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La strage di Latina: i perchè di un gesto premeditato

Antonietta Gargiulo poteva essere salvata? E le figlie a quest’ora sarebbero ancora vive? Domande alle quali forse non riusciremo mai a rispondere e che lasciano l’ amaro in bocca. La moglie del carabiniere Luigi Capasso, autore della strage familiare del 28 febbraio a Cisterna (Latina) è sedata e ricoverata nella terapia intensiva dell’ospedale San Camillo di Roma. La donna ha riportato ferite da colpi d’arma da fuoco alla mandibola, alla scapola e all’addome. Al suo risveglio con molta probabilità proverà una angoscia e una inquietudine che forse non le darà più pace.
Il marito ha ucciso entrambe le sue figlie togliendosi la vita: un vero e proprio massacro. Giorno dopo giorno emergono nuovi dettagli che fanno comprendere la premeditazione del gesto del carabiniere. Non è un caso isolato, infatti, che dal femminicidio si passi al figlicidio. Sempre più uomini uccidono i propri figli per una rivalsa nei confronti della donna che non vuole più una relazione malata o semplicemente vuole rifarsi una vita con un’altra persona.
Abbiamo parlato proprio di questo argomento con la Dottoressa Simona Nigro, Psicologa e Psicoteraputa ISP (Istituto per lo Studio delle Psicoterapie di Roma) nonché Vicepresidente dell’Associazione Artemisia Gentileschi, attiva nella cittadina di Paola (Cs) che si occupa di tutela contro ogni forma di violenza, con particolare attenzione alla violenza di genere.

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I perché della strage di Latina

Dottoressa Nigro, è di qualche giorno l’ultimo caso di violenza consumata tra le mura domestiche. Più volte Antonella Gargiulo è stata aggredita dal marito tanto da chiedere la separazione. Vogliamo fare una riflessione su questo fenomeno in costante crescita?
“La riflessione deve seguire due estremi. Il parlare in punta di piedi verso un dolore incommensurabile con cui dovrà fare i conti la Gargiulo al suo risveglio. Se lei ci pensa, non c’è nessun aggettivo per definire la morte di un figlio. Tra coniugi si chiama ‘vedovo\a’, tra figlio e genitori si chiama ‘orfano’, ma una madre che perde un figlio non ha neanche una parola che lo rappresenti. Questo perché è contro natura. Un contro natura aggravato dalla realtà che a togliere la vita sia stato proprio chi l’ha generata. Il fenomeno sempre in crescita ci riporta non solo all’urgenza di una genitorialità consapevole ma fin dagli albori a un senso di sé destrutturato fin dalla prima infanzia. L’assassino\ suicida possiamo ipotizzare avesse un sé talmente debole da rispecchiarsi completamente nell’accettazione della donna che poi aveva sposato. Approvazione, riconoscimento e senso di appartenenza crollato dinanzi alla minaccia di separazione, vissuta come abbandono. Un’incapacità di affrontare e reagire dinanzi ad un fallimento aggravata dalla rabbia diretta verso ciò che di più grande possa ledere l’animo della donna. L’uccisione dei suoi figli. Siamo dinanzi ad una patologia conclamata e fino ad ora tenuta a bada dalla leggerezza di lettura della società .”

Come tutelare maggiormente le donne?

Due esposti, nessuna denuncia e tanta paura. Come fare per avere la certezza di essere al sicuro senza temere per la propria vita e per quella dei figli? Esistono misure di prevenzione?
“Purtroppo l’unica prevenzione allo stato di fatto odierno è andare via e tagliare ogni minimo contatto con il soggetto che avvertiamo pericoloso. Considerato questo ci si scontra non solo con la cultura della donna e dell’uomo che vede da sempre quest’ultimo come il detentore del potere sulla donna e sui figli quanto come qualcosa da perdonare, da contenere, da tenere anche se non va bene. L’idea di donna come mancante in qualcosa e sottoposta al giudizio della società che vuole etichette preformate di apparenza non facilitano la cosa.”
Cosa può comportare questa mentalità?
“Molte donne si sentono sole e abbandonate anche dalle proprie famiglie quando provano ad alzare la testa. L’approvazione familiare resta uno dei primi deterrenti per procedere verso la strada per la libertà dalla spirale di violenza. L’insicurezza personale, il bisogno dell’approvazione sociale e familiare miete più vittime che altro. In questo caso, degno di sottolineatura, è che invece di tutelare la donna le è stato proposto un percorso di mediazione, contravvenendo alla convezione di Instabul Contro la Violenza sulle Donne che vieta sia l’affido condiviso (art. 31) sia la mediazione (art. 48) nei casi di violenza domestica. Errori imperdonabili che ci fanno riflettere su quanto anche chi è preposto alla tutela scelga la strada della mediazione per salvare” il salvabile.

