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Insegnanti di religione: scelti dalla Curia, pagati dallo Stato

Dalle pagine di questo giornale stiamo da tempo illustrando come la scuola pubblica italiana sia attualmente scossa da un vento di proteste dovute al precariato degli insegnanti e ai tagli e alle riforme del Governo.
La mobilitazione connessa a tali problematiche sta dando vita a svariate forme di contestazione, cui stanno aderendo organizzazioni sindacali, realtà studentesche, associazioni, coordinamenti e comitati connessi al mondo dell’istruzione pubblica.
Tali avvenimenti sono il motivo per cui la nostra redazione, pochi giorni fa, è rimasta colpita dalla lettera di un cittadino, il signor Paolo Claudio di Padova, inviata ad un noto quotidiano, al cui contenuto non veniva dato particolare risalto. Tuttavia, proprio per la particolarità e l’attualità dei concetti in essa contenuti, ci è sembrato interessante pubblicarne e riproporvi i passaggi più significativi.

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La Chiesa paghi gli insegnanti di religione

“Egregio Direttore, a causa dei recenti tagli al personale molti insegnanti precari delle scuole statali, con anni di servizio alle spalle, rischiano di restare disoccupati. Spesso hanno dei famigliari a carico e non sanno come riciclarsi perché non sono più giovanissimi. Come evitare che finiscano su lastrico? Se le casse dello Stato sono vuote quelle del Vaticano mi risultano pingui, quindi faccio un appello alla Chiesa affinché si sostituisca in tutto o in parte allo Stato nell’erogare le buste paga dei docenti di religione cattolica.
In subordine, questi ultimi potrebbero fare il bel gesto di rinunciare all’aumento di stipendio ottenuto recentemente senza dare troppo nell’occhio. In fondo le loro responsabilità didattiche non sono schiaccianti perché svolgono una materia opzionale che non è oggetto di esame finale, eppure guadagnano più dei colleghi di tutte le altre materie. Inoltre le singole scuole devono trovare le risorse e il personale per seguire gli studenti che escono dall’aula durante le loro lezioni perché hanno scelto di non usufruirne.
Al Vaticano, ai vescovi e ai 12.000 insegnanti di religione da essi sostanzialmente selezionati chiedo un gesto cristiano di concreta solidarietà verso i docenti meno fortunati che, presi dallo sconforto, potrebbero anche allontanarsi da Santa Madre Chiesa e convertirsi all’Islam. Grazie per l’attenzione”.

Come e da chi vengono scelti gli insegnanti di religione?

L’UAAR, Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti, è l’unica associazione nazionale che rappresenta le ragioni dei cittadini atei e agnostici del nostro Paese. È iscritta, con il numero 141, al registro nazionale delle associazioni di promozione sociale, istituito presso il Ministero della solidarietà sociale, fattore che le consente di essere destinataria delle scelte per il Cinque per Mille.
L’UAAR è inoltre completamente indipendente da partiti o da gruppi di pressione di qualsiasi tipo ed è quindi a tale associazione che ci siamo rivolti per capire come vengono scelti gli insegnanti di religione e quanto costano allo Stato.
Ricordiamo che l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole fu sancito dal Concordato tra Stato italiano e Chiesa: gli insegnanti di religione vengono scelti dalla curia, a suo insindacabile giudizio.
A tutti gli effetti, quindi, lo Stato italiano paga lo stipendio a lavoratori che devono rispondere ad un altro Stato (quello Vaticano), e che utilizzano lo spazio all’interno della scuola pubblica italiana per un insegnamento spesso in contrasto con i principi di laicità dello Stato stesso.

Quanto costano allo Stato gli insegnanti di religione

Per conservare il posto di lavoro, inoltre, tali insegnanti devono chiedere ogni 12 mesi il nulla osta all’autorità diocesana, dalla quale possono essere revocati anche per ragioni che non hanno nulla a che fare con le capacità dell’insegnante, ad esempio per «condotta morale pubblica in contrasto con gli insegnamenti della Chiesa».
Nel 2001, i circa 25.000 insegnanti di religione sono costati alle casse dello Stato oltre 620 milioni di Euro (1.200 miliardi delle vecchie lire). Come informa ancora l’UAAR, per risparmiare su tale costo alcuni presidi di istituti pubblici hanno tentato in passato di accorpare diverse classi (essendo pochi gli studenti che avevano scelto di frequentare l’ora di religione), ma l’iniziativa fu subito bloccata in quanto la normativa vigente prevede l’insegnante anche quando vi è un solo studente che se ne avvale.

Chi paga gli insegnanti di religione?

In poche parole le iniziative legislative per ridurre questo spreco si vanno a scontrare con le proteste ecclesiastiche per la conseguente riduzione occupazionale che ne deriva. Abbiamo quindi insegnanti di religione, entrati in ruolo con la legge 186 del 18 luglio 2003, nominati e “gestiti” dalla curia, ma pagati esclusivamente dallo Stato italiano in piena crisi finanziaria.
La riflessione del signor Paolo ci ha quindi riportato alla memoria l’ intervento di Monsignor Silvano Tomasi, rappresentante permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite e altri organismi internazionali a Ginevra che, nel corso della 13ª sessione del Consiglio per i Diritti Umani affermò:“anche se è certo che sembrano visibili alcuni segnali di crescita, la crisi continua a peggiorare la situazione di milioni di persone che non riescono a soddisfare le necessità fondamentali della vita e compromette i piani di pensionamento di molti”.

Insegnanti di ruolo malgrado la crisi

A tal proposito il rappresentante della Santa Sede indicava una pista da seguire, a partire dall’enciclica di Benedetto XVI “Caritas in Veritate”: bisogna far rispettare i principi di “onestà, giustizia e solidarietà”, “di reciprocità e di dono”, tenendo conto delle necessità delle persone.
In generale il Monsignore sottolineava come bisognasse garantire a tutti “l’accesso alle risorse per migliorare le condizioni di vita” e quindi “porre i talenti al servizio della comunità locale e del bene comune universale”. Questo, aggiungeva, è sempre stato “l’obiettivo della Dottrina Sociale della Chiesa”, con una “preoccupazione particolare per i membri più vulnerabili della società”.
Ribadiva anche che per riuscire a “dare priorità agli esseri umani e creare un ordine che li sostenga nel loro viaggio terreno, bisogna modificare le regole che governano il sistema finanziario, in vista di cambiamenti concreti”.
Il Monsignore, tuttavia, non fece esempi o riferimenti concreti su come e quando poter attuare tale forma di solidarità, cambiamento e sostegno delle categorie sociali più deboli. Ebbene, come scrive Paolo: l’occasione, volendo, ci sarebbe.

Pubblicato in Inchieste

Scritto da

Martina Lacerenza

Nata a Roma nel 1984. Laureata in Lettere. Blogger e collaboratrice giornalistica

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