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Misteri di Cronaca Nera

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Michele Sindona: il banchiere spregiudicato tra politica e malavita

Alla domanda di Enzo Biagi, se si sentisse perseguitato dalla giustizia italiana, Michele Sindona, che all’epoca dell’intervista si trovava in carcere negli Stati Uniti, condannato nel 1980 per frode, false dichiarazioni bancarie, appropriazione indebita e spergiuro, rispose:

“Ma Dott. Biagi! Lei non è così ingenuo da non saperlo, da non vederlo, da non capirlo. Lei sa che in Italia chi si oppone a certi regimi è soltanto perseguitato”…
“Io ho professato una certa ideologia sul piano economico, non sono un animale politico, sono un modesto studioso di problemi economici e ho fatto in Italia una lunga battaglia per la privatizzazione delle aziende, in un momento in cui si andava violentemente a sinistra e questo non poteva essere accolto”.

Sindona, quindi, sosteneva di aver portato avanti solo una battaglia economica, per la realizzazione di un progetto finanziario libero dalla collettivizzazione e dalla nazionalizzazione, non c’era niente di eversivo e dittatoriale nei suoi piani, insomma, niente di politico nelle macchinazioni che gli permisero di costruire un cospicuo impero finanziario, anche se il fallimento delle sue banche e la caduta di quell’impero furono causati proprio da un losco intreccio di politica e malavita.

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Chi era Michele Sindona e cosa faceva

Nasce a Patti, in Sicilia, nel 1920. Ventidue anni dopo è laureato in giurisprudenza e nel 1946 si trasferisce a Milano, divenendo in breve tempo un fiscalista apprezzato.
Ha pochi pregiudizi, è preparato, abile e ingegnoso, sa come si fa a esportare grosse somme di denaro e come funzionano i paradisi fiscali. Esercita anche come commercialista e, grazie alle sue innate abilità finanziare, ha clienti potenti.
I soldi cominciano a girare, acquista industrie, rivende aziende, si appropria di complessi immobiliari. Diventa proprietario di una prima banca, la Banca Privata Finanziaria, poi di una seconda, la Banca Unione. Sindona è ora un banchiere, approda a Wall Strett, arrivando a controllare la IV banca americana in ordine di grandezza, la Franklin National Bank. In breve tempo, diventa fiscalista e amico di personaggi legati agli ambienti mafiosi.

Per Andreotti era il “salvatore della lira”

Nel 1967 è segnalato dall’INTERPOL alle autorità italiana, è coinvolto nel riciclaggio di denaro sporco proveniente dal traffico di stupefacenti legato a Cosa Nostra americana, ma in Italia non risultano a suo carico attività illecite, non ancora.
Sindona ha clienti e amicizie potenti, tra le quali spiccano Giulio Andreotti, il cardinale Giovanni Battista Montini, futuro papa Paolo IV e Licio Gelli. Ma di Gelli ancora non si sa nulla, la Loggia P2 salterà fuori proprio indagando sul crac Sindona, crac che esploderà nell’ottobre del 1974.
Solo qualche mese prima della fine del bengodi, Giulio Andreotti aveva definito Sindona come il “salvatore della lira”. Lo aveva fatto a un pranzo di gala al Woldorf Astoria, a New York, di fronte a un folto pubblico, tra cui si mischiava anche il gotha della mafia italoamericana. Sindona ricambiò la lusinga andreottiana finanziando la campagna Dc contro il divorzio.

I soldi dati ai partiti italiani

Molti altri soldi, milioni e milioni di lire, stando all’inchiesta condotta dalla commissione del Senato degli Stati Uniti, il faccendiere li fece passare attraverso la CIA, il SID e la Franklin Bank, per finanziare la campagna elettorale di 21 politici italiani. Dall’intervista di Enzo Biagi a Michele Sindona, New York 1977:

“In Italia li accettavano i soldi quando lei li offriva?”
“In Italia io non ho dato niente ai partiti italiani”
“A nessun partito?”
“Quando ho detto ‘ai partiti’, intendo a nessun partito. Quello che è stato scritto sono fandonie e frottole. Lei ritiene che se io avessi dato tutti quei soldi ai partiti, un miliardo, un milione di dollari, io non sarei in Italia libero come tanti altri?”.