Femminicidio che diventa figlicidio

Femminicidio che diventa figlicidio. Sempre più spesso leggiamo di padri e mariti che per colpire le mogli sono disposti a sacrificare i loro figli, quasi come uno scudo. Perché secondo lei?
“Perché i figli sono percepiti dal maschio come sua esclusiva proprietà. Come oggetti che gli permettono di impostare il controllo verso la donna che va punita. Questo abominio fa riflettere su quanto poca sia percepita la genitorialità che dovrebbe tutelare a rischio della propria vita la nostra procreazione. Spesso i figli sono il risultato di un traguardo per il maggior controllo sull’oggetto della nostra ossessione. Guardi, per anni l’equilibrio di una persona può stare in bilico tra sanità e follia. Grazie a quanto i bisogni dell’individuo vengono soddisfatti. La frustrazione derivante dal mancato soddisfacimento del bisogno produce i mostri della ragione. Provi a pensare ai sopravvisuti di un disastro che ritrovandosi in un luogo incontaminato, per sopravvivenza, decidono di uccidere e mangiare il più debole per la propria sopravvivenza.”

Riconoscere i primi segnali di violenza

Violenza fisica ma non solo. Quali sono i primi segnali che una donna non deve mai sottovalutare nel suo uomo?
“Sono i segnali più banali. Il non essere d’accordo su gusti, passioni, ideali. Il controllo della vita altrui mascherato con troppo premura. Il controllo maggiore viene esercitato dietro al falso ( ma non percepito come tale ) ‘lo dico per te, mi preoccupo per te, solo io ti amo, solo io voglio il tuo bene, tu non ti rendi conto che con quest’atteggiamento puoi indurre gli altri a pensare cose di te, se mi ami evita di dire, fare, essere ecc’. Ogni forma di controllo sui nostri pensieri e sulle nostre azioni che ci inducono, in maniera felpata e velata, a modificare le nostre abitudini o addirittura ci conducono a mettere in discussione i nostri valori perché ‘il suo amore è più forte di qualsiasi altra cosa’. . anche qui si ripresenta il bisogno. La mancata autogratificazione, la percezione delle proprie capacità, una bassa autostima e l’abitudine a ‘lui è uomo io donna’ allunga i tempi della consapevolezza mettendo a serio pericolo la proprio identità. comunque minata dalla bassa percezione di sé come essere capace, pensante ed indipendente.”

Cosa deve fare una donna che subisce violenza

Lei è la vicepresidente di una Associazione che difende le donne vittime di violenza, quali consigli si sente di dare a una donna che subisce violenze?
“Come professionista che si occupa di violenza da anni le devo dire che l’unica cosa da non fare è dare consigli. Le donne vittime di violenza, qualunque essa sia, non hanno bisogno di consigli ma di concretezza. La violenza non si combatte con le rassicurazioni ma con le azioni di prevenzione e tutela. Sicuramente il primo passo è rivolgersi ad un legale o ad un centro anti violenza ma che siano gli stessi a concretizzare una tutela. Almeno minima e necessaria a non chiudere la porta verso la libertà.”
Quali sono gli aspetti necessari di questa rete di sostegno?
“Assistiamo sempre più spesso ad autocelebrazioni di organizzazioni che si definiscono di tutela per la vittima. Servono concretezza e custodia (leggi: Stuprata, abbandonata da Giustizia e Associazioni: una brutta storia italiana), la rete necessaria fra istituzioni pubbliche e private in attesa di misure atte a garantire l’incolumità della denunciante, che si tratti di uno schiaffo o di un messaggio di troppo. La libertà va sempre tutelata da sempre. Ma spesso, troppo spesso, il pressapochismo sembra dimenticarsene. Solo la comunicazione efficiente ed efficace tra tutti gli agenti coinvolti in un percorso di denuncia-tutela- giustizia può garantire una nuova ipotesi di vita. Comunque ed a prescindere.”

Pubblicato in Interviste

Scritto da

Diletta Della Rocca

Calabrese, testarda e con la passione per il giornalismo.

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