“Il delitto poteva restare uno dei molti e tristi episodi di cronaca nera dell’Italia di inizio secolo; invece si trasformò nel caso giudiziario più discusso dell’Italia giolittiana.” — Valeria P. Babini, Il caso Murri. Una storia italiana, Il Mulino, 2004.
Settembre 1902. Bologna odora ancora di estate quando, in una elegante palazzina di via Mazzini, l’odore della morte sfonda le porte chiuse e apre uno squarcio nel ventre della borghesia italiana. Dentro quella stanza c’è il cadavere del conte Francesco Bonmartini, tredici coltellate sul corpo, il cuore del Paese improvvisamente spalancato su abissi che nessuno voleva guardare.
In questo articolo parliamo di:
- 0.1 Bologna, 1902, il cadavere del conte Bonmartini
- 0.2 Chi era Augusto Murri
- 0.3 Linda Murri e il matrimonio sbagliato
- 0.4 La separazione legale
- 0.5 Scena del crimine: una messa in scena imperfetta
- 0.6 Tullio Murri: il braccio armato di un odio fraterno
- 0.7 L’omicidio di Bonmartini, trafitto da 13 coltellate
- 0.8 La denuncia del padre che condanna il figlio
- 0.9 La rete dei complici: anatomia di un crimine collettivo
- 0.10 Il processo di Torino, spettacolo senza precedenti
- 0.11 La difesa di Tullio chiede l’infermità mentale
- 0.12 La “autopsia morale” di Linda
- 0.13 Le condanne
- 0.14 La grazia Reale e i destini postumi
- 0.15 L’ombra del “biondino”: il colpo di scena 100 anni dopo
- 0.16 Il caso Murri come specchio di un’Italia in transizione
- 0.17 Eredità culturale: dal film di Bolognini ai libri di storia
- 1 Conclusioni: la verità che nessuno volle vedere
Bologna, 1902, il cadavere del conte Bonmartini
Quel che segue non è soltanto un’inchiesta omicidiaria. È il processo a un’epoca intera — ai matrimoni di convenienza, alle ambizioni frustrate, alle ipocrisie della gente rispettabile, al duello tra la nuova Italia laica e quella clericale che non si rassegnava a cedere il passo. Una storia in cui il sapere scientifico siede sul banco degli imputati accanto ai colpevoli, e in cui un padre si trova costretto a scegliere tra il sangue del figlio e la verità.
La stampa straniera lo definì il “bel delitto di Bologna”. Non ci fu nulla di bello, in quella storia. Ma fu, senza dubbio, il caso più clamoroso dell’Italia giolittiana.
Chi era Augusto Murri
Per capire il delitto di via Mazzini, bisogna prima capire chi era il professor Augusto Murri. Non perché fosse il colpevole — lui non lo fu mai — ma perché tutta la vicenda ruota attorno alla sua ombra immensa.
Nato a Fermo nel 1841, Murri era il più grande clinico della sua generazione. Rettore dell’Università di Bologna, medico di Casa Reale, artefice di un metodo diagnostico basato sull’osservazione rigorosa e sull’anamnesi meticolosa che rivoluzionò la medicina italiana. Aveva trasformato l’ospedale S. Orsola in un centro di ricerca all’avanguardia, dotato di laboratori di chimica, fisica e — novità assoluta per l’epoca — radiologia. Era un uomo che incarnava l’ideale del positivismo ottocentesco: la ragione come faro, la scienza come strumento di emancipazione, il dubbio come metodo.
Era anche un uomo di passioni civili. Deputato repubblicano, libero pensatore, nemico dichiarato del dogma confessionale. Aveva cresciuto i suoi figli — Linda e Tullio — nella convinzione che la coscienza individuale fosse superiore a qualsiasi autorità esteriore.
Quella convinzione sarebbe costata cara a tutti.
Linda Murri e il matrimonio sbagliato
Linda Murri aveva venticinque anni quando, nel 1892, accettò di sposare il conte Francesco Bonmartini. Era una giovane donna istruita, indipendente di spirito, cresciuta in un ambiente di intellettuali e liberi pensatori. Le cronache del tempo la descrivono come “di intelligenza fine e di cultura non comune per una donna di quei tempi” (La Stampa, settembre 1902).
