Dal 3 al 6 giugno va in scena a Roma la nuova produzione firmata da Domenico Rolando Astone. Un allestimento essenziale, tra buio assoluto e luce caravaggesca, che ribalta la lettura tradizionale del classico shakespeariano
di Virginia Rifilato
Dal 3 al 6 giugno il Teatro Anfitrione di Roma, in via di San Saba 24, ospita La Tempesta di William Shakespeare, per la regia di Domenico Rolando Astone. Sul palco, Daniele Scattina veste i panni di Prospero in una produzione che si annuncia come tutt’altro che consolatoria.
Lo stesso sodalizio artistico che con Clan Macbeth aveva conquistato il Venice Theatre in Florida – portando Shakespeare in scena in italiano oltreoceano – torna ora a misurarsi con uno dei testi più enigmatici del Bardo. Il risultato è uno spettacolo che sovverte le aspettative: il Prospero di Scattina non è il saggio mago che tutto perdona e tutto riconcilia, ma un uomo che riconquista il potere attraverso manipolazione, magia e scelte moralmente ambigue. «Le strade che portano al successo sono lastricate dall’inferno», afferma il regista Astone, sintetizzando in una frase la cifra interpretativa dell’intera messa in scena. La vittoria finale ha il sapore amaro della restaurazione, non della redenzione.
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I ruoli si invertono, la comicità sale di rango
In questo allestimento i ruoli si ridistribuiscono rispetto ai lavori precedenti: Astone firma la regia e scende in scena come il marinaio Stefano, mentre Scattina si appropria del palcoscenico nella parte del protagonista. Il trio comico composto da Stefano, Trinculo – interpretato da Claudio Piano – e Calibano, affidato a Marco di Campli San Vito, non è relegato a funzione accessoria ma diventa co-protagonista con accenti che rimandano alla Commedia dell’Arte. Federica Gugliandolo interpreta Miranda; Noa Persiani, in una scelta deliberatamente moderna, veste i panni di Ferdinando; Rita Gianini è il narratore e Francesca Di Meglio è Ariel.
Ottanta minuti per distillare l’essenza
La riduzione testuale, curata dallo stesso Scattina, porta lo spettacolo a ottanta minuti. Una scelta di campo, non una concessione alle esigenze di mercato. Come spiega Astone, si tratta di «una riflessione profonda sulla contemporaneità: Shakespeare, autore modernissimo e attento ai tempi, oggi scriverebbe drammi serrati, privi di ridondanze». Tagliare il Bardo, dunque, non è un’eresia ma un atto di fedeltà alla sua stessa natura.
Il nero come scenografia, la luce come atto creativo
L’elemento scenografico dominante è l’assenza. Nessun apparato, nessuna decorazione: solo il buio assoluto dal quale, di volta in volta, emergono personaggi, emozioni e storie. «La scenografia è il nero. Dal nero facciamo spuntare la vita, facciamo spuntare le storie, facciamo l’anima, facciamo spuntare le emozioni. Devono prendere la luce uscendo dal nero», spiega il regista. Un minimalismo che evoca il chiaroscuro caravaggesco: la luce non illumina semplicemente, estrae.
La colonna sonora spazia dal classico al rock, dall’elettronico al pop, cercando una risonanza emotiva capace di accompagnare ogni scena senza classificarsi in alcun genere definito.
L’insoddisfazione come motore dell’arte
Astone si descrive come un regista in perenne ricerca, mai pago del risultato raggiunto. Una tensione che considera non un limite ma l’essenza stessa del lavoro artistico: il conflitto tra la percezione dell’autore e l’applauso della platea, tra ciò che si è fatto e ciò che si sarebbe voluto fare. Per lui, lo spettacolo migliore è sempre quello che deve ancora venire.
La Tempesta – Teatro Anfitrione, via di San Saba 24, Roma. Dal 3 al 6 giugno 2026. Mercoledì, giovedì e venerdì ore 20.30; sabato ore 17.30. Info e prenotazioni: teatroanfitrione.it – tel. 06 5750827 / 328 8745880.