’ ufficio immigrazione rappresenta un semplice spaccato di vita quotidiana, in fondo non così tanto diverso da quanto accade in altri uffici pubblici; tuttavia ci è sembrato interessante raccontarlo.
Usciamo dal cancello del cortile della Questura, ancora pieno zeppo di immigrati, e ci incamminiamo per il viale dal quali siamo venuti in attesa di raggiungere la strada principale. Il percorso è lungo e continuiamo ad assistere, nel senso di marcia opposto al nostro,a decine e decine di stranieri che si recano verso l’ ufficio immigrazione; sembra essere un flusso infinito, costante e ripetitivo, come un rubinetto lasciato aperto.

Pubblicato in Reportage

Scritto da

Pierfrancesco Palattella

Giornalista indipendente, web writer, fondatore e direttore del giornale online La Vera Cronaca e del progetto Professione Scrittura

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