Era a conoscenza di molti intrighi finanziari

Sindona i soldi però li ha dati, tanto che, se anche la sua carriera, dopo il crac, è in fase discendente, fase già iniziata velatamente nel 1971, con il fallimento dell’OPA (Offerte Pubbliche di Acquisto, strumento finanziario di Wall Stret esportato in Italia da Sindona) sulla Bastogi Finanziaria, resta al centro della scena finanziaria.
E’ sostenuto, protetto, questo perché a conoscenza di molti intrighi che nessuno, agli alti livelli, vuole siano svelati. Gli intrighi sono sempre quelli: mazzette. In una lettera scritta ad Andreotti, oltre a ringraziarlo per i sentimenti di stima che ha recentemente manifestato a comuni amici, oltre a spiegargli la sua strategia affinché si arrivi alla revoca della liquidazione delle sue banche, facendo pressioni sull’apparato giudiziario e amministrativo, Sindona avverte, con le dovute maniere, che farà presente

“… Con le opportune documentazioni, che sono stato messo in questa situazione per volontà di persone e di gruppi politici a Lei noti che mi hanno combattuto perché sapevano che, combattendo me, avrebbero danneggiato altri gruppi cui io avevo dato appoggi con tangibili e ufficiali interventi”.

Il crac delle sue banche e le indagini del liquidatore Ambrosoli

Il fallimento della Banca Unione e della Banca Privata Finanziaria (1974) provoca il panico tra i molti correntisti che in quelle banche hanno depositato e investito denaro. La Banca d’Italia, allora, guidata dal Governatore Carli, tramite il Banco di Roma, con la speranza di contenere quel panico, accorda subito un prestito, cominciando però a investigare sulle attività di Sindona.
Le numerose relazioni che ne risultano mettono in piena luce le operazioni illegali del banchiere e dei suoi collaboratori e interrompono l’erogazione del prestito accordato. Carli sceglie Giorgio Ambrosoli come commissario liquidatore che, procedendo nell’analisi delle articolate operazioni ideate da Sindona, riesce a scoprirne le trame occulte, facendo emergere falsità nelle scritture contabili e pesanti irregolarità.

La richiesta di liquidazione dei suoi istituti bancari

Per l’Avv. Ambrosoli non ci sono dubbi, Sindona ha perso 1.000 miliardi, i suoi Istituti di credito devono essere liquidati e al banchiere devono essere riconosciute tutte le responsabilità penali.
Inutili sono i molteplici tentativi di corruzione e le minacce che arrivano ad Ambrosoli. Chi lo perseguita vuole che approvi i documenti comprovanti la buona fede del banchiere, documenti che salverebbero Sindona dal coinvolgimento penale e che indurrebbero la Banca d’Italia, quindi lo Stato Italiano, a pagare i conti scoperti dei suoi istituti di credito.

Il delitto di Giorgio Ambrosoli, assassinato da un sicario

Ambrosoli non cede, è assassinato l’11 luglio 1979 da un sicario italoamericano, William Joseph Aricò, il mandante è Michele Sindona. Su questo tragico fatto, così si espresse Sindona:

Io non c’entro con la morte di Ambrosoli. Ho detto che era incompetente, mi dispiace perché è morto … la gente quando muore diventa un santo. Ambrosoli ha sbagliato, non era completamente competente, ma da questo ai problemi di violenza passa tanta strada e per questa strada io non ci sono passato, non passo mai” …
“Ambrosoli quando è stato ucciso aveva già consegnato tutti i documenti, non era pericoloso per me, non solo, io e miei avvocati aspettavamo con ansia Ambrosoli perché aveva detto delle questioni così stupide, così inconcepibili, così tecnicamente sballate per cui noi l’avremmo distrutto”
.

