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Braccialetto elettronico: c’è la legga ma sono finiti i fondi

In Italia è emergenza carceraria. I penitenziari sono pieni e non si trova il modo giusto per risolvere questo problema, ma solo procedimenti tampone. La Corte Europea per i diritti dell’Uomo con la “Sentenza Torreggiani” ha sanzionato l’Italia imponendo il risarcimento a tutti quei detenuti che hanno subito trattamenti contrari all’Art.3 della Costituzione Europea dei Diritti dell’Uomo che sancisce il divieto di pene o trattamenti inumani e degradanti.
Per questo motivo si è resa necessaria l’introduzione di una norma specifica per sorvegliare e tenere sotto controllo questa situazione. Il decreto Svuota Carceri, nato da questa esigenza, prevede quelle che sono le misure alternative di detenzione in carcere: la riduzione della pena, affidamento in prova ai servizi sociali, detenzione domiciliare e uso del braccialetto elettronico.

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Storia e funzionamento del braccialetto elettronico

La storia del braccialetto elettronico è quella di un lungo e travagliato percorso tra governo e la Telecom, azienda produttrice del dispositivo. È uno strumento elettronico che applicato alla caviglia o al polso, permette all’Autorità Giudiziaria di monitorare costantemente i movimenti di chi lo indossa. Il bracciale, emette onde radio a bassa frequenza grazie a una centralina sistemata a casa del carcerato che trasmette il segnale alla centrale operativa più vicina.
L’apparecchio ha un raggio di azione superiore ai 100 metri e se la persona si allontana dal perimetro, la centralina smette di mandare il segnale ma invia alla centrale un allarme sonoro. L’operatore presente in centrale si metterà quindi, subito in contatto con il detenuto per capire cosa succede. In caso di evasione la centrale manderà una pattuglia presso l’abitazione.Il braccialetto elettronico previsto dall’articolo 275 bis del Codice di procedura Penale è stato introdotto nel 2001 quando l’allora Ministro dell’Interno Enzo Bianco, diede il via alla sperimentazione di questi dispositivi: 400 braccialetti per un costo esoso di oltre 11 milioni di euro in due anni.

Da utilizzarsi solo per i domiciliari

Nel 2003 il nuovo Ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu firma una nuova convenzione con la Telecom, pattuendo la stessa quantità di braccialetti fino al 2011, per un costo superiore a dieci milioni di euro. Nei primi mesi del 2012 però c’è un terzo rinnovo, questa volta a opera di Annamaria Cancellieri, all’epoca del Governo Monti Ministro dell’Interno, che conferma la convenzione con la Telecom, nonostante la sua collega Paola Severino di Benedetto Ministro della Giustizia, non era molto d’accordo.
La Severino infatti, non aveva firmato nessun rinnovo, almeno non prima di valutare una effettiva utilità del braccialetto. La cosa passò poi in sordina, dilapidata con l’affermazione alla stampa della Severino: “Non c’è nessuno screzio tra noi, ma solo intesa. I braccialetti sono previsti dalla legge”.
Dopo questo idillio, gli anni che passano e le carceri in esubero di detenuti, ecco che subentra il governo Enrico Letta, alle prese con le riforme richieste dall’Europa per il rilancio del nostro paese. Nella squadra di governo rispunta Annamaria Cancellieri, questa volta come Ministro della Giustizia che ritorna sul braccialetto elettronico da usarsi solo per gli arresti domiciliari, misura introdotta nel decreto svuota-carceri.

C’è la legge ma mancano i fondi per i braccialetti elettronici

In questi giorni però, il capo della Polizia Alessandro Pansa, ha diramato una comunicazione ufficiale chiedendo al capo di gabinetto del Ministero della Giustizia, Giovanni Milillo, di scrivere ai procuratori delle Corti di Appello di tutta Italia, spiegando che sono terminati i fondi e non ci sarà per tutto il prossimo anno la distribuzione di braccialetti elettronici.
Non ci sono più i dispositivi e quindi i detenuti ritorneranno in carcere. Il ministero aveva a disposizione 2.000 dispositivi ottenuti attraverso la convenzione con Telecom, però poi il Consiglio di Stato ha cancellato questa convenzione perchè troppo esosa e per avere nuovi braccialetti, bisogna sottoscrivere una nuova convenzione.
In Italia però la burocrazia è molto lenta, e per firmare il contratto e aspettare la diffusione dei braccialetti, ci vorrà un bel po’, come confermato da Alessandro Pansa, che senza mezzi termini ha spiegato che le forniture non saranno disponibili prima di marzo-aprile.
Toccherà ora ai magistrati capire come muoversi, dovranno decidere chi lasciare ai domiciliari e chi eventualmente riportare in carcere o per ipotesi assurda, decidere di riutilizzare i braccialetti elettronici.

Pubblicato in Inchieste

Scritto da

Diletta Della Rocca

Calabrese, testarda e con la passione per il giornalismo.

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