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Satira

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Canova, il Cavaliere e… le Tre Grazie

Antonio Canova è stato senza dubbio uno dei più grandi artisti italiani, capace di realizzare sculture divenute nel tempo vere e proprie icone del talento nostrano. Veneziano di adozione e di morte, soggiornò a lungo a Roma, ospite in principio di lungimiranti mecenati che proprio a Palazzo Venezia gli offrirono l’accoglienza che spetta ad un maestro.
E a Roma, tra le altre, Canova realizzò una delle sue più celebri opere, la scultura delle tre grazie, “figlie” di Zeus e simbolo di splendore, gioia e prosperità. Tre donne ultraterrene e seminude che si abbracciano in atteggiamenti che oggi, meno poeticamente di un paio di secoli fa, definiremmo saffici.
Questo fu in grado, il buon Canova, di tirare fuori da un blocco di marmo (perdonate l’ignoranza, crediamo almeno che di marmo si trattasse), nell’anno domini 1815, allorquando un “leader mondiale” (così verrebbe definito oggi) del calibro di Napoleone fu in grado di fuggire dal proprio esilio italiano in quel dell’Isola d’Elba.

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Canova e le tre grazie:

Ma l’arte ha la capacità di uscire dal contesto nel quale è nata, arricchendosi a volte di influenze locali, anche dialettali, che ne modificano il senso e il significato.
E così, nel secolo successivo, “Canova” fu perfino soprannominato un modello di cavallo a dondolo prodotto da una casa veneta, celebre tra i bambini italiani. Ma ancor di più, parecchi anni più tardi e qualche centinaio di chilometri più a sud, “le tre grazie” lungi dal richiamare l’opera suprema del maestro Canova, si è trasformato in un bizzarro modo di dire, laddove le tre grazie in questione sono grazia, graziella e grazie al… caso (la forma colorita rende meglio, ma fingiamo che proprio di caso si tratti, visto che certi slang nascono proprio così, casualmente).
Ancora qualche anno più tardi, un mecenate del nord noto come cavaliere (ma il cavallo, qui, non c’entra nulla) si ritrovò a vivere una storia così piena di analogie con quella del Canova, spostando tuttavia il fulcro della vicenda da Venezia a Napoli. 

 

Il Cavaliere e Dudù:

Il personaggio in questione fu capace di trasformare donne ultraterrene e seminude in blocchi di marmo (perdonate l’ignoranza, crediamo che in questo caso si tratti di gesso, ma il senso è chiaro), stabilì la propria dimora ad un tiro di schioppo da quella che ospitò il Canova, in un palazzo noto come “Grazioli” (ed ecco l’ennesimo richiamo), dove ospitò a lungo anche sconosciuti chansonnier partenopei resi in breve tempo artisti di successo.
Scelse infine di avere accanto a sé, nei giorni dell’esilio, anche una fiera compagna napoletana, oltre a un cane, proprio come fece un altro esiliato, Napoleone, che con il suo Moustache non poté farsi fotografare sui rotocalchi patinati, ma se avesse potuto lo avrebbe fatto, è chiaro, perché un leader, per quanto sobrio, qualche vezzo lo nutrirà sempre.
Sapevate che Moustache era un barbone e Dudù, il fido compagno del cavaliere, è solo un più modesto barboncino? Sobrietà, ci vuole, signora mia. Ma d’altronde sono i tempi a richiederlo.
Tornando alle opere del cavaliere, “grazie al… caso” (perché il “caso” ha voluto che in quel momento storico i potenti italiani andassero d’amore e d’accordo e regnassero a braccetto), ritrae il cavaliere che tiene in scacco gli “avversari” politici, minacciando in caso di decadenza di far crollare le sintoniche maggioranze.

La decadenza dei costumi:

Anche Napoleone, a suo tempo, tentò di combattere la decadenza – dei costumi – ma non restano purtroppo opere che lo ritraggono in tale vesti. D’altronde quello era un tiranno, e mica avrebbe mai accettato di governare con larghe intese.
Graziella” è forse l’opera più malinconica, e vede in primo piano un malinconico cavaliere ormai disarcionato che in sella alla nota bicicletta se ne va in esilio. Sullo sfondo si nota un’isola. No, non è l’Elba. L’autore non ha chiarito, ma potrebbe trattarsi di Grand Cayman.
Infine l’opera suprema, “Grazia”, è un omaggio dell’autore ad un altro artista partenopeo, Napolitano anche di nome ma più noto come Re Giorgio bis, con cui in passato tra molti screzi aveva costruito una solida amicizia.
Il titolo allude forse all’armonia delle figure, alle mani levate del Re che benedice e assolve il cavaliere dopo le molte battaglie. Proprio l’ultimo quadro è stato selezionato da una giuria segreta di esperti per essere esibito in Parlamento.

Pubblicato in Satira

Scritto da

Gianfabio Florio

Scrittore tagliente ed ironico; avvocato e romanziere.

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