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Storie di scrittori precari: quando il lavoro è volontariato

Quello dello scrittore come professione in bilico costante sul precariato è un clichè piuttosto adoperato ma che corrisponde tristemente alla realtà: chiunque provi o abbia provato in passato ad avvicinarsi a questo mondo sa benissimo di cosa si parla e tentare di lavorare (o campare) con la scrittura, oggi come oggi in Italia, è pura utopia. Un qualcosa da fuggire. O da consigliare ai peggiori nemici.
Andando contro questa deriva inesorabile tuttavia, non sono pochi i casi che continuano a seguire il proprio percorso e che vivono quella della scrittura come un qualcosa di irrinunciabile contribuendo a mantenerla viva, libera e a darle centralità all’interno di una società che viceversa tende sempre più a marginalizzarla.
C’è insomma chi insiste, tentando di restare a galla finanche nel profondo mare del precariato e dell’ incertezza: e c’è chi di questa condizione ne fa persino il proprio manifesto programmatico, il proprio slogan.

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Scrittori precari: storia di un blog

È il caso ad esempio del collettivo Scrittori precari, nato nel dicembre 2008: nato, come si legge nel blog del collettivo http://scrittoriprecari.wordpress.com come rivendicazione della centralità della scrittura e della sua condivisione attraverso la lettura pubblica, in particolare nelle forme di una narrazione in grado di declinare questi nostri anni sacrificati sull’altare della flessibilità: di una letteratura intesa dunque come forma d’impegno civile che sappia spezzare il ritornello della “crisi” con cui si continuano a giustificare i tagli e le disattenzioni reiterate nei confronti del mondo del lavoro, della scuola, dell’istruzione e della cultura.
Una sorta di apologia della scrittura, in un impeto quasi catartico per rifuggire dai ritornelli e luoghi comuni sorti intorno ad una crisi che ha dato la spallata definitiva ad un settore già traballante. Come ci spiega uno dei 2 fondatori del collettivo, Simone Ghelli.
“La nostra storia nasce nel 2008, ci siamo trovati con altre due persone e tutto è nato dalla nostra condizione effettiva di precarietà nel lavoro: anche se in realtà andrebbe capovolta la definizione perché, secondo me, viene prima la dimensione lavorativa che non quella dello scrittore. Proprio quello della scrittura è stato il terreno comune sul quale ci siamo trovati, con il passare del tempo, con molti altri. La cosa è andata avanti anche perché la nostra condizione è rimasta quella, non è migliorata; diciamo che a livello lavorativo siamo abbastanza esemplificativi della nostra generazione.”

Portare la lettura in mezzo alle persone

Siete tutti quanti scrittori?
Siamo scrittori che pubblicano con piccoli editori; il nostro progetto è figlio della volontà di portare la lettura in mezzo alle persone. Ultimamente abbiamo dovuto un po’ rallentare, ma nei primi due anni è stato un lavoro molto intenso. Abbiamo fatto anche un tour in giro per l’ Italia, quasi fossimo un gruppo musicale: diverse tappe nelle quali portavamo la lettura in mezzo alla gente. Il collettivo nasce proprio con quell’intento, ed il blog è stato un apparato scritto che abbiamo fatto in seguito e che portiamo avanti da più di 3 anni.”
Avete un’ ideologia particolare da portare avanti? Anche a livello politico?
“Non siamo un movimento, non abbiamo un manifesto né seguiamo un partito; semplicemente partiamo dal presupposto che la cosa importante è raccontare le cose, ma cercare di farlo da un punto di vista diverso. Se ascoltiamo i dibattiti in tv, si dicono le stesse cose di 4 anni fa. La crisi del 2008 che è una crisi in cui viviamo tutt’ora: il nostro obiettivo era dare una narrazione del presente che fosse differente da quello raccontato dalla televisione e dai media.”
A quali parametri corrisponde la vostra narrazione della attualità e di questo presente fatto di crisi economica e non solo?
L’intento di disinnescare questo meccanismo per il quale la parola è addomesticata e di conseguenza si usano parole ormai svuotate di ogni significato è uno dei nostri obiettivi: anche la parola ‘precariato’ oggi non ha lo stesso significato di quattro anni fa. Questo è il dato di fondo.”

