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Inchieste

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Diventare mamma: quando il giorno più bello diventa un incubo

Diventare mamme può sembrare la cosa più naturale del mondo, soprattutto alla luce di una società che considera il parto in sé come un fatto scontato. Per la donna si tratta, invece, di una trasformazione totale, tanto delicata quanto imponente, che avviene in un tempo breve e che richiede una grande energia fisica e spirituale.
Per molte il parto rappresenta il giorno più bello della vita, da raccontare con il sorriso e la gioia nel cuore: tutto il dolore del travaglio e del concepimento sfuma, lasciando il posto a un ricordo più totalizzante non appena il bambino viene stretto fra le braccia. Non tutte, però, sono così fortunate.
Per alcune la maternità è una conquista lenta, piena di gioia, certo, ma anche di lacrime e parole non dette. Si tratta di donne che mentre partorivano hanno rischiato la vita, con conseguenze psicologiche devastanti.
Testimonianze al riguardo affollano i blog e i forum femminili, a riprova di come l’argomento sia del tutto assente dal dibattito culturale e di come nel nostro Paese non esista una cultura della maternità.

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Rischiare la vita per il parto

Anche la gestione delle difficoltà conseguenti un parto traumatico risulta completamene allo sbando. A chi si rivolgono queste donne? Come affrontano le paure, o i sensi di colpa, che derivano dall’aver lottato con la morte il giorno in cui veniva al mondo il proprio figlio?
Il sostegno, semplicemente, non c’è. Gli ospedali non forniscono questo servizio, a conferma di come, anche in casi di estremo disagio psicologico, venga implicitamente richiesto alle donne madri uno sforzo quasi sovrumano.
Quella che segue è la storia del parto di R. e, insieme a quella di altre donne, è pubblicata sul blog del gruppo attivista, Freedom for Birth -Rome Action Group, nato nel 2012 per iniziativa di un gruppo di madri, ostetriche, avvocate, psicologhe, artiste, scrittrici, giornaliste ed esperte della comunicazione per promuovere la cultura della libera scelta delle donne al momento del parto.

Testimonianza di un parto: dalla rottura delle acque al ricovero

La storia di R. comincia mentre sta per entrare in travaglio, impaziente ed emozionata per l’imminente incontro con il figlio tanto atteso. “E’ un giorno importante –racconta R.- E’ l’incontro più entusiasmante della mia vita. Sono molto emozionata. Alle 23 io e mio marito andiamo in clinica. Una clinica convenzionata scelta perché ha intrapreso il percorso per essere certificata come ‘Ospedale Amico del Bambino’.
E’ quello che desidero per me e il mio bimbo, poterlo mettere sul mio corpo subito dopo la nascita, guadarci e provare l’attaccamento al seno. Arrivata al PS, un’ostetrica mi visita e mi dice che si sono rotte le acque e che sono in pieno e avviato travaglio. Mi accompagnano in una stanza con due letti. Mio marito non può salire e non può restare con me durante il travaglio. Potrà entrare solo in sala parto.
Nella stanza con me c’è un’altra donna a cui hanno appena iniziato a indurre il parto con le prostaglandine. Siamo io e lei, sole. Mi sento tranquilla, so quello che sta accadendo, mi sono informata e mi sento preparata, pronta. Respiro, mi muovo, assumo posizioni che mi danno sollievo al dolore, respiro e respiro, mi siedo sotto la doccia calda.
Le ostetriche vengono solo due volte a vedere se va tutto bene e a visitarmi, ma c’è un sostanziale distacco e disinteresse. Si limitano a constatare ciò che accade da un punto di vista medico. Nessun tipo di vicinanza o accompagnamento, nessuna parola gentile o di accoglienza…

Sala parta e paura del dolore

Poi mi dicono di scendere in sala parto “così qualsiasi cosa accade siamo già lì”. Questa frase mi lascia perplessa e non so se sentirmi rassicurata o se al contrario mi allarma…
In sala parto, mi dicono di sdraiarmi sul lettino e mi attaccano il monitoraggio. Va tutto bene. Se ne vanno e mi lasciano lì da sola. Faccio fatica asala-parto ricordare per quanto tempo. Le contrazioni erano aumentate di intensità, dolore e frequenza. Sono sempre sdraiata col monitoraggio e quindi nell’impossibilità di muovermi o di posizionarmi diversamente.
Durante la gravidanza immaginavo di fare un parto con il mio compagno accanto, luci soffuse e musica di sottofondo. Avevo letto che un’atmosfera accogliente e protettiva avrebbe potuto facilitare il concepimento. E ora invece mi ritrovavo lì, per mia scelta comunque, sdraiata, con il monitoraggio attaccato, senza possibilità di muovermi e senza il mio compagno, con ostetriche sconosciute e distaccate che andavano e venivano…

