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Misteri di Cronaca Nera

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Il delitto Fenaroli a Roma: quegli intrecci tra Stato e politica

Caso Fenaroli. 1958, 11 settembre, ore 08:30. Roma. In un appartamento signorile nei pressi di Piazza Bologna, in via Monaci, 21, è trovato il corpo senza vita di Maria Martinaro.
Dagli accertamenti autoptici risulta che la donna è stata strangolata intorno all’una di notte. Qualche ora prima dell’omicidio, verso le 23:30, stando alle testimonianze dei vicini, la Martinaro avrebbe fatto entrare qualcuno in casa. Chi?
Per dare un nome a questo qualcuno, è necessario ordinare i fatti e gli uomini del caso, seguendo la ricostruzione ufficializzata dalla sentenza del 10 giugno 1961, premettendo, però, che esiste un’altra ricostruzione, non provata ma di certo interessante, che fa del Caso Fenaroli uno dei più intriganti della cronaca nera italiana.

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I primi sospetti sul marito:

Inizialmente, tutto fa pensare che l’omicidio sia stato commissionato dal marito della Martinaro, il geometra Giovanni Fenaroli, nato ad Airuno, in provincia di Como, proprietario di una piccola impresa edilizia a Milano.
La sera del 10 settembre, l’imprenditore è nel capoluogo meneghino a cena con degli amici; un alibi perfetto, che non sarà però sufficiente a tenerlo lontano dai sospetti.
L’impresa edilizia non va bene e qualche mese prima del fattaccio Fenaroli ha stipulato una polizza assicurativa sulla sua vita e su quella della moglie e in caso di morte violenta il coniuge rimasto riscuoterebbe 150 milioni di lire.
Cose, queste, che danno da pensare, tanto che la polizia avanza una richiesta d’arresto, ma non ci sono prove sufficienti a incriminare il geometra, così, il 23 settembre del 1958, il giudice istruttore la respinge.

La confessione del segretario:

Tutto qui, le indagini non portano ad altro, tanto che il caso sembra destinato a rimanere irrisolto. Poi, improvvisamente e spontaneamente, qualcuno si sveglia, è il ragioniere Egidio Sacchi, segretario di Fenaroli, che confessa qualcosa e l’imprenditore è incastrato.
Il Caso Fenaroli torna in scena. Ripartiamo allora da Sacchi, secondo quanto afferma, il 10 settembre 1958, Giovanni Fenaroli gli avrebbe chiesto di prenotare un volo Alitalia, Milano/Roma, sotto falso nome di Rossi, partenza ore 19:35.
Sempre secondo Sacchi e sempre il 10 settembre, poche ore prima del delitto, Fenaroli avrebbe telefonato alla moglie, giù a Roma, avvisandola che una persona fidata si sarebbe presentata verso l’ora di cena, in via Monaci, per ritirare dei documenti che il fisco non avrebbe dovuto trovare.

Ha ucciso la moglie per intascare l’assicurazione?

La persona fidata, il qualcuno che i vicini avevano visto entrare in casa Fenarolo/Martinaro verso le 23:30 del 10 settembre, sarebbe un certo Raoul, che la polizia identifica subito come Raoul Ghiani, un operaio elettrotecnico milanese di 27 anni. Il quadro inizia rapidamente a comporsi.
Ghiani è amico di Carlo Inzolia, fratello della donna che da anni ha una relazione intima con Fenaroli, e nella ricostruzione della polizia, Inzolia è il “Terzo uomo”, quello che avrebbe messo in contatto il mandante, Giovanni Fenaroli, con l’esecutore, Raoul Ghiani.
In pratica è successo che Fenaroli, per sbarazzarsi della moglie e riscuotere l’assicurazione, ha ingaggiato il killer, Ghiani, tramite Inzolia. A seguito di questa ricostruzione innescata da Egidio Sacchi, escono prove schiaccianti, anche se le perplessità, soprattutto inerenti alla tempistica, non le giustificano come tali.

La versione non convince fino in fondo:

Ghiani è un operaio, il 10 settembre 1958 è uscito dal lavoro alle 18:30, come ha fatto a essere a Roma la sera stessa, a compiere l’omicidio e poi a ripartire per Milano, in modo tale da essere sul posto di lavoro, puntuale, alle 9:00 della mattina seguente?
Stando a quanto sostiene la polizia, Fenaroli andò a prendere Ghiani al lavoro alle 18:30 e lo porto all’aeroporto di volata, con la sua spider, esattamente in tempo per prendere il volo delle 19:35, quello prenotato da Sacchi sotto il falso nome di Rossi.
Ripercorrendo però il tratto di strada fatto da Fenaroli e Ghiani per andare all’aeroporto, occorre più tempo di quello ipotizzato e rimane poi il dubbio di come l’operaio abbia potuto far ritorno a Milano così rapidamente.
L’unico mezzo veloce, non essendoci voli serali, rimane il treno, la Freccia del Sud, che, in effetti, parte dalla Stazione Tiburtina a tarda notte, ma che non arrivava a Milano prima delle 11:00 e Ghiani, a quell’ora, era già sul posto di lavoro.

