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L’inganno della filosofia Vegan: i cibi che danneggiano veramente

Dimmi cosa mangi e ti dirò se inquini”. Sì perchè, mai come oggi, ciò che arriva sulle nostre tavole ha un forte impatto ambientale. Non stiamo parlando del più che noto dibattito sul consumo di carne (e della conseguente questione relativa agli allevamenti intensivi, emissioni di gas, impoverimento del suolo e consumo massiccio di risorse idriche) argomenti sui quali da anni si spendono fiumi di inchiostro per sensibilizzare l’opinione pubblica.
Ciò su cui vogliamo soffermarci riguarda abitudini alimentari più o meno consolidate e responsabili di enormi, quanto a volte insospettabili, sprechi energetici. Si tratta di frutta e verdura che inquinano il suolo e che finiscono nel carrello della spesa tutto l’anno.

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Anche frutta e verdura inquinano

Fra i primi posti ci sono nientemeno che i pomodori, quelli coltivati in condizioni ristrette, che richiedono 4,5 volte più energia rispetto a quelli coltivati a terra. A seguire fragole e ciliegie, ormai disponibili 12 mesi l’anno, coltivate in serre o importate da Paesi lontani: frutti responsabili di un disastroso impatto ambientale dato che le serre, riscaldate, illuminate e ventilate h24, comportano un enorme spreco di energia. Sotto la lente ci sono anche fagiolini e clementine e, in generale, tutto ciò che viene prodotto fuori stagione.
A lanciare il pesante monito è l’Aduc, Associazione per i Diritti degli Utenti e Consumatori, con un report da brividi. Oltre il 70% di frutta e verdura -riferisce l’associazione citando i dati raccolti da autorevoli organi di controllo- contiene, poi, residui di pesticidi, in particolare uva, clementine, ciliegie, sedano e cicoria. Irrorazione record di fungicidi e insetticidi anche per patata, mela e banana.

La frutta tropicale importata per via aerea

A tutto ciò si deve aggiungere il fatto che tali prodotti vengono sempre più spesso importati per via aerea, con tutto il pesante inquinamento di CO2 che ne consegue. Ma c’è molto di più. Dal report emerge anche come, in soli dieci anni, il consumo europeo di avocado è aumentato da 202 milioni di tonnellate a 650 milioni: un incremento del 220%.
Un dato più che preoccupante considerando che ci vogliono quasi 100.000 litri di acqua al giorno per irrigare un ettaro di avocado. All’aumento di questa richiesta corrisponde l’aggravarsi di una vera e propria catastrofe in Cile, dove il frutto viene prodotto.
È qui, infatti, che si stanno letteralmente prosciugando fiumi e terreni. E l’avocado non è l’unico prodotto responsabile di un vero e proprio disastro ambientale in atto. A che cosa è dovuto tale vertiginoso aumento?

La dieta vegana cruelty free

Nell’ultimo decennio sempre di più abbiamo visto prendere piede nuove abitudini e consumi alimentari dovuti al diffondersi della cosiddetta dieta vegana: un tipo di alimentazione, ormai nota a tutti, che escludendo alimenti di origine animale prevede un consumo esclusivo di alimenti vegetali, vale a dire cereali, legumi, verdura e frutta.
Una scelta il pìù delle volte definita dai vegani stessi come “etica”, “ecologica”, “sostenibile”. Fra gli alimenti più utilizzati dai vegani troviamo proprio l’avocado, usato ad esempio per produrre il (finto) formaggio vegano. Peccato che la produzione di avocado risponda a un business in mano alla criminalità cilena, come la stampa locale cerca di documentare a costo della vita, e responsabile di una feroce deforestazone, con milioni di animali destinati all’estinzione.
C’è poi la quinoa, spesso usata per cucinare (finti) hamburger o polpette ed estremamente ricca di proteine. La quinoa fino a pochi anni fa era l’alimento base di Perù e Bolivia, i Paesi più poveri del Sud America. La richiesta, e il conseguente prezzo, sono talmente cresciuti che la popolazione di queste terre ha dovuto cambiare la propria millenaria alimentazione, scambiando la quinoa con prodotti occidentali di scarsissimo valore nutrizionale, come la coca-cola.

Il caso della Quinoa in Cile

Il consumo locale di quinoa è crollato anche in Perù, dove l’Unicef ha registrato come oggi circa il 20% dei bambini soffra di malnutrizione essendo venuto a mancare uno degli alimenti più importanti della loro alimentazione.
Se alle polpette di quinoa occidentali, vegane e cruelty free, aggiungiamo una salsa di accompagnamento alla finta maionese di anacardi (usati moltissimo anche per creare i gelati e le creme vegan) arriviamo alla penosa situazione del Vietnam. Eh sì, perchè è qui che si produce quasi la metà degli anacardi vegani che arrivano in occidente.
Human Rights Watch ha denunciato come gli ancardi vietnamiti provengano dal lavoro forzato dei centri di recupero dei condannati (spesso senza un vero processo) costretti a lavorare 8 ore al giorno a ritmi incessanti, pena orribili punizioni corporali.

Produzione di Soia e danni all’ambiente

E poi ci sono le mandorle, anch’esse immancabili nella dieta vegana. Il latte, la mozzarella, i formaggi vegani sono quasi esclusivamente a base di mandorle. La richiesta è cresciuta talmente tanto da aver costretto il nostro Paese a importarle dall’estero, nientemeno che dalla California, che ne detiene ormai il monopolio.
La conseguenza: il prosciugamento delle riserve idriche locali e la quasi estinzione di numerose specie animali. Per produrre due mandorle cruelty free, infatti, servono ben 8 litri di acqua. Tuttavia, niente di tutto ciò è paragonabile a quello che si cela dietro alla produzione dell’alimento responsabile più d tutti della distruzione delle foreste del nostro pianeta: la soia.
Ogni anno per la soia viene rasa al suolo una fetta enorme della foresta pluviale argentina, il polmone principale del nostro pianeta. La soia, infatti, viene coltivata in modo massiccio per sfamare gli animali degli allevamenti intensivi, essendo uno degli elementi principali di cui si nutrono gli stessi. Ma non solo. Essa costituisce un ingrediente base anche dell’ alimentazione che esclude il consumo di carne. Banalmente, basti pensare alle centinaia di migliaia di ricette vegane a base di soia di cui è pieno internet.

La dieta vegana non è sostenibile

Una sola dieta vegana non è sostenibile, come ipotizza il WWF. Eppure molto spesso alla questione alimentazione/impatto ambientale viene data come risposta proprio la promozione della dieta vegana.
È il caso delle dichiarazioni dell’assessore all’ambiente torinese e della giunta Appendino che, appena insediata, ha elogiato proprio il positivo impatto della dieta vegana su ambiente, animali e salute delle persone, promuovendo addirittura il regime alimentare vegano nel programma di governo di Torino dal 2016 al 2021. Una scelta oggettivamente sconcertante quanto quella presunta superiorità morale ed etica cruelty free non supportata dai fatti.

 

Fonti e approfondimenti:

Pubblicato in Inchieste

Scritto da

Martina Lacerenza

Nata a Roma nel 1984. Laureata in Lettere. Blogger e collaboratrice giornalistica

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