Bonmartini era tutto il contrario: nobile veneto di origini clericali, aveva un carattere che i testimoni dell’epoca definirono “grossolano e prepotente“. Il matrimonio fu un errore dall’inizio: Linda lo capì presto, ma le convenzioni dell’epoca imponevano il silenzio. La coppia si stabilì a Padova, in un palazzo che Linda descrisse come “cupo e scomodo”, dove l’unico compito che il marito riteneva adeguato per lei era, letteralmente, fare la calza.+
Le minacce del conte al suocero
I litigi divennero cronici. Bonmartini insisteva per ottenere — tramite il suocero — una cattedra universitaria che non avrebbe mai meritato con le sue sole forze. Augusto Murri rifiutò. Il conte reagì con minacce sempre più esplicite: se Linda non avesse convinto il padre, lui si sarebbe portato via i figli. Le conseguenze di questa situazione si sedimentarono per anni, finché Linda ottenne la separazione legale nel 1899.
La separazione legale
Ma Bonmartini non sparì. Continuò a essere una presenza ingombrante e ricattatoria nella vita della famiglia Murri. Nel 1902, dopo una momentanea riconciliazione di facciata, i due trascorsero l’estate a Venezia con i figli. Poi, alla fine di agosto, il conte tornò da solo a Bologna. E di lui non si seppe più nulla — fino al mattino del 2 settembre.
Scena del crimine: una messa in scena imperfetta
Quando la portinaia di via Mazzini 39 allertò le autorità per quell’odore sempre più insopportabile, la polizia forzò la porta dell’appartamento del conte e si trovò di fronte a uno scenario di morte. Il corpo di Francesco Bonmartini giaceva sul pavimento in avanzato stato di decomposizione. Tredici ferite da arma da taglio. Una aveva reciso la carotide.
La prima impressione degli inquirenti fu quella di una rapina degenerata in omicidio. La stanza era a soqquadro, i cassetti aperti, alcuni oggetti di valore mancanti. Ma a uno sguardo più attento, la scena cominciò a rivelare le sue contraddizioni.
Ipotesi di depistaggio
Il “disordine” appariva troppo ordinato: i cassetti erano stati aperti in modo superficiale, non forzato con la violenza tipica di un ladro. In un angolo giaceva della biancheria intima femminile nuova, mai indossata, posizionata in modo quasi teatrale. Sul tavolo, un biglietto scritto a mano da una fantomatica donna che fissava un appuntamento “per giovedì 27 agosto” — ma il 27 agosto di quell’anno cadeva di mercoledì. Un errore banale, che tradiva la fretta di chi aveva costruito la scena a posteriori.
Gli inquirenti iniziarono a parlare di depistaggio. Qualcuno aveva cercato di far credere che Bonmartini fosse stato ucciso da un’amante occasionale o da un criminale di passaggio. Ma la regia era stata imperfetta. E presto l’inchiesta avrebbe preso una piega che avrebbe sconvolto l’Italia intera.
Tullio Murri: il braccio armato di un odio fraterno
Il fratello di Linda, Tullio Murri, era il contrario dell’intellettuale distaccato che ci si aspetterebbe da un figlio del professor Augusto. Era un uomo di passioni violente, un politico socialista con un passato agitato — aveva battuto alle elezioni municipali di Bologna niente meno che Giosuè Carducci — e un affetto per la sorella che molti osservatori dell’epoca definirono “morboso” e “ossessivo”.
Tullio era convinto che Francesco Bonmartini stesse distruggendo sua sorella. E aveva deciso di porvi rimedio nel modo più radicale possibile.
Il tentativo di avvelenamento
Il piano omicidiario fu elaborato con una crudeltà che sorprende per il suo cinismo. In un primo tentativo, Tullio aveva persino procurato del curaro — un veleno paralizzante che, somministrato per iniezione, avrebbe provocato la morte senza lasciare tracce evidenti — fornitogliene il dottor Carlo Secchi, l’amante di Linda e suo medico di fiducia. Il tentativo di immobilizzare e iniettare il veleno al conte fallì perché, durante una lotta, fu Bonmartini ad atterrare Tullio.
Ma Tullio non desistette.
