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Gli Alpini: nascita e storia di un glorioso corpo

La maggior parte della gente comune focalizza l’attenzione sulla nota di colore che più li caratterizza, vale a dire quel cappello che ne è l’elemento distintivo corredato dalla celebre piuma leggermente inclinata all’indietro; una peculiarità ben nota e che per loro rappresenta un motivo di orgoglio nonché un modo di essere.
Far parte del loro corpo è, infatti, più che mai una vocazione e non una semplice scelta d’opportunità; essere alpini comporta l’accettazione di un determinato modo di vivere con tutti gli onori ed oneri del caso.
Gli alpini sono le truppe da montagna dell’Esercito Italiano e rappresentano oggi il più antico corpo di fanteria da montagna attivo nel mondo: nati nel 1872 con l’intento specifico di difesa dei confini delle Alpi, il loro operato era indissolubilmente legato alla conoscenza estesa del territorio montano nel quale operavano.
A dispetto di ciò tuttavia, la loro prima missione sarà in Africa impegnati nella guerra di Eritrea, come ci spiega il Responsabile della Comunicazione e Consigliere Nazionale A.N.A. (Associazione Nazionale Alpini), Cesare Lavizzari:

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Nascita degli Alpini

“Gli alpini storicamente nascono da un idea dell’allora capitano Giuseppe Domenico Perrucchetti (generale e senatore italiano considerato il padre degli alpini) di far difendere i confini delle Alpi da chi quei confini, quindi  le valli, i sentieri ed i monti, conosceva bene perché ci viveva. Così nascono gli alpini anche se, contrariamente al motivo della loro nascita, hanno il loro primo impiego in Africa nella guerra di Eritrea dove furono inviati nel 1888. Avranno però il loro battesimo di fuoco nella I Guerra Mondiale soprattutto in alta quota, dove gli alpini scriveranno pagine importantissime e gloriose.”
E risale proprio a quel periodo (fine delle I Guerra Mondiale) la nascita dell’ A.N.A., associazione di alpini che oggi conta 81 sezioni e 4200 gruppi: “L’ Ana nasce all’indomani della Grande Guerra  -ci spiega ancora Cesare Lavizzari- ad opera di un po’ di reduci: nasce a Milano nel luglio 1919 e comincia ad attrarre intorno a se tutti i reduci alpini della grande guerra che fanno la loro prima adunata, se così si può dire, sul Monte Ortigara, luogo che rappresenta una sorta di Calvario degli alpini.”

Il monte ritenuto sacro dagli Alpini

Il Calvario come noto, è il nome della collina in prossimità di Gerusalemme sulla quale, secondo i Vangeli, Gesù Cristo venne crocifisso ed il cui nome viene utilizzato nel linguaggio corrente per esprimere un particolare stato di dolore e sofferenza: in quest’ottica risulta più semplice comprenderne il parallelo con il Monte Ortigara, montagna delle Alpi al confine fra Veneto e Trentino-Alto Adige e teatro nel 1917 (nel pieno della I Guerra Mondiale) di una durissima battaglia tra il Regno di Italia e l’impero Austro-ungarico che causò diverse perdite.
“E’ il monte ritenuto più sacro per gli alpini e sul quale, in occasione della prima adunata di cui parlavo, venne posato il monumento che noi chiamiamo la Colonna Mozza, sulla quale è incisa la regola fondamentale dell’ associazione, per noi un imperativo ancora oggi: ‘per non dimenticare’.”

Caratteristiche e funzione degli Alpini

Cos’è esattamente un alpino?
“L’alpino è un uomo semplice, un uomo della montagna che ha imparato a vivere nell’ambiente forse più bello che c’è, ma che è un ambiente che chiede moltissimo e che, probabilmente, restituisce molto poco. Quindi l’alpino sa ancor prima di fare il militare che per vivere in montagna bisogna aiutarsi l’uno con l’altro. Da qui nasce lo spirito del corpo che ha fatto degli alpini uno dei reparti di elite della nazione.”
Come è cambiata storicamente la figura degli alpini?
“Mi sento di dire che la figura degli alpini non è cambiata per nulla, anche se con l’avvento dell’ esercito professionale le zone di reclutamento si sono allargate: oggi abbiamo alpini siciliani, calabresi, moltissimi sardi. Prima le zone di reclutamento erano soprattutto le regioni del nord ed alcune nel centro, in particolare l’ Abruzzo. Per il resto non  è cambiata la loro figura: è quella che noi chiamiamo la magia del cappello alpino, chi indossa quel copricapo bene o male diventa alpino. Ancora oggi, e l’hanno dimostrato ampiamente lo scorso anno che hanno dovuto passare in larga parte in Afghanistan, gli alpini sono rimasti quelli di sempre, soldati tenaci ma dotati di una particolare umanità che li rende particolarmente apprezzati in queste missioni.”

