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“La mia vita tra ergastolo e carcere duro”: storia di Carmelo Musumeci

Vivere con una sentenza di ergastolo che pende sulla propria testa e ascoltare le fatidiche parole ‘fine pena mai’: questa è la storia di Carmelo Musumeci, che dal 1991 è in carcere per reati commessi nell’ambito di una lotta tra bande armate che insanguinò la Versilia nell’ultimo periodo degli anni ’80. Reati per i quali, come lui stesso ci confida, “Penso che ho già pagato sufficientemente il mio debito con la giustizia, ma non abbastanza con la mia coscienza”.
Da un po’ di tempo il Tribunale di sorveglianza di Perugia gli ha concesso il beneficio della semilibertà e Carmelo Musumeci, nel corso della giornata, può lavorare come volontario presso una struttura della Comunità Papa Giovanni XXIII fondata da don Oreste Benzi. Di fatto quindi, non è più un ergastolano.
In un’intervista ci racconta la sua vita, al di là di giudizi e prese di posizioni. Solo per capire meglio come si vive in carcere, cosa vuol dire dover scontare un ergastolo; e quale possa essere l’utilità di una pena la cui fine, da definizione, non arriva mai.

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La storia di Carmelo Musumeci

Lei ha scontato 25 anni di carcere: ci racconta brevemente la sua storia?
“La mia storia carceraria è iniziata nell’anno 1972, avevo da pochi mesi compiuto diciassette anni. Prima di entrare nel portone del carcere alzai la testa al cielo. Era una sera fredda e nuvolosa. In cielo non vidi nessuna stella. Il cielo era nero come il carbone, nero come il mio cuore. Per la prima volta mi trovai davanti all’Assassino dei Sogni, come chiamai io il carcere molti anni dopo. L’Assassino dei Sogni odorava di chiuso e muffa. Era grosso e immenso, sembrava un mostro. Sembrava volesse mangiarmi. Il cuore mi si strinse. Ancora non sapevo che avrebbe divorato tutta la mia vita e mangiato quasi tutti i miei sogni. L’Assassino dei Sogni mi fece subito paura. Imparai subito a conoscerlo e a scoprire che amava l’odio e la vendetta e odiava l’amore e il perdono. Anche i ‘Senzanima’, come chiamai le guardie carcerarie tanti anni dopo, mi fecero paura.”
Cosa le faceva paura delle guardie carcerarie?
“Erano vestiti tutti uguali, si muovevano nello stesso modo e dicevano le solite cose. Assomigliavano ai preti, ma questi non lavoravano per Dio o per il diavolo. Questi lavoravano per l’Assassino dei Sogni, né Dio né il diavolo li potevano fermare. Per i Senzanima il detenuto non è un uomo, è solo un pezzo di legno da accatastare in una cella. Per loro se sei venuto in carcere, qualcosa hai fatto e se non hai fatto nulla vuol dire che sei scemo a stare lì dentro. Solo adesso ho imparato a perdonare gli uomini e le donne che lavorano in carcere, ma non riuscirò mai a perdonare l’Assassino dei Sogni, il mostro dei mostri che trasforma le persone in schiavi.”

Il significato del carcere e la vita da ergastolano

Qual è l’essenza del carcere?
“Il carcere fa credere che è comandato dai Senzanima, ma non è così: è lui che comanda loro. Gli uomini e le donne che lavorano in carcere pur nella loro ferocia sono umani, l’Assassino dei Sogni no. Lui è il male assoluto: si mangia con lucidità le nostre vite e sputa le nostre anime. Fa finta di applicare la legge, invece sa solo odiare. E odia soprattutto la libertà, non solo quella fisica, ma soprattutto quella mentale. Odia pure i sogni, per questo l’ho chiamato l’Assassino dei Sogni.”
Come è la vita dietro le sbarre?
“In carcere è difficile non piegarsi e non rassegnarsi, ci riescono solo i cattivi, per questo pensai di sforzarmi di diventare ancora più cattivo. Proprio l’Assassino dei Sogni mi avrebbe aiutato a diventarlo. Per farmi coraggio pensai che non avevo nulla da temere, l’unica cosa che il carcere mi poteva togliere era la libertà. Mi sbagliavo, l’Assassino dei Sogni ti toglie tutto e vince sempre, ma ancora questo non lo sapevo, lo avrei capito molti anni dopo.”
Lei ha conosciuto anche il carcere duro, esatto?
“Solo molti anni dopo conobbi anche il regime di tortura del 41 bis e penso che questo circuito infernale crea odio, rancore e devianza anche nei familiari dei detenuti. Inoltre, è difficile cambiare quando sei murato vivo in una cella e non puoi più toccare le persone che ami, neppure per quell’unica ora al mese di colloquio che ti spetta. Con il passare degli anni i tuoi stessi familiari incominciano a vedere lo Stato e le istituzioni come nemici da odiare e c’è il rischio che i tuoi stessi figli diventino mafiosi in futuro.”

