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Modena: immigrati e degrado nel settore alimentare

Il fenomeno del caporalato e dello sfruttamento di manodopera, soprattutto straniera, non è un aspetto circoscritto al meridione della penisola come i recenti fatti, descritti anche dalle pagine di questo giornale, potrebbero lasciar intendere; è una piaga diffusa in tutta l’ Italia, un modo di operare comune a molte aziende che unisce anche i più disparati settori del mondo produttivo.
Dopo aver raccontato la condizione di degrado assoluto nella quale vivono gli immigrati di Piana del Sele, nel salernitano ( Piana del Sele: immigrati nel degrado totale ), segnaliamo un’ altra situazione analoga di cui si ha riscontro parecchi chilometri più a Nord della penisola; stiamo parlando del modenese, con riferimento particolare ad un settore piuttosto fiorente dell’economia italiana, vale a dire quello della lavorazione carni e produzione salumi.
Anche qui, in un territorio dove il settore alimentare produce affari d’oro essendo tra i più importanti distretti d’Europa per la lavorazione delle carni, si ha notizia di caporalato, sfruttamento di manodopera in particolare straniera, diritti negati, turni di lavoro massacranti, pagamento parziale delle ore e quant’altro.

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Sfruttamento di manodopera straniera nel modenese:

A confermarcelo è Umberto Franciosi della Flai (Federazione Lavoratori Agro – Industria) Cgil, che segue l’evolversi di questa situazione: “stiamo parlando di un comparto ben specifico, ossia quello dell’ industria alimentare ed in particolare lavorazione carni e produzione salumi. Il fenomeno cui si fa riferimento ha iniziato ad incrementarsi verso la fine degli anni 90, e vede false o pseudo cooperative che attraverso discutibili appalti, a volte anche completamente illegali, somministrano manodopera senza averne titolo.”
Il riferimento territoriale, come detto, è circoscritto alla zona a sud del modenese: “Siamo nel triangolo della lavorazione della carni di Modena, ci sono di mezzo imprese che hanno un giro di affari molto grosso; qui vengono a fare shopping tutte le più grosse aziende che sono sul mercato italiano del settore salumeria. Sempre in questo territorio, per fare un esempio, viene lavorata la più grande quantità di cosce suine che servono per la produzione dei prosciutti.”
Il settore quindi risulta essere tra i più fiorenti dell’economia italiana; un ingranaggio piuttosto oliato all’interno del quale, a rimanere schiacciati, sono spesso i più disperati e bisognosi: “Le imprese stanno cercando di aumentare sempre più la loro competitività andando a far leva sul costo del lavoro; si assiste così ad un fenomeno in base al quale gli unici disposti a prestare la loro opera sono gli stranieri perché, a certe condizioni di lavoro molto pesanti, trovare italiani disponibili non è semplice. Parliamo di lavori altamente logoranti, turni di 10 ore ed anche più giornaliere ad una paga di 5 o 6 euro l’ora, senza benefit per malattia, infortunio, ferie. Chi è quel pazzo che accetterebbe queste condizioni? Purtroppo le aziende riescono a trovare riscontro in quell’ esercito innumerevole di lavoratori immigrati spesso disperati che pur di guadagnare qualche soldo accettano le condizioni. In provincia di Modena dal monitoraggio dello scorso anno nel settore delle carni risultavano 1200 lavoratori inquadrati nelle cooperative.”

Forti tensioni tra diverse etnie:

In questo territorio, come anche in altre parti di Italia, il problema è reale e rischia di esplodere a causa delle forti tensioni sociali presenti: “è da anni che denunciamo questa situazione senza riuscire mai ad ottenere nulla. Il problema è che noi siamo su una bomba ad orologeria; da un lato non si integrano le etnie tra di loro, dall’altro non c’è integrazione tra lavoratori stranieri ed italiani perché anche le condizioni contrattuale producono divisioni tra le persone. Infatti gli italiani si sentono minacciati dagli stranieri perché offrono manodopera a prezzi più bassi ed allo stesso tempo gli stranieri si rendono conto di essere sfruttati rispetto ad alcuni loro colleghi italiani. Queste situazioni possono produrre tensioni sociali molto forti, sicuramente non siamo ancora giunti ai livelli di Rosarno ma è comunque uno spaccato da tenere sotto controllo.”
Quale effettivamente possa essere la situazione  di questi immigrati, è piuttosto facile immaginarlo sulla base di quanto detto fino ad ora: “Vivono in 6 o 7 nello stesso appartamento, molto spesso con affitti molto alti perchè qualcuno che se ne approfitta; spesso il titolare dell’azienda è infatti anche proprietario degli appartamenti. Nel lavoro vengono sfruttati, gli vengono pagate meno ore di quelle effettivamente lavorate, hanno tipologie di contratto non corrispondenti al ruolo effettivamente svolto, diritti cancellati da regolamenti votati in assemblee dove spesso non c’ è nessuno o, peggio ancora,  nessuno sa della loro convocazione; questo perché, come detto, si tratta per la maggior parte di lavoratori stranieri che fanno fatica a capire l’italiano.”

A rischio uno dei settori produttivi più strategici d’ Italia:

Nessun intervento è stato ancora fatto per migliorare la situazione, nonostante un fatto di cronaca piuttosto preciso cui si sarebbe potuto far riferimento per muovere qualcosa: “Nel 2002 abbiamo avuto anche l’omicidio di un lavoratore extracomunitario – conclude Umberto Franciosi – Noi speravamo iniziasse un processo dopo quello che saltò fuori per quell’omicidio, vale a dire che era stato effettuato per coprire un giro di contraffazione alimentare sulle cosce suine; un processo che doveva partire ma da quello che sappiamo cadrà tutto in prescrizione.
Poteva produrre una serie di rinvii a giudizio ma purtroppo non se ne farà niente; questo è un settore troppo complicato da andare a maneggiare, oppure devo pensare che ci siano cose più urgenti di cui ci si deve occupare. Che ci possiamo fare? Questo è il paese nel quale viviamo. Quello che sta succedendo qui sta minando uno dei settori produttivi più strategici d’ Italia.
Vorrei aggiungere anche che quando si lavora in questo modo si fatica a tirar fuori cose che possano essere etichettate come ‘buone’: anche perché le cose buone dovrebbero aver un po’ di etica, di valore in più, di responsabilità sociale. Per questo stiamo chiedendo alla gente, intesa come consumatori, di iniziare ad essere un po’ più attenta anche a questi aspetti.”

Pubblicato in Interviste

Scritto da

Pierfrancesco Palattella

Giornalista indipendente, web writer, fondatore e direttore del giornale online La Vera Cronaca e del progetto Professione Scrittura

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