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La sanità privata che avanza: chi ci guadagna e chi paga

Liste d’attesa lunghe, pronto soccorso affollati e personale in fuga dal pubblico: nel vuoto lasciato dal sistema sanitario pubblico si inserisce un’offerta privata sempre più ampia. Ma il vantaggio è davvero per tutti?

C’è un momento preciso in cui molti cittadini scoprono quanto sia cambiata la sanità italiana: quando chiamano per prenotare una visita specialistica o un esame diagnostico. Nel canale pubblico la prima data utile è spesso lontana di mesi. Nel privato, a volte, è disponibile la settimana successiva. La differenza è nel prezzo, e insieme a lei cambia il modo in cui il diritto alla salute viene vissuto.

Un’espansione che ha ragioni concrete

L’avanzata del privato non nasce dal nulla. Secondo il Rapporto annuale 2025 dell’Istat, nel 2024 un italiano su dieci (9,9%) ha rinunciato a visite o esami specialistici, in crescita rispetto al 7,5% del 2023 e al 6,3% del periodo pre-pandemico. Tradotto in persone, sono 5,8 milioni, contro i 4,5 milioni dell’anno precedente.

Il privato la offre. Ambulatori, poliambulatori, centri diagnostici e strutture ospedaliere hanno ampliato la propria presenza, spesso con tempi rapidi, orari flessibili e servizi percepiti come più confortevoli. Per molti pazienti la scelta non è ideologica, ma pratica: curarsi in tempo.

Liste d’attesa e costi

Le ragioni sono soprattutto due: le lunghe liste d’attesa, indicate dal 6,8% della popolazione, e l’impossibilità di sostenere i costi delle prestazioni, indicata dal 5,3%. L’Istituto osserva che il fenomeno coinvolge ormai l’intero territorio nazionale e tutti i gruppi di popolazione, anche quelli che prima del 2020 erano in una posizione di relativo vantaggio

Dove il servizio pubblico rallenta, la domanda di cura non scompare: cerca un’altra strada. Sempre secondo l’Istat, nel 2024 il 23,9% della popolazione si è rivolto a strutture private pagando di tasca propria, senza alcun rimborso assicurativo. Per molti pazienti la scelta non è ideologica, ma pratica: curarsi in tempo.

Chi ci guadagna

La sanità è un ambito in cui la domanda è strutturalmente in crescita: la popolazione invecchia, aumentano le patologie croniche, cresce l’attenzione alla prevenzione. I numeri raccontano un mercato ampio e in espansione. Secondo l’Istat, nel 2025 la spesa sanitaria totale, pubblica e privata, ha raggiunto i 190,1 miliardi di euro, pari all’8,4% del Pil

Una fetta consistente di questa spesa privata passa da strutture che lavorano in regime di accreditamento con il servizio sanitario. Secondo i dati del Sistema Tessera Sanitaria del Ministero dell’Economia, relativi al 2023, dei 43 miliardi di spesa sanitaria privata, 7,6 sono andati al privato accreditato con il servizio sanitario e 7,2 al privato “puro“. E l’Ufficio parlamentare di bilancio ricorda che circa un terzo della spesa pubblica è destinato a fornitori privati.

Ci guadagnano anche alcuni professionisti, che trovano nel privato condizioni di lavoro e retribuzioni che il pubblico non sempre riesce a garantire. Ci guadagnano i pazienti che possono permettersi di scegliere, o che dispongono di coperture integrative: secondo la Corte dei conti, la spesa coperta da forme di sanità integrativa, pari al 3,4% del totale, è cresciuta dell’8,4%. Salutissima

Proprio perché il confine tra pubblico e privato si fa sfumato, è nelle regole del rapporto con le strutture accreditate, nei controlli e nella trasparenza dei criteri con cui si assegnano le prestazioni che si misura l’interesse generale.

Chi paga

Il conto, però, non è uguale per tutti. Il primo a pagare è il cittadino. Secondo la Corte dei conti, nel 2024 la spesa sanitaria complessiva è stata di circa 185 miliardi di euro, con il 22,3% a carico diretto delle famiglie, cioè 41,3 miliardi. I dati Istat aggiornati al 2025 indicano una spesa direttamente sostenuta dalle famiglie di 42,4 miliardi, sempre il 22,3% del totale. In termini pro capite, nel 2025 la spesa sanitaria è stata finanziata con 2.388 euro dalla Pubblica Amministrazione, 719 euro direttamente dalle famiglie e 118 euro dai regimi volontari.

