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Beni culturali: quel tirocinio sospetto e la protesta degli archeologi

In data 6 dicembre il Ministero per i Beni e le Attività Culturali lanciava un bando per la selezione di 500 laureati con meno di 35 anni da formare per 12 mesi nelle attività di inventariazione e digitalizzazione del patrimonio culturale italiano presso gli istituti e i luoghi di cultura statali: “500 Giovani per la Cultura”, questo il nome del bando emesso dal Ministero della Cultura che è a tutti gli effetti un tirocinio e che rientra nel progetto “Valore Cultura” nato lo scorso agosto con omonimo decreto.
Cinquemila euro lordi l’anno, questa la cifra prevista a compenso dei 12 mesi di tirocinio; che diviso per le 30/35 ore settimanali stabilite fa 416 euro al mese, circa 3,50 euro l’ora. Notizia che fa scattare la rivolta da parte degli interessati che scorgono in questa iniziativa un tentativo di ‘sfruttare’ lavoratori a basso costo per 12 mesi.
Secondo il ministro Massimo Bray le cose non stanno così e “non c’è stata alcuna volontà di sfruttare il lavoro dei giovani laureati bensì di offrire loro un’opportunità unica di formazione. La retribuzione adottata è quella prevista per i tirocini”. Questo è quanto si legge sulle pagine del sito personale del ministro Bray.

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Ministero della Cultura e ricerca di tirocinanti:

Ma le categorie potenzialmente interessate al bando insorgono, primi tra tutti gli archeologi; la Associazione Nazionale Archeologi in data 10 dicembre inoltra un comunicato stampa e parla del bando come di “un insulto”.
Siamo di fronte ad un nuovo inaccettabile reclutamento di lavoratori precari presso il MIBACT, mascherati da tirocinanti – si legge nel comunicato – l ‘Italia non ha certo bisogno di 500 precari usa e getta. Per questo scenderemo in piazza l’11 gennaio prossimo per chiedere misure urgenti a favore della buona occupazione nei beni culturali.”
Viene quindi lanciata la protesta che include tutti i professionisti dei beni culturali. Tra l’altro la vicenda ha avuto un’evoluzione proprio in queste ore: la sera del 16 dicembre i termini del bando pubblicato dieci giorni prima vengono modificati; qualcuno sostiene proprio a seguito delle proteste, altri più malignamente sottolineano come siano stati cancellati i profili di illegittimità del precedente bando così da non poter dare troppi appigli in fase di ricorso per annullamento del bando.
Fatto sta che, a seguito di questa modifica, il requisito di voto minimo per accedere alla selezione è stato portato da 110 a 100 (si parla ovviamente della votazione di laurea); è stato tolto l’obbligo di certificare il livello di competenza linguistica per l’inglese; ridotto di oltre la metà il numero di ore annue per le attività di formazione, portandole da 1400 a 600; introdotta la possibilità di un periodo di assenza di 15 giorni per motivi di studio e l’eventualità di sospendere fino a 3 mesi il tirocinio per impegni di studio.

La protesta degli Archeologi: si sfruttano i ragazzi

Modifiche sostanziali, come ci spiega la stessa Associazione Nazionale Archeologi che ha diramato il comunicato di cui sopra e ha promosso della protesta del prossimo 11 gennaio: “è importante specificare –ci dice la responsabile ufficio stampa Giovanna Vigna- che la protesta, per quanto riguarda il settore dell’archeologia, non nasce solo adesso per il bando ma va avanti da anni. La nostra associazione è nata nel novembre del 2005 proprio per la situazione di estrema precarietà dei lavoratori. In questi anni si è fatto di tutto per dialogare con le istituzioni ma alla fine a livello di politiche occupazionali non è mai cambiato nulla.”
Venendo alla specifico di questo bando, cos’è che ha scatenato la vostra protesta?
“Questo bando era previsto nel decreto Valore Cultura come segno di attenzione verso l’esigenze occupazionali del settore ma, secondo noi, con la scusa di formarti ti fanno in realtà lavorare sfruttandoti, dato che il ministero è sotto organico in quanto ha il blocco del turn over come molte altre pubbliche amministrazioni.”
Il bando è stato modificato alcuni giorni dopo
. Cosa è cambiato?
“Alle 23:30 del 16 dicembre è stato aggiornato ed alcuni requisiti sono stati espunti in modo che non è più possibile fare ricorso; perché come era prima non presentava i requisiti adeguati ed abbiamo emesso quel comunicato proprio perché era inaccettabile. 500 giovani che andavano a compensare, per un anno, la carenza di personale. Tutto ciò contrasta con le intenzioni di Letta e Bray di voler mettere la cultura al centro delle politiche e come priorità.”

Il Ministro modifica il bando:

Pensate che il ministero abbia deciso di modificare il bando dopo aver appreso della vostra protesta?
“Noi i comunicati li inviamo, quindi è possibile che sia arrivato anche a loro; tra l’altro l’argomento era stato già affrontato nel corso del’ultima puntata di ‘Che tempo che fa’ di Fabio Fazio, quando ospite era proprio il ministro Bray. Fazio ha accolto la nostra segnalazione e in quella puntata si è parlato di questo bando, oltre che del riconoscimento della professione. Forse il ministro si è sentito messo alle strette e si è cercato di porre rimedio.”
A parte questa retromarcia, voi rimanete orientati a protestare l’11 gennaio?
“La protesta dell’ 11 gennaio rimane; qui non si tratta solo del bando in questione, ma di realizzare una politica occupazionale concreta oltre che leggi ad hoc quali ad esempio come quella del riconoscimento dei professionisti dei beni culturali.”

Pubblicato in Interviste

Scritto da

Pierfrancesco Palattella

Giornalista indipendente, web writer, fondatore e direttore del giornale online La Vera Cronaca e del progetto Professione Scrittura

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