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Abortire in Italia: un percorso complicato malgrado la legge

Abortire in Italia: un diritto oltre che una scelta regolato da una legge, la legge n.194 del 1978 denominata “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza.”
Una legge che va a regolare l’interruzione volontaria della gravidanza (ivg) riconoscendola come un diritto che non può essere influenzato nè messo in discussione.
Prima di quella data in Italia l’aborto era un reato per il codice penale allora vigente, il codice Rocco; in caso di aborto causato in modo consenziente era prevista una pena da 2 a 5 anni di reclusione sia per chi provocava l’aborto (il medico) sia per la donna stessa.
Anche la contraccezione era vietata e la pillola poteva essere utilizzata esclusivamente per regolare il ciclo mestruale e non come contraccettivo. Come sfogo a quella condizione in Italia si registrava un altissimo numero di aborti illegali, all’incirca 250mila ogni anno, molti dei quali eseguiti al di fuori delle strutture ospedaliere proprio per evitare di essere ‘pescati’ in una situazione di illegalità.
Con tutti i rischi del caso legati a scarsa igiene e utilizzo di strumentazione non certo professionale.

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Cosa prevede la legge del 1978 sull’aborto:

La legge approvata nel 1978 andò a istituire l’aborto legale. Questo poteva avvenire su richiesta della donna entro i 90 giorni dall’ultima mestruazione o anche in un periodo successivo qualora la gravidanza avesse potuto creare gravi problemi di salute psichica o fisica alla donna stessa.
Un articolo della legge sancisce che: “per ricorrere all’IVG devono sussistere alcune condizioni fondamentali secondo le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la salute fisica o psichica della donna, in relazione al suo stato di salute o alle sue condizioni economiche, sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o a malformazioni del concepito“.

Il referendum sull’aborto del 1981:

Per abortire si deve parlare con un medico di propria fiducia il quale andrà ad esaminare i motivi di questa richiesta; verrà quindi chiesto un periodo di 7 giorni di riflessione al termine dei quali, qualora la volontà non sia mutata, la donna può recarsi in struttura pubblica o convenzionata per ottenere l’intervento.
Una legge che fu confermata da un referendum abrogativo del 1981 nel quale si chiese ai votanti di abrogare, per l’appunto, la legge 194 del 1978 che consentiva l’aborto volontario. Referendum che ebbe risultati schiaccianti per il mantenimento della legge vedendo il 68% di contrari all’abrogazione.

Aborto e obiezione di coscienza:

Fin qui la teoria. Perchè poi nella pratica, abortire in Italia è tutt’altro che cosa semplice malgrado al legge lo consenta. E questo dipende dal fatto che quella norma dava al medico una possibilità di scelta nota come obiezione di coscienza.
In sostanza così come alla donna veniva data la facoltà di decidere se interrompere o meno la gravidanza, anche il medico poteva scegliere di accettare o meno un intervento di quel tipo.
Il medico che non vuole eseguire una interruzione volontaria di gravidanza, per motivi che rientrano nella sfera dell’etica, viene detto appunto obiettore di coscienza. Il che può portare a diverse difficoltà per chi decide di abortire.

Trovare un medico per abortire:

È questa la difficoltà maggiore. Spesso la donna che decide di abortire è costretta a sobbarcarsi un lungo iter da un ospedale ad un altro alla ricerca di un medico disposto ad eseguire l’intervento di ivg.
Il problema è che in Italia ci sono alcune regioni nelle quali i ginecologi obiettori di coscienza superano l’80%. Ecco quindi che trovare un medico disposto a intervenire può diventare un problema non da poco.
Come esito di questa situazione, può capitare di dover ricorrere a trucchi particolari per abortire come ad esempio cercare uno psichiatra compiacente che certifichi il fatto che la donna potrebbe anche arrivare a suicidarsi se non le venisse praticata l’ivg.
Così facendo si allungano i termini di interruzione volontaria di gravidanza e la donna ha ancora tempo per girare altre strutture alla ricerca di un medico disposto a praticare l’ivg.

