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Elettroshock, una storia controversa: in Italia ancora si applica

La terapia elettroconvulsivante (TEC), meglio nota come elettroshock, è una terapia psichiatrica altamente controversa e ciclicamente dibattuta che basa il proprio fondamento scientifico sulla constatazione che una convulsione di tipo epilettico abbia effetti positivi su alcuni disturbi psichici.
Da un punto di vista storico, dopo vari tentativi e diversi modi di provocare queste convulsioni si arrivò, sul finire degli anni ’30, a ricorrere all’elettricità per ottenere l’effetto desiderato.
Tale terapia venne introdotta in quegli anni dai neurologi italiani Ugo Cerletti e Lucio Bini e prese il nome di elettroshock; una scossa di corrente elettrica, per l’appunto, che passa nel cervello del paziente riattivandone istantaneamente i neurotrasmettitori, ovvero i ‘messaggeri’ chimici del cervello in grado di regolare le nostre sensazioni fisiche, fisiologiche e psicologiche.

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Come funziona l’elettroshock

Un trattamento piuttosto forte ed invasivo quindi, che per alcuni è indispensabile mentre per altri sarebbe solo una forma di arcaica violenza da abolire; naturalmente negli anni questa terapia si è evoluta ed ha passato diversi stadi. Se inizialmente l’utilizzo era ritenuto estremamente pericoloso (e da applicare esclusivamente per tenere a bada i pazienti più ‘agitati’) negli anni la sua applicazione si è affinata ed è mutata.
TEC (trattamento di terapia elettroconvulsivante) è il suo nome attuale, figlia ed evoluzione del vecchio elettroshock. Il TEC viene presentato ad oggi come una terapia meno invasiva, unilaterale nel senso che va a coinvolgere soltanto uno dei due emisferi cerebrali.
Anche la sua forma di somministrazione sarebbe mutata nel tempo: niente più pazienti ‘costretti’ su sedie e lettini o legati con lacci e cinghie, immagine tipica che viene in mente quando si pensa all’ elettroshock. Oggi il trattamento di terapia elettroconvulsivante viene eseguito previa anestesia totale, con l’obbligo di presenza di uno psichiatra e di un anestesista e tramite macchinari computerizzati altamente tecnologici.
La terapia dell’ elettroshock funziona nel seguente modo: al paziente vengono applicate due elettrodi (piastrine metalliche) in punti specifici della testa attraverso i quali viene fatta passare una corrente elettrica a basso voltaggio per un tempo che va dai 2 agli 8 secondi. Un procedimento standard cui i pazienti trattati si sottopongono ciclicamente in varie sedute previo ricovero.

Quando si può ricorrere all’ elettroshock

In Italia, le linee guida per ricorrere a questa terapia sono state indicate nel 1999 dal ministero della Sanità ed hanno fissato determinati paletti: la circolare stabilì infatti che la TEC deve essere somministrata esclusivamente nei casi di “episodi depressivi gravi con sintomi psicotici e rallentamento psicomotorio”, soltanto dopo avere ottenuto il consenso informato scritto del paziente (o di chi ne fa le veci) al quale devono essere esposti chiaramente il funzionamento della terapia, rischi, benefici e possibili alternative.
Il trattamento di terapia elettroconvulsivante deve essere inoltre somministrato solo dopo aver tentato la via farmacologica per curare il disturbo; in sostanza, gli psichiatri sono tenuti a farvi ricorso solo dopo aver constatato l’innefficacia dei farmaci.

Una scossa per recuperare meccanismi cerebrali perduti

L’ elettroshock infatti è sostanzialmente una scossa che dovrebbe servire a rivivificare meccanismi cerebrali che sono stati intaccati dalla malattia (come ad esempio nel caso delle forme più gravi di depressione) e va a sostituire l’intervento farmacologico (si pensi agli psicofarmaci) qualora questo sia risultato vano.
Una terapia, quella del trattamento elettroconvulsivante, alla quale ricorrere solo nei casi più gravi o in emergenza anche in virtù del fatto che proprio le linee guida dettate dal ministero della Sanità nel 1999 evidenziano come la superiorità del TEC rispetto ad alcune cure a base di farmaci e psicofarmaci sia tutta da dimostrare; oltre a sottolineare come, anche nel caso di ricorso a questa terapia, siano frequenti le ricadute. I detrattori di questa terapia aggiungono anche la presenza di ‘strascichi’ posteriori quali gravi danni alla memoria una volta terminata la terapia.

L’ elettroshock oggi in Italia

In sostanza, non una terapia perfetta ma un rimedio da utilizzare in pochissimi casi e che comunque non garantisce di lasciare solo effetti benefici né di alleviare la sofferenza mentale. Oltre che argomento destinato a dividere e creare dissensi tra punti di vista opposti.
Detto della storia e del funzionamento del trattamento di terapia elettroconvulsivante, la questione importante per quanto riguarda il presente è un’altra; negli ospedali italiani si ricorre ancora all’elettroshock. In Italia, dal 2008 al 2010, sono stati oltre 1.400 i casi di pazienti che hanno ricevuto, in 91 diverse strutture ospedaliere, una terapia basata sull’elettroshock.

Elettroshock anche per curare la depressione

I numeri, piuttosto importanti, sono stati forniti direttamente dalla Commissione d’inchiesta sul Servizio Sanitario Nazionale ed hanno provocato viva sorpresa indipendentemente da come la si pensi sulla terapia.
Secondo il presidente della suddetta Commissione, Ignazio Marino, ciò che sorprende maggiormente è il fatto che, in alcuni di questi oltre 1.400 casi, la terapia venga utilizzata in prima battuta e non dopo aver tentato un percorso terapeutico, psicologico o psichiatrico con l’utilizzo di psicofarmaci mirati.
Ci sarebbero, sempre secondo Ignazio Marino, casi di pazienti colpiti da depressione grave che vengono sottoposti direttamente a terapia elettroconvulsivante contravvenendo quanto dettato dalle linee guida del ministero della Sanità che prevede il trattamento elettroconvulsivante come ‘ultima spiaggia’.

Critiche all’ elettroshock

Contro l’elettroshock si schierano con vigore le molte associazioni nate per combatterlo; per loro sarebbe un trattamento approssimativo, estremamente invasivo quando non violento, storicamente superato, inefficace e con gravi effetti collaterali. Inoltre si sottolinea come non sempre sia possibile offrire al paziente (per evidenti motivi legati al suo stato psichico) la possibilità di scegliere se accettare o meno la terapia.
Critiche e perplessità probabilmente fondate per una terapia destinata a dividere ed i cui effetti (positivi e negativi) dovrebbero essere una volta per tutti conosciuti con certezza;  ad oggi il dato incontrovertibile è quello relativo agli oltre 1.400 pazienti ancora trattati, in Italia, con questa terapia.

Pubblicato in Inchieste

Scritto da

Pierfrancesco Palattella

Giornalista indipendente, web writer, fondatore e direttore del giornale online La Vera Cronaca e del progetto Professione Scrittura

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