Quelle telefonate anonime di minaccia ad Ambrosoli

Le minacciose telefonate anonime che Giacomo Vitale, massone e cognato del boss mafioso Stefano Bontate, fa all’Avv. Giorgio Ambrosoli non lasciano dubbi sulla scomodità di quest’ultimo:

Prima telefonata:
Pronto?”
“Pronto, avvocato?”
“Sì?”
“Mi sono spiegato bene?”
“Lei mi dice che Andreotti le dice che la colpa è mia ed io le spiego…”
“Ha telefonato là di sopra, no?”
“Sì”
“Dicendo che aveva telefonato a quello e che lei non voleva collaborare per niente. Mi sono spiegato? Voglio che lei si renda conto della situazione. E dopo noi altri ci rivediamo, la vengo a salutare di persona.”
“Eh, Sarebbe ora!”
“Va bene?”
“Va bene”
“E vengo con una bella busta, perché così ci guadagniamo”
“No, io…”
“Come avvocato?”
“No, dico, non ci ho niente da guadagnare”
“E va bene, lo vedo, lei è una persona a posto, per cui non mi sento, diciamo, di poter fare del male a lei se prima non sono sicuro. Mi sono spiegato?”.

Seconda telefonata:
“Pronto, avvocato? L’altro giorno ha voluto fare il furbo, ha voluto registrare tutta la telefonata”
“Chi glielo ha detto?”
“Sono fatti miei chi me lo ha detto. Io la volevo salvare, ma da questo momento non la salvo più”
“Non mi salva più?”
“Non la salvo più perché lei è degno solo di morire ammazzato come un cornuto. Perché lei è un cornuto e un bastardo”.

115mila dollari a un sicario per uccidere Ambrosoli

A Joseph Aricò, l’assassino, che poi accusò Sindona, furono pagati 115.000 dollari per uccidere Ambrosoli, lo fece con quattro colpi di pistola, ad accompagnarlo davanti al portone di casa dell’avvocato era stato Giacomo Vitale.
Con la morte di Ambrosoli, la magistratura italiana, fino allora un po’ latitante, inizia a scavare più a fondo sul caso Sindona e molti sostenitori nobili del banchiere cominciano ad abbandonarlo, restano a sostenerlo, però, i legali nascosti delle logge segrete, primo fra tutti Licio Gelli.

Sindona e Licio Gelli

Sindona e il Burattinaio dei Potenti, come si definisce Gelli, hanno molto in comune. Massoni, manovratori dell’alta finanza e manipolatori di ingenti somme di denaro a livello internazionale, imprenditori e finanziatori eccellenti, con un giro di amicizie ai massimi livelli in Italia, Sudamerica e Stati Uniti.
Entrambi condannati per bancarotta fraudolenta, in più, per Gelli, le condanne per depistaggio d’indagini sulla strage di Bologna e procacciamento dei segreti di Stato, mentre per Sindona, oltre i 12 anni di prigione per frode, anche l’ergastolo quale mandante dell’omicidio Ambrosoli e il pagamento immediato di 2 miliardi di lire ai liquidatori della Banca Privata e agli azionisti che si sono costituiti parte civile. Dice Sindona:

“Gelli appoggiava il mio progetto (economico) perché era preoccupato dell’avanzata del comunismo. Volevano (i massoni, compreso Sindona) uno stato assolutamente libero e democratico”; i modi di operare per raggiungere questo fine, però, sono ascrivibili a dei criminali.