Anestesia ed Epidurale

E niente, credo di avere iniziato ad avere paura. Paura del dolore. Paura di non riuscire a gestirlo, di non tollerarlo. Non quello che stavo vivendo in quel momento, che arrivava forte e poi scompariva e poi di nuovo ritornava, che stavo gestendo e sopportando ma quello che sarebbe arrivato di lì a poco.
Chiedo quindi alla giovane ostetrica di farmi l’epidurale. Lei mi dice che sono arrivata a 8-9 cm e mi chiede se sono proprio sicura. Era la prima comunicazione incoraggiante! 8-9 cm c’ero quasi…Nonostante questo, ho detto che la volevo. Arriva l’anestesista e mi fa l’epidurale, poi entra mio marito.
Nell’arco di un quarto d’ora il monitoraggio segnala una decelerazione cardiaca del bambino che sta per nascere (ho letto solo dopo il parto che in una piccola percentuale di casi l’epidurale può avere conseguenze di questo tipo).

Parto cesareo e risveglio: la lunga attesa per vedere il proprio bambino

C’è un momento di forte concitazione e mi dicono che stanno per farmi un taglio cesareo. Io ricordo il terrore di perdere mio figlio, la paura che morisse e di aver detto: “tiratelo fuori!” . Poi mi hanno sedata.
Quando mi sveglio, sono sul lettino e mi ricuciono. Non ho visto uscire mio figlio dalla mia pancia né ho sentito i suoi primi vagiti. Non so nulla, neanche se è nato vivo. Chiedo dov’è e mi rispondono “in braccio al papà”. Sono frastornata e ho voglia di vederlo.
Dalla sala parto mi portano in un corridoio dove c’è l’ascensore per salire al piano della mia camera. Mi passa accanto un’ostetrica con mio figlio in braccio e me lo mostra frettolosamente. Deve portarlo al nido. Chiedo e anche il mio compagno lo fa, di darmelo per farmelo almeno vedere! Mi sembra assurdo che non lo faccia! Vuole farmelo toccare e guardare?!’ Ma che umanità è questa? Che formazione professionale hanno questi operatori?
C’è stato un intervento urgente e ho avuto il terrore di perdere il mio bambino, vuole chiedermi se ho voglia e bisogno di tenerlo tra le braccia? Mio figlio è avvolto in un panno e anche io sono vestita. Me lo poggiano addosso e lui con gli occhietti aperti mi fissa…dopo pochissimi minuti me lo porta via. Vengo portata nella mia stanza e nonostante chieda più volte di portarmi il bambino questo non avviene.

La scelta di avere il bambino con sè dopo il parto:

Ho passato l’intera notte sveglia in preda all’angoscia, ai tremori dell’anestesia che andava via, al dolore di non poter stare con il mio piccolo bambino efamiglia che lui non potesse stare attaccato alla sua mamma, con la paura di non riconoscerlo, che non mi piacesse. Sentendomi in colpa…
Non mi è stata data nessuna motivazione specifica se non che dovevano visitarlo e monitorarlo. Appena nato il bambino aveva un indice di apgar o indice di vitalità pari a 7 al 1’ e 9 al 5’. Il massimo è 10! Io penso che il motivo fosse un altro ovvero che erano le 4.00 del mattino, io ero una cesarizzata e nessuno aveva voglia di supportarmi nella mia scelta di avere il bambino con me.

Da sola in una stanza dopo il parto:

L’intera notte in quella stanza ci siamo state io e l’altra donna G. alla quale intanto era stata iniettata ossitocina sintetica ed è in pieno travaglio indotto, sdraiata sul letto e attaccata al monitoraggio. Senza nessuna assistenza. Io e lei di nuovo. G. mi chiede di aiutarla nel travaglio perché sta soffrendo molto.
E’ stata con me durante il mio e dice che non ho mai urlato ma sempre respirato e mi chiede di respirare con lei. Abbiamo respirato insieme tutta la notte fino al suo parto. Il giorno dopo mi dicono che se voglio mio figlio con me devo occuparmi di tutto io e fare tutto da sola. Subito mi metto in piedi per dimostrare che me la cavo e che posso essere autosufficiente. Nonostante questo non mi lasciano il bimbo in modo continuativo durante il giorno e di nuovo lo portano via la notte…