L’omicidio di Bonmartini, trafitto da 13 coltellate
Il 27 agosto 1902, reclutò un giovane medico squattrinato di nome Pio Naldi, brillante per talento ma rovinato dal vizio del gioco, convincendolo — non senza resistenze — a partecipare al piano definitivo. Entrambi si introdussero nell’appartamento del conte usando una chiave che Linda, ancora a Venezia, aveva consegnato alla governante Rosina Bonetti, amante di Tullio stesso.
Quello che accadde dentro quelle mura quella notte — se ci fu un’altra lotta, se ci fu un piano preciso o un momento di furia improvvisa — non fu mai del tutto chiarito. Secondo la versione di Tullio, il conte lo aggredì con un coltello e lui si difese. Secondo l’accusa, fu un omicidio pianificato nei minimi dettagli. Certo è che Francesco Bonmartini morì trafitto da tredici colpi, e che suo cognato si allontanò dall’appartamento lasciando dietro di sé una scena allestita per ingannare la polizia.
La denuncia del padre che condanna il figlio
L’11 settembre 1902, Augusto Murri compì l’atto che avrebbe sigillato la sua grandezza morale e distrutto la sua famiglia. In mano aveva una lettera di Tullio. Nella lettera, il figlio confessava al padre la propria responsabilità nell’omicidio del genero. Augusto Murri non esitò. Si recò in Questura e denunciò il proprio figlio.
Non esiste, nella storia giudiziaria italiana di quel periodo, un gesto simile. Un uomo di settantuno anni, all’apice della carriera, con un nome rispettato in tutto il Paese e in mezza Europa, scelse di consegnare alla giustizia il suo stesso sangue pur di non diventare complice di una menzogna. “Non posso anteporre l’affetto paterno alla legge morale” — questo, nella sostanza, il senso di quell’atto.
I perchè del gesto del padre
La stampa lo interpretò in mille modi. La stampa laica lo celebrò come un esempio di integrità civile. La stampa cattolica, paradossalmente, lo attaccò: quell’uomo, scrissero alcuni fogli clericali, era talmente freddo e razionale da essere capace di sacrificare persino il figlio sull’altare della propria reputazione di uomo di scienza. Era, in sintesi, il frutto avvelenato del razionalismo senza Dio.
La realtà era più semplice e più dolorosa: Augusto Murri era un uomo che credeva nella giustizia. E pagò questa fede con il prezzo più alto che un padre possa pagare.
La rete dei complici: anatomia di un crimine collettivo
Quanto accadde dopo il ritrovamento del cadavere permise agli inquirenti di ricostruire una rete di complicità che coinvolgeva 4 persone.
Linda Murri, ancora a Venezia il giorno del delitto, era accusata di essere l’istigatrice morale dell’omicidio. Aveva consegnato la chiave di casa, aveva una relazione extraconiugale con uno dei complici, aveva approvato tacitamente il piano del fratello. Il suo “appartamentino segreto” vicino a quello del marito — preso in affitto sotto falso nome, usato per incontrarsi con Secchi — divenne prova della sua doppia vita e strumento dell’accusa per dipingerla come fredda e calcolatrice.
Carlo Secchi, l’otorinolaringoiatra amante di Linda, aveva fornito il curaro e i denari necessari per retribuire Naldi. Era il trait d’union tra il piano criminale e i mezzi per realizzarlo.
Pio Naldi, il medico squattrinato, era il complice riluttante. Cercò di dissuadere Tullio, non denunciò mai il piano alla polizia, e alla fine entrò in quella stanza maledetta.
Rosina Bonetti, la governante, era l’amante di Tullio, la custode dei segreti di casa Murri-Bonmartini, colei che aveva consegnato la chiave.
Quattro persone. Quattro vite travolte da un matrimonio sbagliato, da un’ambizione frustrata, da un affetto ossessivo e da un odio che aveva covato troppo a lungo.
Il processo di Torino, spettacolo senza precedenti
Il dibattimento iniziò a Torino il 21 febbraio 1905. La scelta della città sabauda non fu casuale: il processo era stato trasferito “per legittima suspicione” per evitare che il clima incandescente di Bologna e il peso del nome Murri potessero influenzare la giuria.
Fu il più grande processo dell’Italia giolittiana. Diciotto avvocati. Una giuria popolare di fronte alla quale sfilarono decine di testimoni. E, per la prima volta nella storia processuale italiana, l’intervento sistematico di periti psichiatrici.
