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Misteri di Cronaca Nera

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La morte di Giuseppe Uva: cosa accadde in quella caserma?

“… Non lo accetto. Abbiamo dovuto aspettare tre anni per questa perizia … Per dirci che lui ha subito delle violenze dentro dai carabinieri … lui era in una caserma protetta, lui doveva essere protetto dentro lì. Ditemi cosa è successo in quella caserma. … Perché Giuseppe è morto?“.  Lo vuole sapere la sorella, Lucia Uva, e tutti noi spettatori impotenti di un grave fatto di cronaca nera che coinvolge lo Stato italiano.
Giuseppe Uva, 43 anni, artigiano, muore la mattina del 14 giugno 2008 nell’Ospedale Di Circolo di Varese. Causa del decesso sembra essere una reazione fatale tra lo stato di ubriachezza e i tranquillanti somministratagli in ospedale. Arresto cardiaco.
Lo psichiatra, Carlo Fraticelli, è indagato per omicidio colposo. La sera prima, Giuseppe Uva era in compagnia del suo amico Alberto Biggiogero, avevano guardato insieme una partita degli Europei e bevuto qualche drink.
Poi, come racconta lo stesso Biggiogero:
”… Un po’ euforici, avevamo transennato una Via di Varese. Fermati da una gazzella dei carabinieri, il sig. Uva è stato scaraventato per terra e poi è stato scaraventato dentro l’auto e preso a pugni.
Io sono stato scaraventato dentro una volante della polizia e siamo stati portati nella caserma dei carabinieri di via Saffi, a Varese. Questi due carabinieri…, uno in particolare l’ha massacrato di botte, in caserma, insieme ai suoi colleghi. E mi dicevano: ‘Dopo arriva il tuo turno’. Quando mi sono trovato da solo, ho chiamato il 118 …
”.

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La detenzione in caserma:

Biggiogero è dunque da solo, in una stanza della caserma e sente l’amico Giuseppe Uva che urla da un’altra parte dello stabile. Lo sente lamentarsi: “Ahi! Ahi! Ahi!”. E gridare: “Basta!”. Non sa cosa fare. A chi chiedere aiuto? In quella circostanza, di certo, né ai carabinieri né alla polizia. Allora, con il suo cellulare chiama il 118 (da registrazione telefonica del 14 giugno 2008, h 05:15): “Sì, buonasera, sono Biggiogero, posso avere un’autolettiga qui alla caserma di via Saffi, all’Arma dei Carabinieri?“ “Sì, cosa succede?” “Eh, praticamente, stanno massacrando un ragazzo.” “Ma in caserma?”  “Eh sì.” “Ho capito, va be’… adesso la mando, eh…” ”Grazie!”
Ma il 118, prima di inviare un’autoambulanza, chiama la caserma di via Saffi per avere conferma (da registrazione telefonica del 14 giugno 2008, h 05:20): “Mi hanno richiesto un’ambulanza, non so, mi ha chiamato un signore dicendo di mandare un’ambulanza lì da voi, me lo conferma?” “No. Ma chi ha chiamato, scusi, eh?” ”Eh, un signore, mi ha detto che lì stanno massacrando un ragazzo e che voleva un’ambulanza” “Guarda, un attimo che chiedo, un attimo, eh!”.
Passano circa 63 secondi. Poi, i carabinieri fanno sapere al 118 che lì in caserma ci sono solo due ubriachi e che adesso toglieranno loro il cellulare. Tutto a posto. Alle ore 05:35, però, sono i carabinieri di Via Saffi a richiamare il 118.

Richiesta del Trattamento Sanitario Obbligatorio:

La richiesta è per un TSO, Trattamento Sanitario Obbligatorio. Secondo quanto afferma Biggiogero, in caserma, quella notte, mentre Uva è ancora sotto interrogato, sopraggiunge un medico:
“E’ arrivato un soggetto con dei tratti asiatici, sembrava quasi un cinese, con una borsa, forse, da medico. Da lì, il mio amico Beppe ha smesso di gridare. Questo mi ha fatto sentire sollevato come non mai. Mi sono detto: hanno smesso di pestarlo”. Ed è un medico, infatti, che dalla caserma ha chiamato il 118 per il T.S.O.: “Sono il Dott. XXXX … ho bisogno di un’ambulanza qua in caserma ai carabinieri, a Varese, che devo fare un TSO… E’ uno molto violento, molto agitato, che minaccia tutti”.