Nessun supporto in una situazione di forte stress

Mi ferisce e mi fa ancora soffrire pensare che, nonostante le mie continue richieste, dopo il parto, mio figlio non abbia potuto avere accanto la mamma e io accanto a me lui; che non abbia potuto vivere il contatto di pelle ed essere attaccato subitaneamente al seno.
E mi fa arrabbiare e indignare questo atteggiamento di freddezza e incomprensione, di assoluta mancanza di empatia e di sostegno nel post partum mio e di mio figlio, di non rispetto per le mie scelte di madre. Così come l’avermi imposto decisioni che non mi sono state sufficientemente spiegate, né condivise, né motivate.
Non è chiedere la luna volere personale ostetrico e in generale sanitario che sia umano, preparato, aggiornato e rispettoso. Noi donne in gravidanza ormai ne sappiamo più di loro! E’ la richiesta di una professionalità formata in modo differente e che si esprime in modo differente, che accompagna e supporta le donne e i loro figli e le loro figlie nel momento del parto, che rispetta le scelte e sostiene le competenze, in particolare in situazioni di forte stress e/o difficoltà.
E comunque anche avessero avuto motivazioni clinicamente valide per la separazione subitanea tra me e mio figlio, resta il fatto che ho avuto un cesareo d’urgenza e paura che mio figlio morisse e nessun sostegno concreto ed emotivo mi e ci è stato dato dopo il parto. Mi hanno lasciato definitivamente il bambino solo il terzo giorno.
La ristrettezza dell’orario di visite concesso ai papà è un altro elemento che non ha aiutato…solo tre ore al dì. Certamente sapevo di questo orario di visite, ma non avevo previsto un post-partum così duro e privo di sostegno…

Assenza di empatia e comprensione del personale sanitario

Perché vi scrivo la mia storia e quella del mio bimbo al momento della nascita? Perché ho capito che forse mi può fare bene parlarne. Raccontare,ospedale condividere e tirare fuori la rabbia e la sofferenza.
Perché purtroppo è una storia condivisa da molte donne. Leggo tanti racconti su tc d’urgenza dopo la mia esperienza e tutti sono caratterizzati da sofferenza profonda e difficile da elaborare e superare, senso di inadeguatezza e colpa… Come nel mio caso, l’aspetto più terribile è proprio non avere potuto scegliere di tenere il proprio bambino o la propria bambina con sé e l’assenza di supporto emotivo, di empatia e comprensione del personale sanitario.

La mancanza del contatto con il bimbo

Ho sofferto tantissimo e mi sono addossata tante colpe e responsabilità e mi sono sentita non capace, triste. Soprattutto non ero stata in grado di proteggere mio figlio appena nato. Non ero riuscita a tenerlo con me, a garantirgli un venire al mondo gentile e accogliente, amorevole e caldo. Non avevo potuto tenerlo stretto a me e farlo sentire sicuro.
Non avevamo potuto guardarci nelle prime due ore dalla nascita, persi occhi negli occhi e innamorarci l’una dell’altro….Me l’avevano portato via e io? Cosa altro avrei potuto fare? O dovuto fare? Quali altri strumenti avevo e hanno le donne per difendere i loro bisogni e diritti in quei momenti? Trascinarmi fino al nido? Urlare come una pazza che me lo dessero!?!
Non ho fatto nulla oltre che chiamare continuamente le ostetriche del nido e chiedere a tutte quelle che venivano e al medico stesso.

Assistenza ricevuta durante il parto

E quando si sono presentate difficoltà nell’allattamento, a tratti, ho anche pensato che quella che mi aspettavo fosse l’esperienza più bella della mia vita fosse in realtà l’esperienza più brutta, da cancellare e da rifare. Una cosa orribile. Una sensazione terribile…
Volevo piangere…e mi sentivo ancora di più in colpa verso mio figlio. Il mio umore triste e la paura di sbagliare ancora sicuramente hanno avuto ricadute nell’iniziale rapporto con il mio piccolo amore. E credo che il tipo di assistenza ricevuta, priva di ascolto, comprensione e sostegno, in travaglio, parto e soprattutto nel post-partum abbia avuto, per me, un peso determinante sul mio vissuto di neomamma e sulla percezione delle mie competenze come genitore alle prime armi…

Sostegno adeguato e umano al momento del parto

Non voglio che queste cose accadano ancora. Che altre donne debbano subire questi comportamenti di mancanza di rispetto per le proprie scelte e di disinteresse in un momento così delicato e significativo della loro vita. Non voglio che altre donne vivano ancora sofferenze evitabili e inutili. E così anche i loro figli e le loro figlie.
Voglio che tutte le donne abbiano un sostegno adeguato e umano in tutte le strutture in cui scelgono di partorire. Che abbiano corrette informazioni anche durante il travaglio e dopo la nascita. Voglio che le donne vengano rispettate e accolte nei loro bisogni e nelle loro scelte!

Pubblicato in Inchieste

Scritto da

Martina Lacerenza

Nata a Roma nel 1984. Laureata in Lettere. Blogger e collaboratrice giornalistica

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