La difesa di Tullio chiede l’infermità mentale
La difesa di Tullio puntò sull’infermità mentale. Furono chiamati i più illustri alienisti del tempo: Leonardo Bianchi ed Enrico Morselli descrissero Tullio come una personalità “eccentrica”, dominata da passioni primordiali, affetta da un attaccamento “patologico” alla sorella. Morselli parlò di un “delirio d’onore” che avrebbe offuscato la capacità di intendere e volere dell’imputato. Bianchi si spinse a definire la famiglia Murri come un sistema familiare “nevrotico”, in cui i confini tra affetto fraterno e possessività morbosa erano stati erosi nel tempo.
L’accusa rispose con il perito Ellero, il quale — pur riconoscendo i tratti passionali di Tullio — sostenne con forza la sua piena imputabilità. La stranezza del carattere, argomentò Ellero, non può tradursi in un’esimente penale senza ridurre il diritto penale a un’appendice della psichiatria.
Il primo ingresso della psichietria nelle aule penali
Quel duello tra periti fu la vera svolta culturale del processo: segnò l’ingresso definitivo della scienza psichiatrica nelle aule di tribunale, aprendo un dibattito sulla responsabilità penale che ancora oggi non è del tutto risolto.
La “autopsia morale” di Linda
Nei confronti di Linda Murri, l’accusa adottò una strategia diversa e, per certi versi, ancora più brutale. Non essendo possibile periziare psichiatricamente una donna che si dichiarava innocente, il pubblico ministero procedette a smontarne la reputazione morale pezzo per pezzo. Furono sequestrati i suoi libri — letture progressiste, testi di pensiero libero, corrispondenza privata — e presentati come prove di una “depravazione intellettuale” che avrebbe preparato il terreno psicologico per l’istigazione all’omicidio.
Colpevole di essere una donna che pensava con la sua testa
Fu, nei fatti, un processo al femminismo ante litteram. Linda Murri era colpevole non solo di complicità in un omicidio, ma di essere una donna che pensava con la propria testa, che aveva scelto un amante, che aveva disobbedito al copione imposto dal suo tempo.
Le condanne
Il 12 agosto 1905, dopo sei mesi di dibattimento, la Corte emise il proprio verdetto:
Tullio Murri:
Omicidio premeditato. 30 anni di reclusione
Pio Naldi
Complicità nell’omicidio. 30 anni di reclusione
Linda Murri
Complicità nell’omicidio. 10 anni di reclusione
Carlo Secchi
Complicità nell’omicidio. 10 anni di reclusione
Rosina Bonetti
Favoreggiamento (con riconoscimento di seminfermità mentale). 7 anni e 6 mesi.
La sentenza fu confermata dalla Corte di Cassazione nel 1906 (fonte: Caso Murri, Wikipedia / Valeria P. Babini, Il caso Murri. Una storia italiana, Il Mulino, 2004).
Le pene furono considerate severe dalla stampa progressista, che lamentò il peso delle implicazioni morali sulla valutazione dei fatti. La stampa cattolica, al contrario, le giudicò appena sufficienti.
La grazia Reale e i destini postumi
La vicenda giudiziaria si concluse formalmente, ma le storie dei protagonisti continuarono a intrecciarsi in modi imprevisti.
Linda Murri ottenne la grazia reale da Vittorio Emanuele III già nel 1906, un anno dopo la condanna. La tradizione popolare — ripresa da Gianna Murri nel suo libro del 2003 — lega questa clemenza a un episodio straordinario: Augusto Murri avrebbe salvato la principessa Mafalda di Savoia, figlia del re, da una malattia potenzialmente mortale, e il sovrano avrebbe “ricompensato” il clinico con la libertà della figlia. Questa ricostruzione, pur non confermata da documenti ufficiali, circola nelle cronache del periodo e non è mai stata smentita categoricamente. Linda si risposò con Francesco Egidi, il precettore dei suoi figli, e visse fino al 1957 tra Porto San Giorgio e Roma.
Carlo Secchi non sopravvisse alla pena. Morì nel 1910 nel carcere di Conversano, stroncato da una polmonite.
Rosina Bonetti fu liberata dal carcere ma, incapace di reinserirsi nella vita civile, finì i suoi giorni in un istituto psichiatrico.
