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Banca dati del Dna: in Italia ancora manca

In Italia ancora non è presenta una banca dati nazionale del dna; si tratta di uno strumento utile nella risoluzione di tanti casi di cronaca nera per i quali si è alla ricerca del colpevole in quanto l’analisi del dna presente sulla scena del crimine consente agli investigatori di identificare un omicida o, anche, di scagionare un innocente ingiustamente accusato.
Al riguardo è importante rimarcare una differenza fondamentale: l’analisi del dna rinvenuto può soltanto confermare o smentire che questo appartenga ad un individuo di cui già si conosce il dna. In sostanza, dall’analisi del dna non si può risalire all’identità della persona cui appartiene se il dna di questa stessa persona non è già presente in una banca dati.
Ecco allora in cosa consiste l’importanza di questo strumento; nell’avere a disposizione un campionario di dna appartenenti a persone sospette tramite il quale sia possibile indirizzare le indagini in una direzione o nell’altra. Uno strumento di supporto non da poco tanto nel lavoro del criminologo quanto in quello degli investigatori.
A fronte di ciò, come detto, l’Italia non presenta ancora una banca dati del dna: e questo malgrado il fatto che a richiedercelo sia un trattato sottoscritto e che la legge sia in gestazione ormai da tempo.

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Dal 2015 al via la banca dati:

A partire dal 1 gennaio 2015 anche l’Italia dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) avere la propria banca dati del dna: con 10 anni di ritardo rispetto al trattato europeo. Ad oggi è già pronta la sede del laboratorio che dovrà ospitare la banca dati, presso il carcere di Rebibbia, e in televisione circola da tempo uno spot informativo. Ma nei fatti c’è ancora da aspettare.
La legge italiana in materia di banca dati del dna risale al 2009; tramite quel provvedimento il nostro paese aderì al trattato di Prum, già sottoscritto da Francia, Germania, Belgio, Spagna, Lussemburgo, Austria e Paesi Bassi, finalizzato ad una maggiore cooperazione di polizia in materia di lotta al terrorismo, alla criminalità transfrontaliera ed all’immigrazione clandestina.
Il secondo capitolo di quel trattato andava a prevedere l’impegno dei paesi aderenti a creare schedari nazionali di analisi del dna: una banca dati, per l’appunto. Cosa che gli altri paesi hanno provveduto a fare mentre l’Italia ancora latita.

Soggetti che dovranno consegnare il dna:

Tra i fattori che hanno rallentato il processo della creazione della banca dati, oltre alle classiche lungaggini tecniche tipiche del nostro paese vi è stato anche il problema relativo alla privacy: il garante ha posto dubbi sull’attuazione del provvedimento.
In base alla legge del 2009 il prelievo del dna toccherà esclusivamente le persone coinvolte in qualche procedimento giudiziario: più nello specifico, riguarderà soggetti

  • ai quali sia applicata la misura della custodia cautelare in carcere o quella degli arresti domiciliari;
  • arrestati in flagranza di reato o sottoposti a fermo di indiziato di delitto;
  • detenuti o internati a seguito di sentenza irrevocabile, per un delitto non colposo;
  • nei confronti dei quali sia applicata una misura alternativa alla detenzione a seguito di sentenza irrevocabile, per un delitto non colposo;
  • ai quali sia applicata, in via provvisoria o definitiva, una misura di sicurezza detentiva.

Un problema di privacy:

La raccolta del dna sarà inoltre relativa a reperti biologici acquisiti nel corso di procedimenti penali; raccolta dei profili del dna di persone scomparse o loro consanguinei, di cadaveri e resti cadaverici non identificati; raffronto dei profili del dna a fini di identificazione.
Ebbene secondo il garante della privacy rischierebbe di finire nel calderone della banca dati del dna anche chi dovesse essere sottoposto, pur solo per brevi periodi, a provvedimenti restrittivi salvo poi rivelarsi del tutto innocente.
In sostanza siamo destinati ad assistere al solito scontro tra chi richiede maggior sicurezza, in questo caso aumentando le armi a disposizione degli inquirenti tramite questa sorta di schedatura fornita dall’archivio del dna, e chi viceversa lotta per tutelare privacy e riservatezza. Staremo a vedere se, questa, volta, la deadline del 1 gennaio 2015 sarà rispettata.

Pubblicato in Inchieste

Scritto da

Erik Lasiola

Giornalista di inchiesta, blogger e rivoluzionario

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