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Cannabis medica: quegli sprechi tutti italiani

Il discorso legato alla cannabis è da tempo diventato di grande attualità in Italia; parlare di liberalizzazione non è più un azzardo anche se poi, nei fatti, manca ancora un po’ di strada da fare e si continua ad assistere a incongruenze e sprechi tipicamente italiani. Come la storia che racconteremo qui di seguito.
Partiamo dal fatto che la cannabis per finalità mediche è ormai diventata una realtà consolidata; lo scorso dicembre 2015 il ministero della Salute ha emanato le linee guida per l’utilizzo della sostanza in ambito medico e curativo. Indicazioni rivolte soprattutto a medici e farmacisti per consentire l’uso medico della sostanza in modo omogenea in tutto il paese.
Il provvedimento fa seguito a un’altra novità datata 2014 che aveva dato il via ad un progetto pilota per produrre in Italia, escluisvamente presso lo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze e sotto controllo dell’esercito, la cannabis necessaria in ambito medico; questo perchè, prima di allora, era consentito curarsi con farmaci cannabinoidi ma dato che la produzione in Italia era vietata, bisognava importare quei farmaci dall’estero. Precisamente dall’Olanda.
Ed ecco già la prima contraddizione legata alla cannabis medica italiana: si riconosce il suo potenziale curativo come terapia del dolore per diverse patologie, soprattutto malattie neurodegenerative, sancendo che curarsi con la cannabis è legale mentre la coltivazione resta un reato.

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Produzione di cannabis in Italia

Con le linee guida del ministero della Salute datate dicembre 2015 si va anche a prevedere di informare in modo repentino circa l’effettiva disponibilità dei primi lotti di cannabis prodotta presso lo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze.
La previsione è di riuscire ad arrivare a queste comunicazioni già nei primi sei mesi del 2016, sperando quindi di essere riusciti a mettere in atto un meccanismo in grado di coltivare, raccogliere la cannabis per poi dar vita ai farmaci.
Il progetto pilota legato alla produzione di cannabis durerà 24 mesi ed è nato per dare un taglio alle spese di importazione del farmaco oltre che per venire incontro alle crescenti esigenze di molte persone affette da patologie per le quali l’uso della cannabis può essere di giovamento.

L’importazione del Bedrocan dall’olanda:

Bedrocan: è questo il nome del noto farmaco a base di cannabis. Ad oggi il Bedrocan viene importato dall’Olanda a cifre iperboliche: si parla di 35 euro al grammo.
Per rendersi conto della spesa, basti pensare che nel 2015 in Italia abbiamo importato oltre 40 chili di questo farmaco. Ovviamente questa cifra potrebbe crollare con la produzione autonoma della sostanza utile per dar vita ai farmaci.
Ma l’aspetto più paradossale della vicenda non è ancora emerso; perchè come sempre in Italia, il buon senso tende a non vincere mai e gli sprechi sono purtroppo all’ordine del giorno.

La cannabis italiana che finisce nell’inteneritore:

Un recente servizio pubblicato su l’Espresso ha evidenziato una stortura piuttosto evidente: mentre l’Italia spende le cifre iperboliche sopra elencate per importare il farmaco dall’Olanda, la cannabis che viene impiegata già qui, nel nostro paese, per fini scientifici di studio viene bruciata dopo essere stata utilizzata.
Si parla, sempre secondo l’Espresso, di cannabis con un livello di purezza uguale a quello della sostanza usata per realizzare il Bedrocan. In definitiva, la cannabis che utilizziamo per fini scientifici e che potrebbe essere impiegata per dar vita ai farmaci viene incenerita; al contempo, importiamo dall’Olanda farmaci a base della medesima cannabis pagandoli a peso d’oro.
Nelle ultime settimane secondo l’Espresso, dal Cra di Rovigo, ente autorizzato dal ministero della Salute alla coltivazione della canapa con finalità di ricerca, sarebbero partiti 36 chili di cannabis da incenerire dopo essere stati utilizzati per ricerche scientifiche.
Una cifra enorme considerando che, ad esempio, i malati di sclerosi multipla, una delle patologie per le quali viene maggiormente utilizzata la cannabis, ne consumano circa 10 grammi al giorno.
Un quantitativo consistente andato letteralmente in fiamme e dal quale si sarebbe potuto recuperare molto a livello di principio attivo. Ma in tutto questo procedimento, che appare evidentemente contraddittorio e incoerente, non c’è niente di illegale.

Legge sulla distruzione della droga:

C’è una legge in Italia in base alla quale le sostanze utilizzate per finalità di ricerca non possono essere impiegate nuovamente per altri fini e devono essere distrutte una volta che la ricerca stessa si è conclusa.
Il procedimento è lo stesso previsto per i carichi di droga sequestrati nel’ambito di operazioni delle forze di polizia che finiscono inceneriti nel forno del termovalorizzatore per rifiuti speciali ospedalieri.
La norma fa parte del Testo unico sugli stupefacenti che regola la materia relativa alle droghe in Italia. Per la verità un articolo di questa norma, precisamente l’art.24, sancisce che “Le sostanze confiscate o comunque acquisite dallo Stato sono poste a disposizione del ministero della Sanità che effettuate, se necessario, le analisi provvede alla loro utilizzazione o distruzione.”
Quindi un margine di possibilità e discrezionalità viene teoricamente lasciato. Solo che poi, nei fatti, la scelta finale è sempre quella di distruggere la sostanza senza pensare a un suo riutilizzo.
Con risultato finale che per curare i malati bisognosi di cannabis si deve importare il relativo farmaco dall’estero andando a dar vita a uno dei tanti sprechi in perfetto stile italiano; un marchio di fabbrica che ci ha tristemente reso famosi in tutto il mondo.

Pubblicato in Inchieste

Scritto da

Pierfrancesco Palattella

Giornalista indipendente, web writer, fondatore e direttore del giornale online La Vera Cronaca e del progetto Professione Scrittura

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