Pio Naldi uscì di prigione nel 1919. Tornò a esercitare la professione di medico condotto, e le cronache locali lo ricordano come “apprezzato per bravura e bontà d’animo” — un’ironia amara per un uomo che aveva partecipato a un omicidio pianificato.
Tullio Murri scontò diciassette anni effettivi di reclusione. In carcere scrisse romanzi e saggi, tra cui un libro-inchiesta sulle condizioni carcerarie, Galera, apprezzato in Italia e all’estero. Morì nel 1930, tre anni prima del padre.
Augusto Murri sopravvisse a tutto. Morì nel 1932, a novantun anni, dopo aver rifiutato nel 1931 il giuramento di fedeltà al regime fascista richiesto ai professori universitari — uno dei pochissimi accademici italiani a compiere quel gesto. La sua coerenza etica, intatta fino alla fine, rimane il monumento più eloquente a una vita vissuta senza compromessi.
L’ombra del “biondino”: il colpo di scena 100 anni dopo
Nel 2003, a distanza di un secolo esatto dagli eventi, Gianna Murri — figlia di Tullio — pubblicò il volume La verità sulla mia famiglia e sul delitto Murri (Pendragon, Bologna), offrendo una ricostruzione radicalmente alternativa.
Ricostruzione di Gianna Murri, figlia di Tullio
Secondo Gianna, Tullio Murri non sarebbe mai stato l’assassino materiale di Francesco Bonmartini. Il vero omicida sarebbe stato un facchino bolognese soprannominato “il Biondino” — il cui cognome sarebbe stato La Bella o Labella — amante della governante Rosina Bonetti. Prima di morire, il Biondino avrebbe confessato il delitto a un prete, scagionando Tullio dall’accusa di essersi introdotto nell’appartamento armato. Nella versione di Gianna, Tullio sarebbe giunto sul luogo del crimine quando Bonmartini era già morto, avrebbe capito che il Biondino lo aveva preceduto, e avrebbe deciso di assumersi la responsabilità dell’accaduto per proteggere la sorella da uno scandalo ancora più devastante.
Il libro che riapre il dibattito
Del carteggio relativo a questa confessione non esiste più traccia: secondo Gianna, la moglie di Tullio lo aveva venduto a Linda stessa, la quale aveva provveduto a farlo sparire per garantire il silenzio definitivo.
La tesi di Gianna Murri è guardata con cautela dagli storici, che non dispongono di documenti indipendenti a sostegno. Tuttavia, il libro — recensito su La Repubblica nel marzo 2003 — ha riaperto il dibattito storiografico sul caso e ha introdotto un elemento di dubbio ragionevole che non può essere ignorato: se Tullio fosse davvero innocente del crimine materiale, avrebbe accettato diciassette anni di prigione per proteggere chi? E perché?
Il caso Murri come specchio di un’Italia in transizione
La vicenda dei Murri-Bonmartini non fu un semplice fatto di sangue. Fu il momento in cui la nuova Italia laica e progressista si trovò a fare i conti con i propri limiti e le proprie contraddizioni.
La stampa cattolica, guidata dal quotidiano bolognese L’Avvenire d’Italia, sfruttò il delitto per lanciare una campagna contro il socialismo e il razionalismo, presentando il crimine come il logico risultato di una vita “senza Dio” e senza vincoli morali tradizionali. Il quotidiano socialista Avanti! rispose denunciando la strumentalizzazione politica e le sistematiche violazioni del segreto istruttorio da parte dei giornali avversari.
Il “caso Murri” divenne così — come ha scritto la storica Valeria P. Babini nel suo saggio accademico (Il caso Murri. Una storia italiana, Il Mulino, 2004) — “un grande romanzo popolare” in cui si rispecchiavano “la strumentalizzazione ideologica e politica, l’attacco alla scienza, la perdita di rispettabilità della borghesia”. Un caso in cui la colpa l’innocenza erano meno interessanti, per l’opinione pubblica, del significato simbolico dei personaggi.
Il duello in aula tra la psichiatria positivista e la giurisprudenza tradizionale aprì un dibattito destinato a durare decenni sulla responsabilità penale e il ruolo della scienza nel processo penale — anticipando questioni che sarebbero tornate al centro del diritto italiano nel corso del Novecento.
