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Il finanziamento pubblico ai partiti? È vivo e vegeto

Hanno provato a spacciarlo come uno dei cavalli di battaglia per cancellare l’odiosa idea della casta politica. Il tutto per tentare di venire incontro alla fortissima ondata di antipolitica che sta attraversando, più che giustificata, il nostro paese.
Nel corso degli anni lo hanno chiamato in più modi: finanziamento pubblico, rimborso elettorale e chi più ne ha più ne metta. In buona sostanza si tratta di soldi pubblici che finiscono alla politica. Sotto tante forme.
Ebbene, il finanziamento pubblico ai partiti fu introdotto nel 1974 per garantire ai partiti un mezzo adeguato di reperimento dei fondi necessari a finanziare le proprie attività; ovviamente siamo in Italia, e nel corso degli anni di quello strumento se ne è ampiamente abusato.
Tradotto, i partiti hanno mangiato abbondantemente; e questo per voler usare un eufemismo.

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La ‘finta’ abolizione post Tangentopoli:

Dopo Tangentopoli, nel 1993, si decise di indire un referendum abrogativo per l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti: l’onda emotiva era ovviamente propendente allo sdegnato per quanto emerso e il risultato fu netto e deciso.
Con voto quasi unanime, il 90% degli italiani approvò l’ abrogazione della legge del finanziamento pubblico ai partiti. Privilegi alla casta cancellati? Nemmeno per sogno.
Sempre in quell’anno, 1993, il Parlamento andò contro quanto deciso da quel referendum aggiornando la Legge 515/1993 in materia di rimborsi elettorali. Vennero chiamati “contributi per le spese elettorali” e messi subito in pratica a partire dalle elezioni del marzo 1994.
Una legge che portò nuovamente svariati miliardi di lire (ai tempi l’euro ancora non c’era) nelle casse dei partiti.

La torta dei gruppi parlamentari:

Secondo molti il finanziamento pubblico è stato cacciato dalla porta, per assecondare il malcontento popolare, ma è stato poi fatto rientrare dalla finestra.
Se il finanziamento pubblico sta scendendo anno dopo anno, e arriverà a breve ad azzerarsi, il finanziamento ai gruppi parlamentari è vivo e vegeto; per il 2015 è stato da poco ratificato il riparto dei finanziamenti per il 2015. Oltre 30 milioni, equivalente a 50mila euro per ogni deputato, da dividere tra i gruppi parlamentari di Montecitorio.
Soldi che i partiti avrebbero utilizzato per finanziare attività varie, come affermato da un parlamentare in un’intervista rilasciata al Fatto Quotidiano.

Quanti soldi si spartiscono i gruppi parlamentari:

Questo per quanto riguarda la Camera: la stessa storia riguarda anche il Senato. Una torta che i gruppi parlamentari si spartiscono ogni anno tramite gli uffici di presidenza.
Un senatore che viene assegnato a un dato gruppo vale circa 70mila euro; un deputato poco più di 50 mila. Fondi che sono gestiti dai gruppi e che vengono spostati ogni volta che un parlamentare passa da un gruppo ad un altro; pratica piuttosto diffusa nel nostro Parlamento. In sostanza ‘trasmigrare’ da un gruppo ad un altro diventa un business più che una scelta ideologica.
In teoria la cifra elargita dovrebbe servire a pagare i collaboratori e a garantire il funzionamento del gruppo parlamentare. Il che poi, è vero solo in parte.
In sostanza la abolizione per gradi del finanziamento non ha cancellato il flusso di soldi pubblici verso la politica; gli ha soltanto cambiato forma e nome.

I fondi restituiti dal Movimento 5 Stelle:

Ad uscire dal coro è il Movimento 5 Stelle con la sua nota politica di restituzione dei soldi pubblici, fattore sul quale ha creato buona base del proprio consenso popolare.
Il M5S ha deciso di restituire parte degli stipendi e della diaria non spesi dai suoi parlamentari versandoli in un apposito fondo per sostenere la microimprenditorialità creato presso il ministero dello Sviluppo economico.

Pubblicato in Inchieste

Scritto da

Pierfrancesco Palattella

Giornalista indipendente, web writer, fondatore e direttore del giornale online La Vera Cronaca e del progetto Professione Scrittura

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