Finalità sociale del lavoro degli Alpini

Quella della finalità sociale e della missione umanitaria è un’altra caratteristica del vostro corpo?
“Certamente, soprattutto in alcune missioni come questa di cui parlavo: proprio le missioni all’estero dimostrano che c’è gente disponibile ad andare a 5000 km di distanza da casa per fare si gli interessi della nazione, ma anche per portare solidarietà ed aiuti concreti a popolazioni che ne hanno bisogno. Non a caso negli anni la nostra associazione ha cambiato il suo motto fondamentale in ‘ricordiamo i morti aiutando i vivi’: da lì nasce la spinta sociale dell’ associazione ricordando grandi figure, primo tra tutti il cappellano don Gnocch (cappellano militare degli alpini durante la II Guerra Mondiale)i.”
Qual è la forza che muove gli alpini nel loro operato?
“Il segreto vero è l’addestramento in montagna, che trasforma l’uomo. Bisogna fare i conti con una tradizione importante e soprattutto con questo addestramento che è molto duro: viene svolto in montagna, un ambiente tanto bello quanto difficile anche per le condizioni climatiche estreme.”

La figura dell’Alpino in Italia

La figura dell’ alpino ha il giusto riconoscimento nella società o viene sottovalutata?
“Riteniamo che venga un po’ sottovalutata l’immagine del soldato in generale, non tanto quella degli alpini; purtroppo scontiamo un quarantennio di demagogia assoluta, dove un soldato era dipinto come portatore di guerra e valori negativi. Sostanzialmente è l’esatto contrario, si tratta di un cittadino che si mette a disposizione della nazione per servire. In questo senso direi che è un po’ sottovalutata.”
Ci parlava prima elle missioni all’estero, ed in particolare in Afghanistan: come è l’impatto con le popolazioni locali?
“Quello che ci chiede la gente nelle nostre missioni all’ estero è soprattutto sicurezza: prendiamo l’Afghanistan, ora che si parla di un disimpegno che potrebbe avvenire a breve l’afgano è terrorizzato, perché la sicurezza che questi ragazzi hanno portato alle popolazioni locali, unita all’umanità e disponibilità,fa si che un possibile disimpegno sia visto come un fattore negativo.”

Quella dell’Alpino è una vocazione

Tornando al nostro paese invece, è innegabile che la figura dell’alpino sia sempre stata vista con molta simpatia, forse anche maggiore rispetto agli altri corpi: è d’accordo?
“Questo è così storicamente; i militari spesso non sono stati ben visti, per gli alpini è differente. Ciò dipende dal fatto che gli alpini hanno un bacino di reclutamento molto preciso e delineato per cui nelle stesse caserme finivano per andare il nonno, il papà, lo zio ecc..passavano tutti di lì ed erano tutti delle stesse valli quindi erano considerati parte integrante della società. Questo ci ha permesso di sviluppare un legame con la popolazione assolutamente duraturo.”
Per concludere, cosa si sente di dire a chi è affascinato dal corpo degli alpini e magari vorrebbe entrare a farne parte?
“Partiamo dal presupposto che oggi fare il soldato non è un lavoro ma richiede una vocazione, perché si va a svolgere un lavoro difficile e molto duro. Andare a fare il militare negli alpini probabilmente ti da anche qualcosa in più; ecco, mi sento di dire che, per entrare nelle nostre fila, è necessario capire se si possiede o no questa vocazione. Ed oggi lo si può fare sfruttando il cosiddetto progetto mini-naja, utile per capire se si è portati o meno a fare questo tipo di vita.”

Pubblicato in Interviste

Scritto da

Pierfrancesco Palattella

Giornalista indipendente, web writer, fondatore e direttore del giornale online La Vera Cronaca e del progetto Professione Scrittura

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