 La storia di Giuseppe Uva

Stando alla denuncia dei carabinieri, Giuseppe Uva, durante le tre ore di fermo, era così agitato e incontenibile, che ha iniziato a picchiarsi da solo, procurandosi ematomi ed escoriazioni in diverse parti del corpo. Eppure, nella caserma di via Saffi, la notte del 14 giugno 2008 c’erano diverse persone.
Dieci uomini, tra carabinieri e poliziotti. “Hanno scritto nero su bianco che quella notte lì Giuseppe si picchiava, continuava a picchiarsi. Questo l’hanno detto tutti quelli che erano nella caserma, dottori compresi. Ma io dico, cosa facevano? Godevano a vedere una persona che si picchiava? Erano in dieci uomini e non sono stati in grado di tenerlo?”
Si domanda Lucia Uva. C’è un’altra registrazione telefonica molto interessante. E’ sempre del 14 giugno, ore 07:55. Giuseppe Uva ha lasciato la caserma da circa due ore e si trova adesso nel reparto psichiatrico dell’ospedale Circolo di Varese. A parlare sono due carabinieri, uno è in servizio per strada, l’altro è in caserma, in via Saffi:
“Ascolta, non sai se qualcuno è venuto a prendere i giornali?” “No, XXXX… era impegnato con Uva Giuseppe stanotte e poi gli ho portato qua anche XXXX Franco. Non so chi è tra i due il migliore, non lo so… Uva no”. “No, no, Uva fisicamente lo puoi tenere, tanto è debole”.

 

Ricovero nella struttura ospedaliera:

Se era “fisicamente debole”, come mai non sono riusciti a tenerlo buono per impedire che si procurasse, con atti di autolesionismo, tutti quei segni di violenza visibili sul corpo? Ben visibili, certamente, anche a chi l’ha soccorso. Il dott. Carlo Fraticelli, uno dei tre medici indagati per la morte di Uva e che per ultimo avrebbe parlato con la vittima, riferisce:  “A me non disse niente di tutto questo -(di un pestaggio subito)- E non mi è stata data comunicazione di questa cosa”.
Nella struttura ospedaliera, dove è ricoverato, a Giuseppe sono somministrati dei farmaci: Tavor, En, Solfaren. E’ sedato. Arrivano anche i familiari. Possono vederlo, certo, ma per breve tempo, perché sta dormendo. Non c’è da preoccuparsi. Fra tre quattro ore si sveglierà e potranno chiacchierare quanto vorranno. Tutti si tranquillizzano. Basta aspettare che Giuseppe si svegli. Tre quattro ore, però, non riescono a passare.

I segni sul corpo di Uva:

Giuseppe Uva non si sveglia. Non si sveglierà più. Muore. Il cuore, improvvisamente, ha smesso di battere. Fine. La morte è arrivata così, senza nessun preavviso e ha colpito duramente tutti. Chi è ancora in vita, lì nell’Ospedale Di Circolo, in attesa, attonito adesso sente lo strazio, senza respiro né parole, al centro di un vuoto assoluto. Sembra impossibile. Ma è successo davvero.
Giuseppe è portato in obitorio. Il corpo, steso sotto un lenzuolo bianco, presenta ecchimosi, ematomi, gonfiori e bruciature simili a quelle procurate dalle sigarette. Perché? No, non può essersi fatto tutto quel male da solo. Lucia Uva, che è lì di fronte al fratello morto e lo osserva, ne è convinta. No. Non può essere deceduto solo per arresto cardiaco. Si richiede l’autopsia. E poi… ma cosa è accaduto, quella notte, nella caserma di via Saffi?

Indagini e prime ipotesi:

L’indagine dovrebbe partire da lì. Il procuratore di Varese, Agostino Abate, si concentra invece solo su ciò che è accaduto in ospedale, tanto che il primo processo ha come imputato un medico, Carlo Fraticelli. Secondo il pm, in ospedale sono state somministrate dosi letali di calmanti che avrebbero procurato la morte di Uva. Omicidio colposo, dunque. I familiari, che da subito si oppongono a quest’univoca linea processuale, danno vita a una forte campagna mediatica. Vogliono sapere cosa è successo la notte del 14 giugno 2008 nella caserma di via Saffi.
Giuseppe potrebbe essere una vittima di Stato. Un’altra, con Stefano Cucchi, Federico Aldovrandi e Gabriele Sandri. I dubbi sulle cause della morte di Uva cominciano a saltare fuori e a creare scompiglio. A ottobre 2011, il primo processo per omicidio colposo a carico del dott. Carlo Fraticelli è messo in discussione dal Giudice Orazio Muscato. La perizia da lui disposta e condotta da tre esperti ha certificato che “Le dosi somministrate risultano inidonee a causare il decesso”.
Uva, quindi, non è morto a causa dei farmaci. E ancora, sui jeans indossati da Uva, quel 14 giugno del 2008, sono state rinvenute tracce di sangue, macchie brunastre e biancastre, forse feci e sperma. Questa perizia deve, necessariamente, essere completata e si richiede quindi la riesumazione del cadavere. Domande: Perché una tale perizia non è stata eseguita prima? Perché i jeans macchiati di sangue sono stati subito riconsegnati alla famiglia che ha provveduto poi, e di sua iniziativa, a riportarli alla polizia? Sempre dalla perizia è emerso che su quei jeans la macchia di sangue è “macroscopica”, 16 cm x 10 cm, all’altezza del cavallo, inizialmente, derubricata dai pm a “macchia di pomodoro”.

Sentenze:

A giugno 2012, il giudice Orazio Muscato deposita le motivazioni della sentenza, assolvendo con formula piena lo psichiatra Carlo Fraticelli dall’accusa di aver somministrato dosi errate di calmanti a Giuseppe Uva provocandone la morte. Il fatto, quindi, non sussiste. Sempre secondo Muscato: “E’ legittimo diritto dei congiunti di Uva Giuseppe conoscere, dopo quasi quattro anni, se negli accadimenti intervenuti antecedentemente all’ingresso del loro congiunto in ospedale, siano ravvisabili profili di reato … tuttora rimangono sconosciuti gli accadimenti intervenuti all’interno della stazione dei carabinieri di Varese e al cui esito Uva – che mai in precedenza aveva manifestato problemi di natura psichiatrica – verrà ritenuto necessitare di un intervento particolarmente invasivo quale il trattamento sanitario obbligatorio”.
C’è poi il fascicolo bis, n° 5509/09, riguardante le forze dell’ordine, chiuso in un cassetto della procura. Anche su questo, il giudice Muscato si esprime a favore del rispetto del principio di parità tra le parti nel conoscere gli atti. Principio di parità proposto, ma non ancora attuato. Il lavoro di Muscato, in merito a questa vicenda processuale, è duramente attaccato dal pm Agostino Abate: “A livello mediatico si è formata una verità e cioè che Giuseppe Uva sia stato picchiato a morte e che il processo ai veri responsabili non si è fatto perché la procura li protegge”.

Ricorso in appello:

Il pm contesta anche l’assoluzione dei medici e presenta così ricorso in corte d’appello. A fine ottobre 2012 iniziano le nuove udienze. Si apre un nuovo processo per illuminare e rischiarare l’oscura vicenda di cronaca nera riguardante Giuseppe Uva. Per la parte civile, la responsabilità di quanto accaduto è da cercare, senza dubbio, nel comportamento delle forze dell’ordine, mentre per la procura, i colpevoli sono, assolutamente, da ricercare in ospedale.
L’udienza preliminare, questa volta, si è svolta davanti al giudice Giuseppe Fazio e a carico della psichiatra Enrica Finazzi, indagata, come Fraticelli, per omicidio colposo. Il pm Abate, poi, ha chiesto e ottenuto il rinvio del processo al 14 marzo, per riunirlo con il procedimento a carico del terzo medico indagato, inizialmente assolto, la cui posizione però è tornata in udienza preliminare a seguito del ricorso presentato in cassazione dalla Procura della Repubblica.
Benché la superperizia ordinata dal giudice Muscato abbia definito le cause della morte di Giuseppe Uva un mix di stress emotivo, lesioni e abuso di alcol e abbia fatto osservare, nella sentenza, che le dosi somministrate furono sempre corrette, sia in pronto soccorso sia in psichiatria, le udienze continuano a concentrarsi su ciò che accadde la mattina del 14 giugno in ospedale. Resta sempre nell’ombra cosa è successo a Giuseppe Uva durante le tre ore trascorse in via Saffi… Forse, per fare un po’ di luce, basterebbe togliere dal cassetto della procura e far leggere a tutti, il fascicolo aperto sul fermo di Uva, il misterioso fascicolo bis 5509/9.

Pubblicato in Misteri di Cronaca Nera

Scritto da

Alessandra Verducci

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