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Vivisezione: una alternativa esiste? Ecco come cambiare

Nel 2013 si potrebbe mettere un punto e andare a capo, per sempre, con un periodo tutto nuovo e migliore nel campo della sperimentazione. C’è tempo fino a novembre per firmare e sostenere l’Iniziativa Cittadini Europei Stop Vivisection. Se il numero di firme sarà sufficiente, all’inizio del 2014 si svolgerà l’audizione pubblica al Parlamento Europeo e poi, la Commissione Europea dichiarerà la sua risposta. Fine? Vedremo.
Prima di decidere da che parte schierarsi, è bene conoscere alcune cose. Ogni anno, circa 500 milioni di animali sono utilizzati nei laboratori di sperimentazione. Il 60% è sfruttato dalla ricerca farmacologica, il restante 40% si divide tra la ricerca medica (studio delle malattie) e i test: bellici, psicologici, didattici e sui cosmetici. Paragrafo a parte per i test sulla tossicità. Questi sono effettuati in tutte le categorie e costituiscono, cumulativamente, il 75% di tutti gli esperimenti.
I laboratori privati sono quelli più produttivi nella pratica vivisettoria (60%), seguono le scuole di medicina con le università (33%) e i laboratori pubblici (7%). Impunemente, in questi luoghi di sperimentazione obsoleta, gli animali possono essere: avvelenati, devocalizzati, ustionati, accecati, mutilati, affamati, decerebrati, congelati, infettati e sottoposti a scariche elettriche.

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Sperimentazione e metodi di soppressione degli animali:

La Direttiva 2010/63/EU, quella che l’Iniziativa Cittadini Europei vuole far abrogare, accolta dal Parlamento europeo l’8 settembre del 2010, elenca e quindi sostiene, tra i metodi di soppressione degli animali, anche: la dislocazione del collo, la distruzione del cervello, l’uso del biossido di carbonio, il colpo della percussione alla testa, la decapitazione, il colpo a proiettile libero con fucili o pistole, l’elettrocuzione e il dissanguamento (Allegato IV).
Rammentando che il “modello animale”, nella sperimentazione, non costituisce una predizione per l’uomo, viene da domandarsi: ma quest’orrore è realmente necessario? Perché si continua a mettere in atto? Andiamo per ordine.
Negli ultimi anni, gran parte del mondo scientifico va denunciando le caratteristiche di poca attendibilità e pericolosità della sperimentazione in “vivo”. A Roma, nel 2009, il documento finale del “VII Congresso Mondiale sui metodi alternativi e la sperimentazione animale”, stabilì che esistevano nuovi metodi per acquisire risposte più affidabili, esaustive, rapide, economiche e annunciò la fine della sperimentazione animale.

Pratiche alternative alla vivisezione:

Anche negli Stati Uniti, il Consiglio Nazionale delle Ricerche annuncia la necessaria e graduale scomparsa dei test operati sugli animali, sostenendo che siano poco affidabili. E non a caso, New Scientist, British Medical Journal, Scientific American, Nature, tutte riviste scientifiche tra le più lette e accreditate, concedono sempre maggiore spazio alla contestazione sulla sperimentazione animale, aprendo dibattiti sulla nuova e più opportuna sperimentazione in “vitro”. E’ esattamente questa l’alternativa CrueltyFree alla vivisezione.
Era il 1885 quando si scoprì che le cellule potevano essere tenute in vita al di fuori del corpo. Da allora, le tecniche per far crescere e mantenere in vitro queste cellule di tessuti e organi, sia umani sia animali, si sono molto evolute. Oggi, infatti, è possibile utilizzare tessuti propriamente umani, per conoscere meglio il funzionamento del nostro organismo, studiare le malattie e testare nuovi farmaci, evitando così di infierire sugli animali vivi.
Le Banche di Tessuti Umani sono le strutture che si occupano delle colture in vitro di cellule, tessuti e organi adatti alla ricerca, recuperandoli dai “rifiuti sanitari” (scarti chirurgici, tessuti di donatori non adatti ai trapianti e tessuti post-mortem). È evidente che operare attraverso la sperimentazione in ”vitro“, e non in “vivo”, sia meno crudele, dannoso e senz’altro più economico, visto l’utilizzo di materiale di “scarto”: forse, saranno gli interessi economici, più degli altri, a impedire il superamento della vivisezione.
Comunque, nel 2006, l’opinione pubblica si è già dimostrata, con una percentuale dell’86% (dati Eurispes), contraria agli antiquati e poco etici metodi vivisettori. E da aprile 2012, da quando un milione di firme ha fatto sì che i cittadini europei possano partecipare, direttamente, all’attività legislativa dell’Unione Europea, obbligando la Commissione ad analizzare le loro richieste e a essere ascoltati, la comunità civile può schierarsi e cambiare, attraverso una semplice e, in questo caso, indolore firma, il corso della storia. Per firmare www.stopvivisection.eu.

Pubblicato in Inchieste

Scritto da

Alessandra Verducci

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