Uomo ombra e fine pena mai

Lei si definisce Uomo ombra, per la pena che le fu inflitta nel 1991 di ergastolo. Cosa si cela dietro questo appellativo?
“L’uomo ombra è quello che è condannato alla ‘Pena di Morte Viva’: così chiamano la pena dell’ergastolo perché è una non-vita.”
Che ricordo ha della sua adolescenza e dell’avvicinamento a quello che poi l’ha portata a questa condanna?
“Mi ricordo che non mi piaceva niente di quello che vedevo intorno a me, non vedevo amore. Forse l’amore nella mia famiglia era un lusso che nessuno si poteva permettere, forse perché non era roba da mangiare. Mi hanno raccontato che presi il latte da mia madre fino a due anni, che altro potevo fare se non c’era nulla da mangiare? Abitavo in una piccola casa ai margini del paese: due stanze e una cucina in una viuzza chiusa. Quello era tutto il mio universo. Io e i miei due fratelli, uno più piccolo e uno più grande, dormivamo in cucina, due in un letto e l’altro in un lettino. Una volta mentre andavo a scuola trovai un gattino, lo presi, lo misi nella mia cartella e, non potendo rientrare a casa, lo portai con me a scuola. Durante la lezione il gatto si mise a miagolare, la maestra lo scoprì e fui espulso da scuola per dieci giorni.”
Che rapporto aveva con lo studio?
“In prima e seconda elementare fui bocciato. Passato in terza elementare per la mia famiglia ero già abbastanza grande e iniziare a lavorare. Avevo nove anni e andai a faticare con mio zio nella muratura. Mi ricordo che mia nonna, quando mi portava nella piazzetta del paese, bastava che vedesse un uomo con la divisa, poteva essere anche un vigile urbano, mi sussurrava: ‘Quello è l’uomo nero’. Per questo dico spesso che sotto un certo punto di vista sono nato già colpevole, anche se poi ci ho messo del mio per diventarlo del tutto.”

L’esperienza da volontario in una Casa Famiglia

Come è la vita in carcere di un fine pena mai, quindi di un ergastolano?
“Siamo vivi perché continuiamo a respirare, ma sarebbe meglio essere morti, perché è terribile non essere né vivi né morti. La nostra pena assomiglia a una morte bevuta a gocce perché moriamo un po’ tutti i giorni e tutti le notti.”
Lei sta cercando di tornare a una qualche forma di normalità: si occupa di assistenza disabili in un centro. Come vede il suo futuro?
“Per 26 anni sono stato convinto che di me dal carcere sarebbe uscito solo il mio cadavere. Per fortuna questo non è accaduto e da circa tredici mesi esco dal carcere al mattino e vi rientro alla sera. Durante il giorno faccio il volontario in una Casa Famiglia della Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da Don Oreste Benzi. Penso che questo sia il modo migliore per continuare a scontare la mia pena e per rimediare un po’ il male fatto, facendo del bene. Il mio futuro lo vedo incerto ma un po’ meglio di prima.”

Ergastolo e carcere duro producono solo altro male

L’ergastolo è una pena sempre esagerata o ritiene che per alcuni errori commessi possa essere una pena adatta?
“Io penso che una pena, qualsiasi pena, debba servire a fermare il male, però subito dopo deve fare il bene della persona per farle uscire il senso di colpa dei crimini commessi, perché questo è il dolore più grande, ed è quello che fa più paura, anche ai mostri. Sono fortemente convinto che l’ergastolo e il carcere duro alla lunga non siano dei deterrenti, anzi producano e aggiungano altro male e non spaventano neppure i terroristi, perché costoro la morte se la danno da soli.”
Quale potrebbe essere una soluzione alternativa?
“Certi fenomeni criminali non si sconfiggono solo militarmente, ma bisogna farlo soprattutto culturalmente. Ho conosciuto giovani ergastolani che hanno passato più anni della loro vita dentro che fuori e credo che, anche con qualche rischio, bisognerebbe fare qualcosa per loro. Sono convinto che la certezza di un fine pena potrebbe aiutarli a cambiare.”