Gli affari tra il faccendiere e il Vaticano

La condanna per bancarotta fraudolenta imputata a Gelli riguarda il Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Il Burattinaio usa l’Ambrosiano per risollevare la malasorte degli affari di Sindona.
Così, con i consigli del faccendiere siciliano e l’appoggio del Vaticano (gli affari tra il faccendiere e il Vaticano erano iniziati nel 1969, con l’associazione di Sindona all’Istituto per le Opere Religiose, IOR, la banca del Vaticano), il Banco Ambrosiano si trasforma in una banca d’affari, entra nel giro e nelle trame della finanza occulta, nel giro dei politici sporchi, della massoneria e della stampa corrotta, fino ad arrivare al crac, seguito dalla fuga di Roberto Calvi e dalla sua misteriosa morte sotto un ponte a Londra.

Il crac del Banco Ambrosiano e la misteriosa morte di Roberto Calvi

Sindona è convinto che Calvi sia stato ammazzato, il suicidio è impensabile. Sostiene che a uccidere il numero uno del Banco Ambrosiano “ … Sia sempre la stessa ideologia, ancora questa internazionale di sinistra, purtroppo spinta da un radicalismo chic, che sono come quelli ‘tira la pietra e nascondi la mano’, che montano attraverso la loro diretta e indiretta pubblicità la gente e che sono i veri mandanti di questi assassini”.
Questa torbida storia di loschi affari tra potenti ha prodotto generi diversi di verità: ipotizzate, dimostrate e lasciate in sospeso. Una cosa però è certa, sulle agende dell’Avv. Giorgio Ambrosoli, dopo il suo assassinio, si leggono delle annotazioni particolari:

“ … Andreotti è il più intelligente della Dc (nelle cui casse il faccendiere trasferì 2 miliardi di lire), ma il più pericoloso … Andreotti vuol chiudere la questione Sindona ad ogni costo”. Chiudere la questione Sindona, significa salvarlo dalla bancarotta.

L’arresto di Sindona e la morte in carcere per un caffè avvelenato

Dopo l’omicidio di Ambrosoli, Sindona diventa inaffidabile e pericoloso per tutti. Il 25 settembre 1984 rientra in Italia, gli Stati Uniti hanno accettato la domanda di estradizione, presentata dal governo italiano, affinché il banchiere sia in aula durante il processo per l’omicidio di Ambrosoli.
Lo rinchiudono nel carcere di Voghera. Il 20 marzo 1986, due giorni dopo la condanna all’ergastolo, Michele Sindona muore in quel carcere avvelenato da un caffè al cianuro che, si ipotizza, lui stesso abbia preparato.
Suicidio, dicono, il cianuro ha un odore troppo forte perché sia ingerito involontariamente, Sindona sapeva bene cosa stava bevendo, voleva uscire dalla scena in un modo clamoroso. Fine della storia.

Chi fornì il veleno a Sindona e chi aveva paura delle sue confessioni?

Secondo altri, però, la fine della storia è diversa. Sindona bevve sì volontariamente il veleno, ma solo per procurarsi un malore, non per darsi la morte. Quando uscì dal bagno, dove era andato a bere il caffè, non visto da chi lo sorvegliava, gridò subito che lo avevano avvelenato.
Quello che voleva era solo dimostrare di essere in pericolo, di essere maltrattato, così da poter richiedere e ottenere il trasferimento in un carcere americano. Su questa linea, il giornalista Sergio Turone ipotizzò che lo zucchero al cianuro, usato per addolcire il caffè, Sindona lo aveva avuto da Andreotti, con il quale era d’accordo per inscenare la storia del semplice malore.
Andreotti però avrebbe esagerato appositamente la dose, per il timore che il banchiere, durante il processo d’appello, rendesse noti i segreti che legavano i politici italiani a Cosa Nostra e alla P2:

“… fino alla sentenza del 18 marzo 1986, Sindona aveva sperato che il suo potente protettore (Andreotti) trovasse la via per salvarlo dall’ergastolo. Nel processo d’appello, non avendo più nulla da perdere, avrebbe detto cose che finora aveva taciuto”.

Pubblicato in Misteri di Cronaca Nera

Scritto da

Alessandra Verducci

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