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Diventano avvocati all’estero e tornano in Italia: l’esercito degli ‘stabiliti’

Ormai è un’usanza nota e diffusa; un escamotage che se non rientra nella dicitura del ‘fatta la legge trovato l’inganno’ quantomeno cerca di sfruttare a proprio vantaggio l’introduzione di una normativa. Che, nel caso in questione, è una direttiva europea.
Diventare avvocato all’estero: quante volte capita di leggere in rete e non solo annunci di questo tipo? Alla base non vi sarebbe nulla di illecito perché, come detto, la direttiva 2005/36 della Comunità europea relativa al riconoscimento delle qualifiche professionali stabilisce il riconoscimento di un titolo in tutta l’area comunitaria per facilitare la libertà di circolazione nel campo delle attività professionali.
Una normativa nata per facilitare lo spostamento di persone qualificate da un’area all’altra dell’Unione Europea senza trovare imposizioni o limiti nell’esercitare il proprio lavoro: per fare un esempio pratico, un avvocato regolarmente riconosciuto in Germania può recarsi in un paese dell’Ue ed esercitare la professione salvo naturalmente compiere prima gli adempimenti burocratici richiesti in quel dato paese.

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Ottenere l’abilitazione da avvocato all’ estero

Una libera circolazione che di per sé non ha niente di male ma può anzi portare benefici essendo l’Unione Europea una realtà esistente da diversi anni. La questione è, come d’altra parte in tutte le cose, non abusare di una norma e non cercare, in questa, scorciatoie per raggiungere il proprio scopo. Come nel caso in questione.
Si perché, tornando al noto annuncio di cui sopra ‘diventa avvocato all’estero’, si assiste sempre più frequentemente a casi di cittadini italiani che sfruttano la normativa europea per evitare di portare a termine qui in Italia l’iter di abilitazione forense; iter italiano che, come noto, non è una passeggiata.
E allora, se esistono strade meno complicate, perché non percorrerle? Partendo dalla normativa di riferimento gli aspiranti avvocati italiani che vogliono ottenere l’abilitazione hanno preso l’abitudine, già da diverso tempo, di recarsi all’estero per ottenere tale abilitazione; salvo poi, una volta conseguita, tornare a praticare in Italia sfruttando proprio la normativa che sancisce il riconoscimento delle qualifiche professionali. Le mete più gettonate sono Spagna, già da tempo, e più Romania, più di recente.

Ottenere l’abilitazione di avvocato all’estero

Certo da un punto di vista concettuale e di soddisfazione personale non è la stessa cosa ottenere l’abilitazione in Italia piuttosto che all’estero; quantomeno nel primo caso ci si può fregiare del titolo di ‘avvocato’ mentre negli altri due casi si è ‘abogado’ (in Spagna) o tutt’al più ‘avocat’ (in Romania).
Ma la lingua è una sottigliezza e quello che conta è avere il pezzo di carta in mano (come si diceva un tempo) e, soprattutto, poter tornare in Italia, richiedere l’iscrizione all’albo degli avvocati italiano ed esercitare la professione.
Una recente rilevazione effettuata dal Consiglio Nazionale Forense (l’organismo di rappresentanza istituzionale dell’avvocatura) in data 6 febbraio 2014 ha evidenziato una stortura del meccanismo di cui sopra: secondo i dati diffusi dal CNF il 92% degli iscritti nell’elenco degli avvocati “stabiliti” ovvero avvocati che in base alla direttiva europea richiedono di esercitare la professione in un paese Ue differente da quello nel quale si è conseguito il titolo professionale, è di nazionalità italiana. Di questi, l’82% ha conseguito il titolo in Spagna, il 4% in Romania.

Spagna e Romania le mete più gettonate per diventare avvocati:

Quindi sono avvocati “stabiliti” solo sulla carta avendo a tutti gli effetti nazionalità italiana; sul totale di avvocati stabiliti, 3759, ben 3452 sono italiani. Da questi dati forniti dal Consiglio Nazionale Forense si comprende come la direttiva dell’Ue per il riconoscimento delle qualifiche professionali, detta per l’appunto direttiva di stabilimento, venga altresì utilizzata da molti aspiranti avvocati italiani per conseguire all’estero, in un contesto più semplice, l’abilitazione alla professione e poi tornare a praticare in Italia.
Gli avvocati stabiliti, che dovrebbero essere una sorta di ospiti in base alla libera circolazione degli avvocati europei, sono, qui in Italia, soprattutto italiani: cittadini italiani ‘ospitati’ dall’Italia. Si laureano in giurisprudenza in Italia, si trasferiscono in Spagna o Romania per conseguire l’abilitazione, quindi tornano nel nostro paese per richiedere l’iscrizione automatica nell’elenco speciale degli avvocati stabiliti.

Rischi per gli utenti

Secondo il CNF questi comportamenti andrebbero a falsare la concorrenza tra avvocati nei Paesi Ue ed a mettere a rischio i diritti dei cittadini che si affidano a questi professionisti. Questo ‘giochetto’ infatti influirebbe anche, sempre secondo il CNF, sulla qualità delle prestazioni professionali.
Ma ad essere ingannati possono essere anche gli stessi aspiranti avvocati. È il caso ad esempio della Romania: non tutti gli enti che pubblicizzano offerte per aspiranti avvocati sono competenti a rilasciare il titolo di ‘avocat’.
Per questo in passato il Ministero della Giustizia in concorso con il Consiglio Nazionale Forense si è attivato presso le autorità rumene per far si che si possa identificare senza rischio di equivoco quella che è, in Romania, l’autorità nazionale competente a rilasciare il titolo. Perchè altrimenti si corre anche il rischio di andare all’estero per diventare avvocato salvo poi scoprire di aver buttato tempo e soldi.

Pubblicato in Inchieste

Scritto da

Marco Cherubini

Scrittore, giornalista, ricercatore di verità - "Certe verità sono più pronti a dirle i matti che i savi..."

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