Strutture che praticano l’aborto:

Esiste in Italia una associazione dal nome Laiga, libera associazione italiana ginecologie per l’applicazione della legge 194, sul cui portale si possono trovare molte informazioni anche relative alle strutture italiane che praticano l’ivg e ai ginecologi che accettano di eseguire questa pratica.
Secondo i dati di Laiga, in Italia sarebbero solo 1.200 su un totale di oltre 10mila ginecologi. Circa il 60% delle strutture ospedaliere italiane garantisce interventi di ivg; un numero che per il ministro della Salute è soddisfacente. Ma che comporta ancora difficoltà di accedere a interventi per abortire.
Soprattutto in alcune regioni dove è più alta la percentuale di medici che per motivi propri, etici o religiosi, non vogliono praticare interruzioni di gravidanza.
Le regioni con il più alto tasso di medici obiettori di coscienza sono, secondo fonti del ministero della Salute con la relazione del 2015, il Molise, dove il 93,3% dei ginecologi si dichiara obiettore; Basilicata (90,2%); Sicilia (87,6%); Puglia (86,1%); Campania (81,8%); Lazio e Abruzzo (80,7%).

Chiesa cattolica e opposizione all’aborto:

Ovviamente non è solo un fatto etico o di religione; spesso dietro alle scelte di questi medici obiettori si nascondono altri motivi. Anche di convenienza.
L’opposizione della chiesa cattolica all’aborto fa si che, in Italia più che in altri paesi, la condanna sociale di questa pratica sia avvertita. Con il risultato che in molti ospedali italiani i medici non vogliono praticare l’aborto anche per evitare di essere ghettizzati. O, peggio ancora, di subire pressioni.
Ecco quindi che il numero basso di medici disposti a praticare l’aborto può dipendere anche da questo retaggio. E in Italia a pagare le conseguenze sono soprattutto le donne viste le difficoltà che devono affrontare in caso di aborto.

Troppi obiettori, rischio per la salute delle donne

Una situazione denunciata anche dal Ceds, Comitato Europeo per i Diritti Sociali, che nel marzo 2014 ha condannato l’Italia per violazione dell’art. 11 della Carta Sociale Europea che tutela il diritto alla salute, proprio a causa dei troppi obiettori di coscienza che impediscono alle donne di ricorrere all’interruzione della gravidanza nelle ipotesi previste dalla legge n. 194 del 22 maggio 1978.

La pillola abortiva Ru486:

Un’altra questione legata all’aborto è quella della cosiddetta pillola abortiva, la Ru486. Si tratta della possibilità di ricorrere ad un aborto farmacologico, senza intervento chirurgico, sempre nel rispetto della legge 194.
La Ru486, nome commerciale del farmaco Mifegyne (Mifeprostone), è arrivata in Italia nel 2009 (dopo anni di rimandi e polemiche) per dare la possibilità alle donne che decidono di abortire nelle prime settimane di gravidanza di scegliere tra l’aborto chirurgico e quello farmacologico.
La pillola può essere assunta entro la settima settimana di gravidanza e agisce sul progesteone, un ormone fondamentale nella gravidanza, bloccandone l’azione. In sostanza provoca il distacco dell’embrione già impiantato nell’utero. Un aborto meno doloroso e invasivo di quello chirurgico.

Accedere al farmaco Ru486:

Autorizzata dall’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, nel luglio del 2009, la pillola abortiva Ru486 ha avuto un percorso difficile nelle singole regioni italiane che hanno poi dovuto applicare in protocolli concreti le linee guida generali.
Le Marche ad esempio non l’hanno ancora fatto e così in quella regione non è possibile accedere all’aborto farmacologico tramite Ru486. Con tutte le difficoltà del caso per le donne che decidono di interrompere volontariamente una gravidanza. Operazione consentita dalla legge italiana ma che poi nei fatti, come abbiamo visto, può diventarte un’impresa ardua.

Pubblicato in Inchieste

Scritto da

Pierfrancesco Palattella

Giornalista indipendente, web writer, fondatore e direttore del giornale online La Vera Cronaca e del progetto Professione Scrittura

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