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Le altre vittime dei femminicidi: i figli dimenticati

Quando parliamo di femminicidio il più delle volte la nostra attenzione si focalizza sulla donna uccisa per mano del marito, compagno, oppure un ex che non si rassegna. Poche volte l’interesse si volge dalla parte dei figli, spesso e volentieri minorenni, di queste donne uccise.
Le chiamano “vittime secondarie” e purtroppo in Italia non esiste una legge che li tuteli. Spesso dimenticati, i bambini e gli adolescenti sono i testimoni che sopravvivono a un disastro familiare e che il più delle volte portano dentro di sé ferite e cicatrici difficili da ricucire.
Doppiamente orfani perché il padre sta scontando la pena in carcere o, talvolta, si uccide dopo aver tolto la vita alla madre. Capita di leggere in giornate simbolo, come il 25 novembre o l’8 marzo, di questi orfani che, ormai grandi, danno la loro testimonianza sul tema. E che talvolta non sono riusciti a superare del tutto le ferite. Ma in Italia, quanti sono davvero gli orfani per femminicidi?

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Gli orfani per femminicidi in Italia:

Se consideriamo che ogni due giorni una donna è uccisa per mano di un uomo il calcolo è davvero difficile. Ci ha pensato una criminologa, la Prof.ssa Anna Costanza Baldry, che ha stimato 1.600 orfani di femminicidio dal 2000 a oggi grazie al progetto Switch- off, che in inglese significa “spento”, ma in questo caso è anche l’acronimo di Supporting Witness Children Orphans From Feminicide in Europe.
La psicologa e ricercatrice della Seconda Università degli Studi di Napoli è stata ideatrice e coordinatrice del programma nato nel 2011 e presentato alla Camera dei Deputati mercoledì 21 settembre.
Un progetto finanziato dall’Unione Europea e coordinato dal dipartimento di Psicologia dell’Università partenopea, con la collaborazione della rete nazionale dei centri antiviolenza ‘DiRe’ (Donne in rete), dell’Università Mikolas Romeris della Lituania e dell’Università di Cipro.

Come vivono gli orfani per femminicidi?

Degli oltre 1.600 orfani individuati, 143 hanno accettato di essere incontrati e intervistati. Una piccola percentuale che ha parlato di uno stigma che si porta addosso, della solitudine vissuta, dei sensi di colpa per non essere riusciti ad aiutare le loro madri. E del desiderio di nascondersi e non raccontare la sofferenza.
Storie diverse che hanno un minimo comune denominatore: la perdita della madre, del padre e di quello che è definito nucleo familiare. Il più delle volte questi ragazzi vivono nelle case famiglia e i più fortunati sono affidati ai nonni o zii. Comunque parenti stretti.
Ma non dimentichiamo che i familiari cui sono assegnati gli orfani, sono stati anch’essi colpiti da un lutto e quindi bisognosi di sostegno. Il trauma della perdita, il funerale, il non avere più la loro casa e i loro giochi. Il non poter crescere con la loro madre.
Siamo sicuri che, sebbene pur in una nuova famiglia, non si porteranno traumi a vita? E lo Stato riesce a fare qualcosa per aiutarli?

Non esiste un fondo per i figli di vittime di femminicidio:

Abbiamo anche tentato di rivolgere queste domande a chi di dovere, compresi legali esperti in diritto di famiglia; la risposta è stata sempre la stessa.
Ovvero, non esiste un fondo come invece accade per le vittime della mafia o della criminalità organizzata. Troppo spesso sono dimenticati. Troppo spesso restano soli e senza aiuto anche economico. E le statistiche più recenti evidenziano che nel 2015 a questi orfani se ne sono aggiunti altri 118.
E’ impensabile il dramma di questi bambini cui è stata rubata l’infanzia, periodo fondamentale nella formazione di ogni essere umano. Tutto è deputato al Tribunale per i Minorenni, che decide con ampia discrezionalità caso per caso.
Lo scopo del progetto è fornire linee guida che evidenzino i bisogni principali di questi orfani e le risposte essenziali per ridurre il rischio di vittimizzazione secondaria.
Riflessioni utili che possono essere da monito per il Legislatore, affinché gli orfani del femminicidio non siano lasciati soli nel dramma di un’infanzia negata e di una famiglia distrutta.

Pubblicato in Inchieste

Scritto da

Diletta Della Rocca

Calabrese, testarda e con la passione per il giornalismo.

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