Si chiede la revisione del processo:

C’è qualcosa che non si incastra, eppure, tutte le accuse a carico di Giovanni Fenaroli e di Raoul Ghiani rimangono dritte in piedi, tanto che il 10 giugno 1961 i due sono condannati all’ergastolo, accusati di concorso in uxoricidio, rapina e tentata truffa.
Dopo due anni, in appello, la condanna è riconfermata e anche il terzo uomo, Inzolia, che era uscito pulito dal processo di primo grado, è condannato a 14 anni di reclusione. Il caso Fenaroli sembrerebbe risolto, ma Ghiani non ci sta: “Non voglio morire in un ergastolo … Sono innocente e nessuno mi crede” (Ansa, 20-01-1984). Lo sostiene ripetutamente e ostinatamente, lui non ha fatto niente, non ha ucciso la Martinaro.
Così, nel 1975, avendo anche nuovi elementi, i suoi difensori cercano di ottenere la revisione del caso. Nel frattempo, Giovanni Fenaroli è morto in carcere, di cancro, Carlo Inzolia è tornato in libertà ed Egidio Sacchi, il segretario di Fenaroli, il supertestimone che ha indirizzato il caso sulla colpevolezza dei tre condannati, è emigrato in Argentina.

L’elenco passeggeri del volo Alitalia:

Per stravolgere le conclusioni dei giudici, i difensori di Ghiani fanno notare che dopo l’arresto del loro assistito, la polizia ha controllato e sequestrato l’elenco passeggeri del volo Alitalia, Milano/Roma, delle 19:35.
Il documento sequestrato, mai comparso tra gli atti del processo, evidenzia che sul volo c’era effettivamente un passeggero di nome Rossi, ma era l’ing. Wolfango Rossi, il cui posto era stato prenotato proprio da Egidio Sacchi che, occasionalmente, svolgeva qualche lavoro anche per l’ingegnere.
Wolfango Rossi, poi, era morto appena pochi giorni dopo il delitto della Martinaro, vittima di un incidente stradale. Ancora, 17 mesi dopo il delitto di via Monaci, alla Vembi, azienda dove lavorava Raoul Ghini prima dell’arresto, sono rinvenuti i gioielli della Martinaro.
Come mai non erano stati trovati durante le prime perquisizioni? E come mai Ghiani, che è un uomo intelligente, non ha pensato di nasconderli altrove, in un posto più sicuro? Qualcuno potrebbe averli messi lì, alla Vembi, affinché i sospetti ricadessero su Ghiani?

La tesi di un complotto:

In fine, c’è il viaggio di ritorno in treno da Roma a Milano, possibile che Ghiani, che avrebbe dovuto farsi notare il meno possibile, avendo da poco commesso un omicidio, sia stato così ingenuo da farsi ricordare benissimo, addirittura come un chiacchierone, da un passeggero della Freccia del Sud, che si era poi presentato a testimoniare, con mesi di ritardo, senza neanche giustificarne il motivo?
Tornando di nuovo a Sacchi, è possibile che abbia tramato, da solo, per incastrare Fenaroli e Ghiani? O forse, sarebbe più lecito ipotizzare che dietro di lui ci sia qualcun altro, che il segretario freelance, insomma, sia stato manovrato? Prende consistenza la tesi di un complotto, tra l’altro già esplicitamente raccontata all’epoca del delitto da alcuni organi di stampa come il “Candido” di Giorgio Pisanò.

Entrano in gioco politica e servizi segreti:

La tesi sostiene che Fenaroli e la moglie, in possesso di documenti compromettenti, avrebbero ricattato l’Italcasse, con cui l’imprenditore era in affari, l’Eni e alti esponenti della Dc.
A causa di questo ricatto, per evitare lo scandalo, i servizi segreti sarebbero intervenuti per recuperare i dossier compromettenti. Qualcuno del Sifar, dei servizi segreti militari italiani, si sarebbe presentato a via dei Monaci la sera del 10 settembre, aprendo, probabilmente, una trattativa con Maria Martinaro, trattativa andata poi a finire male.
La donna fu uccisa e, dovendo giustificarne il cadavere, gli uomini del Sifar avrebbero depistato le indagini, tessendo l’accusa nei confronti di Fenaroli e Ghiani.

Quei documenti compromettenti della Democrazia Cristiana:

Nel 1975, però, questo scenario del complotto non è ancora sostenuto da niente e nessuno, per cui Ghiani e i suoi difensori non ottengono alcun nuovo giudizio.
Rimane l’ergastolo. Solo anni dopo, un ex funzionario del Sifar, il tenente colonnello Enrico De Grossi, fa delle rivelazioni importanti, tanto che nel 1996 Ghiani ci riprova e presenta un esposto alla Procura della Repubblica, a Roma, per far riaprire il caso.
In sostanza, De Grossi avvalora la tesi del complotto, sostenendo e confermando che Fenaroli era in contatto con gli ambienti politici della Democrazia Cristiana, che gli avrebbero consentito di entrare in possesso di documenti molto compromettenti, comprovanti il coinvolgimento di un grosso  uomo di Stato in una storia di “finanziamenti illeciti”.
L’uomo di Stato sarebbe addirittura il Presidente di allora, Giovanni Gronchi, e i finanziamenti neri sarebbero arrivati dall’Eni di Enrico Mattei.

Non ci fu complotto: e Pertini concede la grazia

In un’intervista (Il Giornale, 25-5-1995), riferendosi a De Grossi, così si esprime Ghiani: Aveva rivelazioni da fare, ma non aveva nessuna documentazione. Se invece di dire io so, De grossi dicesse io ho e mi fornisse un minimo di prove, certo non sarei stato e non starei con le mani in mano … L’unica speranza è che il processo venisse riaperto, per far saltare fuori la mia innocenza …”.
De Grossi, quindi, non ha documenti per provare ciò che dice, non ha nulla che possa ricostruire i fatti accaduti e ribaltare vecchie sentenze. E così, senza prove tangibili del complotto, pur nel dubbio, il caso Fenaroli finisce qui.
Nel 1981, Raoul Ghiani ottenne la semilibertà, cosa rara per un ergastolano, e nel 1984 il Presidente Pertini gli concesse la grazia.

Pubblicato in Misteri di Cronaca Nera

Scritto da

Alessandra Verducci

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