Il libro scritto dietro le sbarre

Lei è anche autore di un libro, La Belva della Cella 154: ci parla di quest’opera?
Non fatevi ingannare dal titolo, né dalle prime pagine che descrivono Nino come un pazzo, un colosso cattivo che rifiutava il mondo, uno spietato capace di uccidere. In realtà “La Belva della cella 154” racconta una storia d’amore, di amicizia e di perdono, dove tutta la durezza e la crudeltà si sciolgono come neve al sole.
Potrete sperimentare la disperazione di perdere l’unico amore della vostra vita, l’adrenalina di una partita a poker in cui vi state giocando il tutto per tutto, la rabbia di veder uccidere sotto i vostri occhi il migliore amico. Potrete sentire cosa significa non avere nessun altro affetto che quello di un gatto…
È una storia che procede con un ritmo incalzante e in cui, attraverso l’alternanza di momenti passati e di un presente disumano, si respira la dimensione di uno spazio infinito e di un ritmo eterno. Nino (o se volete Carmelo) ci trasporta in un universo senza inizio e senza fine, un “universo elastico” che continuamente si espande e si contrae, un universo dove nessuno comanda sugli altri perché tutti hanno bisogno uno dell’altro. E soprattutto di un futuro.

Queste sono righe della Prefazione di Alessandra Celletti, una bravissima pianista romana che mi ha onorato della sua firma per il nono libro pubblicato.

Ergastolo ostativo ed ergastolo ordinario

Cos’è l’ergastolo ostativo?
“In Italia esistono due tipi di ergastoli: uno ordinario che, anche se non hai nessuna certezza, puoi sperare un giorno di uscire, o almeno hai la speranza di potercela fare; l’altro, l’ergastolo ostativo ad usufruire di qualsiasi beneficio penitenziario, non hai nessuna possibilità di scampo se al tuo posto in cella non ci metti qualcun altro. In tutti i casi, in entrambi i tipi di ergastolo, nel certificato di detenzione il fine pena è nell’anno 9.999.”
Come cambia un uomo in carcere?
“Il carcere dovrebbe fare bene, invece purtroppo fa tanto male e anzichè guarirti ti fa ammalare ancora di più. Per questo a volte ho l’impressione che mi sentivo migliore prima anche se facevo dei reati che adesso che non li commetterei più.”
Crede di aver pagato abbastanza per i suoi errori?
“Penso anche che ho già pagato sufficientemente il mio debito con la giustizia, ma non abbastanza con la mia coscienza.”

Nel mondo degli ergastolani non esiste la speranza

Lei porta avanti da tempo una battaglia contro l’ergastolo: da dove nasce? Perché un cittadino dovrebbe appoggiare questa vostra battaglia?
“Condannare un uomo a essere cattivo e colpevole per sempre non ha senso, perché l’uomo non è solo il male che ha fatto ma è anche il bene che potrebbe fare in futuro. In un noto film di successo la protagonista diceva spesso: ‘Domani sarà un altro giorno e si vedrà’. No! Per gli ergastolani, domani non sarà un altro giorno. Sarà un giorno come quello appena trascorso. E così sarà per l’indomani, il giorno dopo e quello dopo ancora, fino all’ultimo dei loro giorni.”
Non c’è speranza nel mondo degli ergastolani?
“Per gli ergastolani, la speranza non è un rimedio alla sofferenza, ma un prolungamento indefinito della sofferenza. Imprigionare una persona per sempre è come toglierle tutto e non lasciarle niente. Con l’ergastolo, la vita diventa una malattia, e gli ergastolani non vengono uccisi, peggio, sono lasciati morire. Questa terribile condanna supera i limiti della ragione e fa diventare quegli uomini esclusivamente corpi parlanti.”
Che significato ha tornare alla libertà dopo 25 anni di reclusione?
“È come svegliarsi da un incubo”.

 

Carmelo Musumeci, Dicembre 2017

Pubblicato in Interviste

Scritto da

Pierfrancesco Palattella

Giornalista indipendente, web writer, fondatore e direttore del giornale online La Vera Cronaca e del progetto Professione Scrittura

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