Il peso è particolarmente evidente nell’assistenza ambulatoriale: secondo la Corte dei conti, solo il 59% delle prestazioni è coperto dal servizio pubblico, il resto grava sui cittadini. La stessa Corte sottolinea che qui la spesa diretta delle famiglie serve spesso a compensare tempi di attesa non sostenibili e carenze dell’offerta pubblica.

Il confronto europeo pesa ancora di più. L’Ufficio parlamentare di bilancio segnala che nel 2023 il servizio sanitario copriva il 73,1% della spesa complessiva, contro una media UE superiore all’80%, mentre la spesa diretta delle famiglie raggiungeva il 23,6%, quasi nove punti sopra la media europea.

Paga, in un altro modo, anche il servizio pubblico. Rinunciare o rimandare visite ed esami significa spesso arrivare più tardi, e più gravi, al pronto soccorso o al ricovero, con costi più alti per tutti. Se i professionisti più esperti si spostano verso il privato, il pubblico rischia di restare con i casi più complessi e le fasce più fragili, ma con meno strumenti. È un circolo che può autoalimentarsi: più il pubblico arranca, più il privato si rafforza.

E pagano, infine, i territori più fragili. Le indagini Istat mostrano che, dove l’offerta è più debole, le motivazioni economiche e quelle legate all’organizzazione dei servizi pesano in modo analogo, mentre l’offerta privata tende a concentrarsi dove la domanda è più solvibile.

Il nodo dell’equità

Sarebbe scorretto trasformare la questione in una contrapposizione semplice, con un pubblico virtuoso da una parte e un privato interessato dall’altra. Le strutture private di qualità esistono, e in molti casi integrano in modo prezioso l’offerta pubblica. Allo stesso modo, anche nel pubblico non mancano inefficienze da correggere.

Nemmeno i numeri vanno letti in modo univoco. La spesa pubblica, secondo la Corte dei conti, nel 2024 ha raggiunto 138,3 miliardi di euro, il 6,3% del Pil, con un aumento del 4,9% sul 2023, e le previsioni la vedono stabile tra il 6,3 e il 6,4% del Pil. Le risorse crescono in valore assoluto, ma il rapporto con la ricchezza nazionale resta fermo, mentre la domanda di cura aumenta.

La domanda vera è un’altra: quale equilibrio vogliamo? Se la possibilità di curarsi rapidamente dipende in misura crescente dalla capacità di spesa, il rischio è quello di un sistema a due velocità, in cui la salute diventa una variabile del reddito.

Cosa serve

Gli osservatori indicano alcune direttrici ricorrenti:

  • Trasparenza sui rapporti economici tra sistema pubblico e strutture accreditate, con dati accessibili e verificabili.
  • Controlli sulla qualità e sull’appropriatezza delle prestazioni, ovunque siano erogate.
  • Investimenti mirati per rendere di nuovo attrattivo il lavoro nel servizio pubblico.
  • Informazione ai cittadini sui propri diritti, a cominciare dai tempi massimi di attesa e dalle alternative previste quando non vengono rispettati.

L’avanzata della sanità privata, in sé, non è né una colpa né un merito. Diventa un problema quando finisce per sostituire, anziché affiancare, un diritto che la Costituzione riconosce a tutti. E su questo, prima ancora che sui bilanci delle aziende, è giusto che il dibattito pubblico continui a vigilare.

Matteo Di Medio

Matteo Di Medio è un giornalista digitale ed esperto di content strategy. È Caporedattore di Gioco Pulito e Influent People, due delle principali testate editoriali digitali del settore, e ricopre il ruolo di Responsabile dei Contenuti presso la Linking Agency, realtà specializzata in Digital PR, SEO e Web Reputation.
Nel corso della sua carriera ha contribuito alla crescita e allo sviluppo editoriale di numerosi progetti digitali, curando la produzione e la direzione dei contenuti con un approccio orientato alla qualità e alla visibilità online.

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