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Che fine fanno i fondi per i centri antiviolenza?

I centri antiviolenza in Italia rischiano la chiusura per mancanza di fondi. Il centro romano “Lopez e Colesanti” è sotto sfratto; “La Casa Fiorinda” a Napoli ha chiuso e le “Onde” di Palermo sopravvivono con uno sportello telefonico. Solo per fare alcuni esempi.
La legge 119 del 2013 sul femminicidio prevedeva l’erogazione di 10 milioni di euro all’anno per questi centri. Alcune regioni ne hanno usufruito molto tardi e in altre i soldi non si sono proprio visti.
Abbiamo parlato di questo con la Dottoressa Titti Carrano, avvocata e presidente dell’associazione D.I.Re.- Donne in rete contro la violenza.

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L’associazione D.I.Re:

Dottoressa Carrano, lei è presidente di D.I.Re. Ci spiega di cosa si occupa la sua associazione e quando è nata?
“L’associazione Dire nasce nel 2008. Crediamo molto nel lavoro di rete, nel confronto, nell’essere così rappresentative e presenti sul territorio nazionale. Da quarantasei centri antiviolenza nel 2008 oggi siamo saliti a settantacinque su tutto il territorio nazionale. Agiamo non solo a livello nazionale ma anche internazionale, sempre in rete. Siamo tra le socie fondatrici della rete europea ‘Wave’ contro la violenza sulle donne e nel global network ‘Women Science’ che invece è la rete mondiale dei centri antiviolenza. Abbiamo ottenuto lo status consultivo alle Nazioni Unite con l’obiettivo di portare a livello internazionale quella che è la situazione dei centri antiviolenza in Italia.”
Quale è il ruolo dei centri antiviolenza e come sostengono in concreto le donne?
“I centri antiviolenza sono stati la prima risposta alla violenza maschile sulle donne. E lo sono ancora. Riduttivamente si pensa al centro antiviolenza come un luogo al quale si rivolgono le donne quando subiscono minacce e abusi. Ci sono colloqui telefonici, accoglienza, sostegno psicologico e legale, gruppi di auto aiuto e ospitalità nelle case rifugio lì dove sono presenti. L’aspetto dei centri è che sono un motore di cambiamento di questa cultura che genera e giustifica la violenza.”
Come sono organizzati questi centri?
“Ogni centro ha la sua rete territoriale formata da istituzioni, forze dell’ordine, tribunali e servizi sociali. Agiamo su quelli che possono essere i punti chiave: riconoscere la violenza e non confonderla con il conflitto perché sono due situazioni diverse. Facciamo azione di formazione e sensibilizzazione proprio per questo.”

I bambini rimasti orfani per casi di femminicidio:

La vostra associazione è impegnata nel Progetto Daphne Switch-of. Ci spiega di cosa si tratta?
“È un progetto europeo, capofila è la Seconda Università di Napoli. E ‘il frutto di una ricerca lunga e dolorosa sui bambini rimasti orfani di madre perché uccise dal loro padre. Interviste che confluiranno in una relazione che pubblicheremo il 20 settembre. Ciò che emerge è la sottovalutazione del problema e l’isolamento che hanno vissuto. Il sentirsi quasi uno stigma addosso e soprattutto abbandonati.”
Cosa si può fare per questi ragazzi?
“È importante che ci siano anche delle modifiche legislative affinché possano essere sostenuti, insieme ai parenti che se ne fanno carico, gli orfani che subiscono questo trauma. La madre è morta uccisa dal padre e il padre in carcere. Hanno bisogno di essere accompagnati in questa crescita.”

Dove sono i fondi stanziati per i centri antiviolenza:

E’ difficile convincere a denunciare una donna che ha subìto una violenza?
“I centri sono la risposta alla violenza e sono luoghi dove le donne possono rivolgersi in piena tranquillità e autonomia con la garanzia dell’anonimato. Molte donne arrivano alla denuncia solo in casi estremi per tanti motivi. Paura di non voler scegliere questa soluzione, paura di non essere credute e anche per una sfiducia nelle istituzioni. Purtroppo va detto. Nel momento in cui si dice alla donna di denunciare, nel momento in cui lei lo fa, dopo cosa si garantisce?”
Alcuni di questi centri rischiano la chiusura per mancanza dei fondi. Che fine hanno fatto quelli già stanziati dal governo?
“Oggi più che mai il problema della chiusura dei centri è molto forte. Lo Stato in questo momento non è in grado di dare risposte. La trance dei finanziamenti del 2013-2014 è stata erogata dal Dipartimento delle Pari Opportunità del Governo alle regioni. La situazione è molto frammentata e diversa da regione a regione. Ci sono stati ritardi da parte delle regioni con rallentamenti e fondi concessi molto tardi o non concessi proprio. È qualcosa che va rivisto e che abbiamo fatto già presente al dipartimento pari opportunità. La trance relativa al 2015 è ferma. Ancora non è stata erogata alle regioni e sono comunque cifre che non risolvono il problema. Ci vogliono interventi strutturali con una programmazione di lungo periodo.”
Lei è avvocata. E’ proprio indispensabile che una donna sia uccisa affinché la legge possa crederle? Ci sono tante campagne di sensibilizzazione tra cui #questononèamore, pubblicizzata dal parlamento. Cosa manca?
“Il problema non è la legge ma l’applicazione della legge. I processi devono avere tempi celeri e certi, per dare una risposta immediata alle donne. Il problema di applicazione delle legge è un problema di formazione. Riconoscere la violenza e non sottovalutare gli elementi di rischio. Sono tutti capisaldi che potrebbero portare ad azioni di tutela delle donne. Sotto questo profilo abbiamo una frammentazione a livello nazionale. Per esempio gli ordini di protezione: ci sono alcuni tribunali che li emettono in tempi rapidissimi, altri meno. Ecco bisognerebbe lavorare su questo.”

Pubblicato in Interviste

Scritto da

Diletta Della Rocca

Calabrese, testarda e con la passione per il giornalismo.

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