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Carcere: dialogo con un medico penitenziario

Il carcere, ovvero uno dei temi scottanti della nostra società e concetto che implica una grande quantità di contraddizioni partendo dal principio. In quanto inglobato nella società stessa ne viene assorbito completamente e ne assume caratteristiche e peculiarità divenendone uno spaccato; tuttavia mantiene al contempo una discreta distanza dalla realtà sociale finendo per esserne, spesso, relegato ai margini.
Un luogo di espiazione da alcuni visto come una pena arretrata e per certi versi barbara, viceversa sostenuto da altri come giusto prezzo da pagare per chi ha commesso un crimine.
Pur non essendo facile, per l’uomo, mutare radicalmente la propria natura o raggiungere un pentimento intrinseco ed a tutto tondo, il carcere è anche luogo catartico, di forti sentimenti e di emozioni amplificate: come quelle vissute da chi si trova in carcere non per scontare una pena ma per compiere il proprio dovere. Con dedizione alla causa e fedele al proprio impegno professionale.

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Il lavoro del medico penitenziario

È il caso di Roberto Santi, Responsabile medicina penitenziaria del carcere di Chiavari, Medico specialista in Gastroenterologia e in Igiene e Medicina Preventiva: la sua è una storia particolare, come emerge nel corso di un interessante dialogo nel quale parliamo con lui di carcere, medicina e non solo.
“Sono Responsabile medicina penitenziaria del carcere di Chiavari da 4 anni, ovvero dopo che il mio Direttore Generale di allora mi denunciò.”
Prego?
“Si, avevo scritto un libro sulla malasanità intitolato ‘Camici Sporchi’: poi  ho aperto un blog nel quale sostenevo, con varie prove, che la sanità sarebbe gestita come la mafia.”
Addirittura come la mafia?
“E’ quello che succede: i meccanismi sono identici. Allora ero stato denunciato per diffamazione dal mio Direttore Generale. La Procura propose l’archiviazione perché esiste la libertà di parola: la pratica arrivò in mano al Gip il quale sentenziò, nel decreto di archiviazione, che la Sanità è lo specchio di questa società degradata: una sentenza che ha fatto storia. Da lì mi hanno spostato a responsabile di medicina penitenziaria del carcere ci Chiavari, dove lavoro attualmente.”

L’assistenza sanitaria ai detenuti

Di cosa si occupa esattamente un Responsabile di medicina penitenziaria?
“Il suo campo d’azione è relativo all’assistenza sanitaria a tutto tondo del detenuto: diventiamo in pratica come il medico di famiglia, perché la persona detenuta non ha più il medico di base. Ruolo che svolgiamo noi dando tutti i supporti, curando le varie patologie, visitandolo, seguendo il suo stato di salute nel tempo, supportandolo per altri bisogni e necessità durante tutto il periodo di detenzione.”
Si viene a creare un rapporto simbiotico con il paziente-detenuto. Molto più che nel rapporto di un medico con un paziente ordinario?
“Si, il paziente lo seguiamo fin da quando entra: viene visitato per stabilirne lo stato di salute, di quali cure ha bisogno, per verificare la presenza di eventuali  lesioni sul corpo ecc… il tutto per evitare casi come quello di Cucchi. Poi abbiamo anche il supporto degli specialisti, quando serve. Infine agiamo anche da pronto soccorso; e questo perchè  episodi di autolesionismo sono piuttosto diffusi nelle carceri. Soprattutto in pazienti stranieri.”

Differenze di lavorare fuori e dentro il carcere

Vista da questa ottica appare molto differente lo svolgimento della professione medica fuori o dentro al carcere. È realmente così?
“In carcere vediamo tutte le patologie dell’uomo… amplificate in maniera estrema: moltissimi dei nostri pazienti ad esempio, non hanno mai visto un medico nella loro vita. Poi abbiamo persone che vivono in condizioni estreme: ad esempio abbiamo un grande numero di pazienti  con sifilide, molto più alto di quello che si trova fuori. Io in 4 anni ho trattato dieci casi: i miei colleghi che svolgono la professione fuori dal carcere, in 30 anni non ne hanno mai visto uno. E questo, prima di ogni altra cosa, dipende dal fatto che i pazienti che abbiamo noi sono persone che vivono pericolosamente.”
Per fare il medico in carcere è quindi richiesto un approccio diverso rispetto al metodo della medicina tradizionale?
“Non è che è diverso rispetto alla medicina normale; ma anzi questa è la vera medicina. Ti fai carico del paziente in maniera complessiva, diventi il suo medico curante a 360 gradi. Lo vai a trovare, ci parli, lo supporti psicologicamente. Perché qui in carcere gli aspetti psicologici sono molto importanti: la privazione della libertà è uno degli stress più forti per un uomo. Ancor più se non ha fatto niente: cosa che si vede spesso, accade di conoscere gente che si fa 1 anno o 2 senza aver fatto niente. Per questo quando prendi in cura un paziente ti fai carico del suo vissuto, del suo modo di vedere le cose, del modo che ha lui di vivere.”
Il rapporto medico-detenuto è imposto dall’alto: capitano mai casi critici nei quali, ad esempio, il detenuto rifiuta il rapporto con il medico?
“Io ho coniato un’espressione al riguardo, sostenendo che noi siamo i loro ‘medici di fiducia coatta’: loro sono obbligati ad avere un rapporto con noi e questo, per me, vuol dire metterci molta più umanità anche se come medico olistico non vedo differenza tra le due cose. È più la medicina tradizionale che separa le due cose mente e corpo. Spesso sono persone che quando entrano in carcere sono terrorizzate, noi dobbiamo entrare in empatia con loro. In carcere si sente di più il dolore, si sente di più, si sente prima e più forte. È importante capire il rapporto tra stress e malattia; rapporto che in carcere assume un aspetto più drammatico.

