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Dipendenza da gioco d’azzardo: se lo Stato è assente

La dipendenza dal gioco d’azzardo continua ad essere una problematica estremamente presente nel nostro paese; a cavallo delle festività natalizie è stato approvato un piano d’azione strategico di intervento, il Piano d’azione nazionale 2013-2015 che dovrà porre in essere misure efficaci a contrastare il problema del gioco d’azzardo patologico.
Questione, quella della dipendenza dal gioco, che andiamo ad approfondire con un’esperta del settore impegnata su più campi al  contrasto del gioco: la dottoressa Daniela Capitanucci, presidente dell’Alea (associazione per lo studio del gioco d’azzardo e dei comportamenti a rischio) e consigliere dell’And (azzardo e nuove dipendenze). Un impegno trasversale, come ci conferma al telefono:
“si tratta di due associazioni che si occupano di azzardo da due punti di vista diversi: Alea è una società scientifica principalmente con finalità di studio e ricerca delle problematiche del gioco d’azzardo; And è una associazione di promozione sociale che fa sensibilizzazione, informazione, formazione ecc… “

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La dipendenza dal gioco d’azzardo in Italia:

La dipendenza dal gioco d’azzardo continua a crescere in Italia?
“Il fenomeno è andato di pari passo all’offerta del gioco; pensiamo anche solo a 20 anni fa: per giocare ad una slot machine dovevamo andare in un casinò. Oggi in qualunque paesino sperduto basta aprire la porta ed andare al bar sotto casa per trovare slot machine, gratta e vinci, scommesse sportive, estrazioni ecc… da allora molte persone si sono ammalate di qualcosa di cui 20 anni fa si ammalava una minoranza.”
Si parla di ludopatia: è corretto utilizzare questo termine?
“Riguardo alla parola ludopatia vorrei fare un paio di precisazioni. L’Italia molto tardivamente recepisce un disturbo che a livello mondiale è già stato recepito dal 1980; da noi ufficialmente i primi documenti che trattano il disturbo risalgono al decreto Balduzzi del 2012. I manuali scientifici non parlano di ludopatia, che non esiste, ma di gioco d’azzardo patologico.”
Quali sono le differenze tra ludopatia e gioco d’azzardo patologico?
“Un po’ la differenza che passa tra depressione e tristezza: la depressione è una malattia la tristezza uno stato d’animo. Allo stesso modo il gioco  d’azzardo patologico è un malattia, la ludopatia è un’invenzione dei concessionari per mitigare il significato di un disturbo grave ed invalidante. Così come anche in termini di Lea occorre fare una specifica.”

Riconoscere e curare la dipendenza dal gioco:

I Livelli Essenziali di Assistenza dentro i quali la ludopatia dovrebbe essere inserita?
“Si: è importante specificare che il decreto Balduzzi dice che bisogna iniziare un iter di inserimento nei Lea, ma non avendo previsto un finanziamento ad oggi è rimasta lettera morta; l’esito del decreto è stato scaricare sulle spalle delle regioni, in assenza di una definizione di Lea a livello governativo, la scelta se finanziare o meno la spesa per la cura dei giocatori patologici. È un percorso a metà; ancora non è uscito 1 euro dalle casse dello stato per curare queste persone. Solo alcune regioni lo hanno fatto in autonomia.”
Quindi chi è affetto da gioco d’azzardo patologico ad oggi non ha assistenza?
“Oggi il giocatore patologico non sa se riceve assistenza, se la riceve gratuitamente o dietro pagamento di un ticket; in alcuni posti non è ancora garantita questa forma di assistenza. Con il suddetto decreto erano state previste una serie di scadenze che poi sono state sempre più protratte. Anzi che alcune settimane fa è avvenuta la stesura del piano di azione nazionale del contrasto al gioco d’azzardo patologico; il primo documento ufficiale in materia che leggeremo e valuteremo.”
Come si riconosce la dipendenza patologica da gioco d’azzardo?
“Riconoscerla è abbastanza semplice: chi la vive si può rendere conto del passaggio da uno stato semplice ad uno patologico. Se il gioco viene praticato come intrattenimento, passatempo ecc.. è un conto. Ma se sfugge dal controllo e si inizia a giocare con maggiore frequenza investendo più di quello che ci si può permettere in termini di tempo e di soldi, lì diventa un problema”.
Come si può uscire da questa dipendenza?
“Uscirne non è facile: questa patologia nell’ultimo manuale dei disturbo mentale viene assimilata alle dipendenze, come quella da eroina, tabacco ecc.. ed uscire da una dipendenza non è mai facile. È un percorso lungo e spesso corredato da ricadute e sul quale influisce anche il contesto ambientale nel quale viviamo, che spesso non giova.”

Le leggi e lo Stato non aiutano chi è affetto da dipendenza?

In che modo il contesto ambientale non aiuta ad uscire dalla dipendenza dal gioco?
“Immaginiamo di essere un tossicodipendente che cerca di disintossicarsi: vado in un bar e trovo uno che mi vende l’eroina, apro il computer e mi escono i pop up che mi invogliano a drogarmi; diventa estremamente difficile. È quanto accade con il gioco.”
Quindi uscirne non è cosa semplice?
“Dipende anche dallo stadio nel quale ci si trova; a volte il giocatore arriva a curasi quando è già in situazione di emergenza ed ha già combinato una serie di guai. E comunque il trattamento di questa dipendenza non si esaurisce in 2 o 3 mesi di terapia: è un percorso lungo e articolato. A differenza di altre dipendenze non abbiamo un farmaco sostitutivo, come può essere il metadone nella tossicodipendenza.”
Cosa ne pensa delle storia del gioco responsabile che da mesi viene pubblicizzato in Italia?
“Un po’ mi fa sorridere: cosa si intende per responsabile? Se è solo il giocatore che deve giocare in maniera responsabile non è utile. Chi si avvicina al gioco deve farlo in modo responsabile, certo; però questo tipo di monito una volta che si è instaurata la dipendenza non funziona più. Se un giocatore fosse in grado di giocare responsabilmente non sarebbe un giocatore patologico.”
C’è un modo più efficace per affrontare il problema?
“All’estero i giocatori patologici sono esclusi dalla possibilità di giocare: in Svizzera sono segnalati, in tutti i casinò c’è il loro nome e cognome e non hanno più facoltà di accesso. Ecco, questa  è già una misura di gioco responsabile. Perchè si parla di responsabilità non solo in capo al giocatore, ma a tutto il sistema.”
Quindi dovrebbe esserci maggior impegno dello Stato?
“Lo Stato non può limitarsi a pubblicare un cartello con avvertenze. Deve fare di più. Il gioco d’azzardo è un’industria, le concessionarie fanno giustamente il loro lavoro. Perché dovrebbero limitare l’offerta del loro gioco? Il loro scopo è vendere e guadagnarci. Ma lo Stato è un’altra cosa. Dovrebbe vigilare ed essere garante della salute dei cittadini. Ecco perché ad oggi il gioco responsabile in Italia non esiste.”

Pubblicato in Interviste

Scritto da

Pierfrancesco Palattella

Giornalista indipendente, web writer, fondatore e direttore del giornale online La Vera Cronaca e del progetto Professione Scrittura

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