Se il lavoro dello scrittore è volontariato

A proposito di precariato, immaginiamo che questa vostra attività non vi dia molto da mangiare
“Direi di no: quando facciamo queste cose chiediamo al massimo un rimborso se dobbiamo spostarci, i soldi necessari per mangiare e bere una cosa; non è assolutamente una fonte di guadagno. Purtroppo qui si apre tutto il capitolo del lavoro culturale come volontariato.”
Parliamone di questo argomento
Per me è un problema complesso: la mia generazione, quella che va dai 30 ai 40, è cresciuta in un contesto nel quale ci hanno fatto credere che studiare o fare determinate cose sarebbe servito ad avere poi degli sbocchi: questo sistema ad un certo punto è imploso. Master, stage ecc..sono tutte forme per parcheggiare forza lavoro. Molte persone continuano ad accettare questa cosa io non credo che porti da nessuna parte. Fare uno stage gratis quando poi in realtà non c’è uno sbocco lavorativo non porta assolutamente a niente.”
Eppure sono molte le realtà che oggi si basano su questo meccanismo
“E’ vero. Molte situazione vanno avanti così, anche diverse che si definiscono di sinistra o alternative: poi se si va a vedere nello specifico, ti accorgi che molti editori campano con gli stagisti gratis. È un sistema che andrebbe rifondato. Io al punto in cui sono arrivato non lavoro gratis più per nessuno; non faccio guadagnare gli altri. In passato l’ho fatto, poi ho capito che lavorare per gli altri e farli guadagnare non serve a niente.”

Come sopravvivere svolgendo una professione intellettuale

E un problema quindi dal quale non se ne esce?
Io ne sono uscito fuori nella maniera più semplice possibile: faccio un lavoro che non coincide al 100% con i miei interessi ma che mi dà il necessario per vivere e mi lascia il tempo libero per fare quel che mi piace.”
E chi volesse invece vivere di un lavoro culturale/intellettuale? Deve rassegnarsi?
“Se le cose non cambiano la dimensione culturale in Italia continuerà ad essere una dimensione di volontariato: e pensandoci bene, questa dimensione già è tanto che esista. Se non ci fosse quella ci sarebbe il nulla. Il consiglio che do io è che, se deve essere una dimensione di volontariato, che sia almeno un volontariato creato da noi stessi e non per far guadagnare altri.”
Avete mai avuto qualche riscontro da realtà politiche istituzionali?
Abbiamo fatto rete con altre realtà culturali che si occupano di questioni lavorative. Dai partiti non siamo mai stati contattati: siamo usciti qualche volta su alcuni giornali che fanno capo a partiti, questo si. Ma mai di più.”
A proposito di uscite su giornali, come è nata la vicenda di Libero e di quella definizione che è ora il sottotitolo del vostro blog?
“Tutto è partito in riferimento al famoso dibattito sull’ andar via dall’Italia perché qui non si riesce a fare niente: noi trattammo la questione, la cosa girò un po’ e Libero, era il 2009, scrisse un articolo con quella frase (Saranno anche precari, ma di certo non sono scrittori – Libero, 1/9/09) che divenne poi il nostro sottotitolo. Tra l’altro ci azzeccò in maniera impeccabile perché, come dicevo, noi siamo prima precari e poi scrittori; per cui in quella situazione volendoci attaccare ha detto una cosa a nostro favore. E che noi abbiamo usato come slogan del nostro collettivo.”

Pubblicato in Interviste

Scritto da

Pierfrancesco Palattella

Giornalista indipendente, web writer, fondatore e direttore del giornale online La Vera Cronaca e del progetto Professione Scrittura

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