Rapporto tra medico e detenuti

Un responsabile di medicina penitenziaria deve anche avere rapporti con altre figure, come ad esempio quelle giudiziarie. Come si esplica questo rapporto?
“E’ un discorso ampio: le persone con le quali dobbiamo avere rapporti sono membri della direzione, gli agenti di polizia, i giudici, gli avvocati ecc…. qui nel carcere di Chiavari viviamo in una situazione particolare, lo chiamano ‘il carcere a 5 stelle’: ci sono agenti meravigliosi che collaborano con noi, stessa cosa per quanto riguarda la direzione. Al tempo stesso so bene che ci sono situazioni molto diverse dalla nostra in giro. Pensi che noi, spesso siamo accusati di coccolare i pazienti.”
Cosa che magari non andrebbe sempre fatta?
“Secondo me invece andrebbe fatto sempre: il discorso è che il detenuto non ha meno diritti di chi è fuori. Anzi, ne dovrebbe avere  di più perché vive una situazione di fragilità, non ha possibilità di scelta. E noi dobbiamo  tenerne conto: l’umanità nei rapporti in carcere deve essere elevatissima perché il paziente non ha difese. Forse mi è da supporto il fatto di sapere  benissimo che i delinquenti veri sono fuori e non entreranno mai in galera: questo mi aiuta a vedere le persone dietro le sbarre  con una certa simpatia. Perché magari  vedo uno che si fa 4 anni di carcere per 1 grammo di cocaina mentre i grandi spacciatori non faranno mai un giorno di galera… o magari che chi ruba miliardi se ne sta al sole delle Maldive…”
Beh certo, questo purtroppo è risaputo: ma quando ha di fronte una persona con reati gravi sulle spalle come si comporta?
“Ho avuto a che fare anche con quelli: in linea generale preferisco non conoscere il reato per il quale la persona è dentro. Questo mi aiuta a vederlo solo come uomo; non voglio che la mia mente vada a dare giudizi perché io non devo giudicare queste persone: queste persone hanno già chi dovrà giudicarle, non spetta a me. Io devo curarle.”
E ci riesce a mantenere questo distacco?
“Tratto tutti allo stesso modo: certo  che se vengo a sapere che uno è un pedofilo, questo costa più fatica perché va ad impattare con i miei sentimenti: sono un uomo che ha dei figli e ci sono reati particolarmente odiosi. Ma come medico io non devo giudicare il paziente; per me è la persona che viene a chiedermi aiuto. Ha già un giudice che stabilirà per lui una pena: e non posso essere io il suo giudice.”

Situazioni delle carceri italiane

Il carcere nel quale è impegnato, a Chiavari, funziona molto bene ed è visto come un carcere a 5 stelle: come si è riusciti a raggiungere questo obiettivo?
“Il carcere è reso tranquillo dal fatto che ci sono persone che lavorano con tranquillità, con umanità. Gli ambienti li fanno le persone: è la somma di comportamenti che determina il clima. Un po’ come la società che è la somma dei comportamenti individuali. Ed il carcere è una micro società.”
Questa umanità non sempre si verifica dato che, come noto, la situazione delle carceri italiane non è ottimale.
“Purtroppo non è delle migliori, è vero: il discorso sovraffollamento è uno scandalo non degno di un paese civile. C’è una crisi economica in atto, crisi che secondo me non è quello che ci viene detto ma nasce da anni di corruzione, ruberie ecc… e che ha sottratto risorse importanti anche per questo campo. Nello stesso carcere di Chiavari si verifica il fenomeno del sovraffollamento: la struttura è per 60 persone, talvolta ne abbiamo anche 100. Però se tratti la gente in maniera umana alla fine anche questo sovraffollamento limita i suoi effetti.”
Cosa le sta dando e cosa le ha insegnato l’esperienza professionale in carcere?
“Ho imparato cosa vuol dire essere medico: è questa la vera vocazione della mia professione. Fai il medico perché hai una missione, e qui dentro questa missione diventa lampante. Insegna moltissimo, sotto tutti i punti di vista. Anche dal lato clinico, perché qui vedi casi clinici che fuori non riesci nemmeno a sognare: e sul piano umano perché la ricchezza del rapporto umano qui dentro è un patrimonio immenso.”

Pubblicato in Interviste

Scritto da

Pierfrancesco Palattella

Giornalista indipendente, web writer, fondatore e direttore del giornale online La Vera Cronaca e del progetto Professione Scrittura

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