Chiunque abbia provato a informarsi sul proprio futuro pensionistico si è scontrato prima o poi con due parole che sembrano fatte apposta per scoraggiare: contributivo e retributivo. Sono i nomi dei due metodi con cui l’INPS calcola l’importo dell’assegno mensile, e la differenza tra l’uno e l’altro può valere, a parità di stipendio e di anni lavorati, anche diverse centinaia di euro al mese. Capire come funzionano non è un esercizio accademico: significa sapere, con ragionevole anticipo, quanto si potrà davvero contare una volta smesso di lavorare.
In questo articolo parliamo di:
La riforma Dini del 1995 e il cambiamento
Il punto di partenza è una data precisa, il 31 dicembre 1995, e una legge, la numero 335 di quell’anno, meglio nota come riforma Dini. Prima di allora la pensione italiana veniva calcolata con il sistema retributivo: si prendeva la media delle retribuzioni degli ultimi anni di lavoro, generalmente gli ultimi dieci, e si applicava una percentuale legata agli anni di contributi versati. In pratica, contava soprattutto quanto si guadagnava alla fine della carriera, indipendentemente da quanto si fosse effettivamente versato nei decenni precedenti. Era un sistema generoso, pensato in anni di crescita economica sostenuta e di un rapporto tra lavoratori attivi e pensionati molto più favorevole di quello attuale.
L’introduzione del sistema contributivo
La riforma Dini ha cambiato alla radice la logica del sistema pensionistico italiano, introducendo il sistema contributivo. Con questo metodo l’assegno non dipende più dallo stipendio degli ultimi anni, ma dalla somma di tutti i contributi versati durante l’intera vita lavorativa, il cosiddetto montante contributivo. Ogni anno i contributi accantonati vengono rivalutati sulla base della media quinquennale del PIL nominale, e al momento del pensionamento il montante complessivo viene moltiplicato per un coefficiente di trasformazione che varia in base all’età con cui si va in pensione: più tardi si smette di lavorare, più alto è il coefficiente, e quindi più alto l’assegno mensile.
È un sistema che, a differenza del precedente, lega in modo diretto quanto si riceve a quanto si è versato, ed è per questo che viene descritto come più equo dal punto di vista attuariale, ma anche meno prevedibile per chi ha avuto una carriera discontinua o redditi bassi.
Il sistema misto: chi è rimasto a metà
Tra questi due estremi si colloca la maggioranza dei pensionati italiani di oggi, quelli che rientrano nel cosiddetto sistema misto. Riguarda chi, al 31 dicembre 1995, aveva già maturato contributi ma non ancora un’anzianità sufficiente per restare interamente nel retributivo. Per questi lavoratori la pensione viene calcolata in due tranche distinte: la quota A, relativa agli anni fino al 1995, con il metodo retributivo; la quota B, relativa agli anni successivi, con il metodo contributivo. Chi invece aveva già maturato almeno diciotto anni di contributi entro quella data ha conservato il calcolo interamente retributivo fino al 2011, per poi passare al contributivo dal 2012 in avanti, in seguito a un ulteriore intervento normativo. Chi ha iniziato a lavorare dopo il primo gennaio 1996, infine, rientra nel sistema contributivo puro, quello che oggi riguarda tutti i lavoratori più giovani e che progressivamente sostituirà del tutto gli altri due.
Differenze concrete tra conributivo e retributivo
Le differenze pratiche tra i due metodi si vedono soprattutto in due categorie di lavoratori. Chi ha avuto una progressione di carriera molto marcata, con stipendi finali nettamente più alti rispetto alla media di tutta la vita lavorativa, tende a trovare più favorevole il sistema retributivo, perché quest’ultimo guarda solo agli anni finali e ignora i periodi di reddito più basso. Al contrario, chi ha avuto una carriera più regolare, o chi versa contributi anche su redditi da lavoro autonomo distribuiti in modo uniforme nel tempo, non subisce grandi scostamenti passando al contributivo, perché il calcolo tiene conto dell’intero percorso.
Il tema dell’uscita dal lavoro
C’è poi un elemento che il sistema contributivo introduce e che il retributivo non prevedeva nella stessa misura: l’incentivo a posticipare l’uscita dal lavoro. Poiché il coefficiente di trasformazione cresce con l’età di pensionamento, andare in pensione a 62 anni invece che a 67 può comportare, a parità di montante accumulato, una differenza annua dell’assegno significativa, ed è uno dei motivi per cui, discutendo di riforme previdenziali, si parla sempre più spesso non solo dei requisiti minimi per andare in pensione, ma anche della convenienza economica di rimandare l’uscita quando le condizioni di salute e di lavoro lo consentono.
Sostenibilità del sistema pensionistico
Un altro aspetto che genera spesso confusione riguarda la sostenibilità del sistema nel suo complesso. Il passaggio dal retributivo al contributivo non è stato deciso per ragioni di principio, ma per necessità demografica: negli anni Ottanta il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati era di circa quattro a uno, mentre oggi è sceso sotto l’uno virgola cinque, e le proiezioni indicano un ulteriore peggioramento nei prossimi decenni. Un sistema che promette rendite calcolate sugli ultimi stipendi, senza un rapporto diretto con quanto versato, diventa difficile da sostenere quando diminuisce il numero di chi contribuisce rispetto a chi riceve. Il contributivo, legando l’assegno al montante effettivamente accumulato, distribuisce il rischio in modo diverso e rende il sistema nel suo insieme meno esposto agli squilibri demografici, anche se sposta parte dell’incertezza sul singolo lavoratore, che deve fare i conti con carriere sempre più frammentate.
L’estratto conto contributivo
Per chi si trova nel sistema misto o contributivo puro, esiste uno strumento concreto per orientarsi: l’estratto conto contributivo, consultabile tramite il portale INPS, che riepiloga anno per anno i versamenti effettuati e permette di individuare eventuali buchi contributivi o periodi non registrati correttamente. Verificarlo con regolarità, soprattutto per chi ha cambiato più volte lavoro o ha avuto periodi di collaborazione, di partita IVA o di disoccupazione, è il modo più semplice per evitare sorprese al momento della domanda di pensione, quando correggere errori pregressi diventa più complicato.
Conoscere il proprio sistema pensionistico per capire quando si andrà in pensione
Capire in quale sistema si rientra, e come i due metodi di calcolo interagiscono nella propria situazione specifica, non cambia le regole del gioco, ma permette di pianificare con più consapevolezza scelte che hanno un impatto diretto sul proprio tenore di vita futuro: quando andare in pensione, se e quanto investire in forme di previdenza complementare, come valutare periodi di lavoro discontinuo. In un sistema previdenziale che cambia con relativa frequenza per effetto di nuove riforme, restare informati resta, per ora, lo strumento di tutela più accessibile a disposizione di ogni lavoratore.