Eredità culturale: dal film di Bolognini ai libri di storia
Il “Delitto Murri” non è mai veramente scomparso dalla memoria collettiva. Nel 1974, il regista Mauro Bolognini ne trasse il film Fatti di gente perbene, con Giancarlo Giannini nei panni di Tullio Murri e Catherine Deneuve in quelli di Linda. La pellicola ottenne un grande successo di critica e contribuì a far conoscere la storia a una generazione di italiani che non l’aveva vissuta direttamente.
Sul piano storiografico, i contributi più seri restano quelli di Valeria Paola Babini (Il caso Murri. Una storia italiana, Il Mulino, 2004), che ha analizzato il caso in profondità come fenomeno sociale e giuridico oltre che criminale, e di Nicola Tranfaglia (Un delitto di gente per bene. Il processo Murri, in «Annali della Storia d’Italia», Einaudi). Sul fronte della narrativa storica, numerose opere hanno rielaborato la vicenda, tra cui il romanzo Il delatore di Cleto Schiavilla (Araba Fenice, 2019), che ricostruisce il clima della Belle Époque bolognese.
La poesia non rimase indifferente: la poetessa Ada Negri, quasi coetanea di Linda Murri, durante il processo le dedicò la lirica Per un’accusata, uno dei rari atti di solidarietà femminile pubblica di quell’epoca.
Conclusioni: la verità che nessuno volle vedere
Il 2 settembre 1902 non fu solo il giorno in cui Bologna trovò un cadavere. Fu il giorno in cui l’Italia si guardò allo specchio e non riconobbe la propria immagine.
Il “caso Murri” ci consegna personaggi che non si prestano a facili giudizi morali: un padre che denuncia il figlio in nome della verità e che merita ammirazione e pietà in ugual misura; una donna istruita e moderna intrappolata in un matrimonio medievale; un uomo che forse uccise per amore e forse no; un amante che pagò con la vita le conseguenze di una passione che avrebbe dovuto tenere lontana; un giovane medico che sapeva e tacque, e che poi visse ancora a lungo facendo del bene.
Rimane aperta la domanda più importante: chi entrò davvero in quell’appartamento quella notte, e con quale intenzione? La risposta giudiziaria data nel 1905 dalla Corte di Torino è quella ufficiale, fondata sulle prove disponibili e condivisa dalla storiografia prevalente. Ma il libro di Gianna Murri — e il silenzio di documenti che forse non esisterono mai o che qualcuno ha fatto sparire — lascia sul caso un alone di dubbio che non si è mai del tutto dissolto.
Il “bel delitto di Bologna” non fu bello per nessuno. Fu, semmai, una storia vera sull’Italia che cercava di diventare moderna, e sulle ferite che questa trasformazione lasciava nel corpo delle famiglie e delle coscienze.
Fonti e bibliografia
- Valeria P. Babini, Il caso Murri. Una storia italiana, Il Mulino, Bologna, 2004 (ISBN 8815097309) — fonte storiografica principale
- Gianna Murri, La verità sulla mia famiglia e sul delitto Murri, Pendragon, Bologna, 2003 (ISBN 8883421779) — versione alternativa dei fatti
- Fernando Pellerano, L’ultima verità sul caso Murri, La Repubblica, 11 marzo 2003
- Nicola Tranfaglia, Un delitto di gente per bene. Il processo Murri (1902-1905), in: La criminalità, vol. XII degli
Annali della Storia d’Italia, Einaudi
- Luca Steffenoni, I 50 delitti che hanno cambiato l’Italia, Newton Compton, Roma, 2016
- Cleto Schiavilla, Il delatore. Il romanzo del caso Murri-Bonmartini, Araba Fenice, 2019
- Wikipedia — voce “Caso Murri” (it.wikipedia.org/wiki/Caso_Murri), consultata il 5 giugno 2026
- Storia di Bologna — storiadibologna.it, Delitto Murri, consultato il 5 giugno 2026
- Biblioteca Salaborsa, 1902 – Il delitto Murri, archivio digitale
Articolo redatto per LaVeraCronaca — Tutti i fatti riportati si basano su fonti storiche e bibliografiche verificabili. Nessun contenuto ha carattere diffamatorio nei confronti di persone viventi. I giudizi sui soggetti coinvolti riflettono le risultanze processuali storicamente documentate e il dibattito storiografico esistente.