Il Piano Mattei per l’Africa rappresenta oggi il pilastro fondamentale della politica estera e della strategia energetica dell’Italia.
Presentato ufficialmente all’inizio del 2024 sotto il Governo Meloni e consolidatosi nel biennio 2025-2026, il progetto non è soltanto una proposta di cooperazione allo sviluppo, ma una visione geopolitica ambiziosa che mira a trasformare l’Italia in un hub energetico nel Mediterraneo.
L’obiettivo primario è duplice: garantire la sicurezza degli approvvigionamenti nazionali attraverso la diversificazione e promuovere una crescita sostenibile nei paesi africani partner, superando definitivamente la logica assistenziale del passato a favore di un approccio paritario e di vantaggio reciproco.
In questo articolo parliamo di:
L’eredità di Enrico Mattei e il nuovo paradigma
Il nome scelto per il piano richiama esplicitamente la figura di Enrico Mattei, fondatore dell’Eni, che negli anni Cinquanta propose un modello di collaborazione con i paesi produttori di petrolio basato sullo sviluppo delle risorse locali a beneficio delle popolazioni autoctone.
Il governo attuale ha ripreso questo concetto aggiornandolo alle sfide del ventunesimo secolo. Il Piano Mattei attuale si articola su 6 pilastri principali: istruzione e formazione, salute, agricoltura, acqua, infrastrutture e, soprattutto, energia.
Quest’ultimo settore è il motore trainante dell’intera iniziativa, poiché la stabilità energetica è considerata il prerequisito essenziale per qualsiasi forma di sviluppo economico e sociale, sia in Africa che in Europa.
Il superamento della dipendenza dal gas russo
Uno degli impulsi più forti dietro l’accelerazione del Piano Mattei è stata la necessità impellente di svincolarsi dalle forniture energetiche provenienti dalla Russia a seguito dell’invasione dell’Ucraina.
Se nel 2021 il gas russo copriva circa il 40% del fabbisogno italiano, le strategie di diversificazione hanno portato a una riduzione drastica di questa quota, scesa sotto il 5% già nel corso del 2023 e ulteriormente marginalizzata negli anni successivi. L’Italia ha risposto a questa crisi trasformando la propria geografia delle importazioni, spostando il baricentro dal corridoio orientale a quello meridionale.
Il cambiamento non è stato solo una reazione di emergenza, ma una scelta strutturale che ha visto il potenziamento dei gasdotti esistenti e l’aumento della capacità di rigassificazione per il Gas Naturale Liquefatto (GNL).
Nuovi accordi strategici con i partner africani
In questo contesto, l’Algeria è emersa come il principale partner strategico dell’Italia, sostituendo la Russia nel ruolo di primo fornitore di gas. Attraverso il gasdotto Transmed, i volumi importati sono cresciuti costantemente, accompagnati da nuovi accordi per lo sviluppo di giacimenti e la riduzione delle emissioni di metano.
Ma la strategia italiana non si limita a un solo Paese. Importanti intese sono state siglate con l’Egitto, la Libia, la Repubblica del Congo e il Mozambico. In particolare, i progetti FLNG (Floating Liquefied Natural Gas) in Congo e Mozambico hanno permesso di immettere sul mercato globale e nazionale nuove quote di gas in tempi rapidi.
Gli accordi non si limitano all’estrazione, ma prevedono la creazione di infrastrutture che servano anche il mercato interno africano, rispondendo così all’esigenza di combattere la povertà energetica nel continente.
L’Italia come hub energetico del Mediterraneo
La posizione geografica dell’Italia, protesa nel Mediterraneo, la rende il terminale naturale per l’energia proveniente dall’Africa e destinata al cuore dell’Europa.
Il Piano Mattei punta a sfruttare questa centralità potenziando le interconnessioni non solo per il gas, ma anche per l’energia elettrica e l‘idrogeno. Progetti come il cavo sottomarino ELMED, che collegherà la Tunisia alla Sicilia, sono emblematici di questa visione. L’idea è quella di creare un “ponte energetico” che permetta di importare elettricità prodotta da fonti rinnovabili nel deserto del Sahara verso le industrie europee.
Il posizionamento strategico rafforza il peso politico dell’Italia all’interno dell’Unione Europea, rendendola un nodo indispensabile per la sicurezza energetica dell’intero continente.
La transizione verde e il ruolo delle rinnovabili
Sebbene il gas naturale rimanga un combustibile di transizione fondamentale per garantire la stabilità del sistema, il Piano Mattei dedica ampio spazio alle energie pulite. La strategia prevede investimenti massicci nel fotovoltaico, nell’eolico e nelle biomasse in diversi paesi africani. Ad esempio, in Marocco ed Etiopia sono stati avviati centri di eccellenza per la formazione sulle energie rinnovabili.
L’obiettivo è duplice: aiutare i paesi partner a decarbonizzare le proprie economie e preparare le basi per la futura esportazione di idrogeno verde verso l’Europa. In questo modo, l’Italia si pone come leader tecnologico, esportando competenze e macchinari nel settore della transizione ecologica, creando così nuove opportunità di business per le imprese nazionali della filiera energetica.
Risorse finanziarie e governance del piano
Per sostenere un’iniziativa di tale portata, il Governo italiano ha stanziato una dotazione iniziale di circa 5,5 miliardi di euro, attingendo dal Fondo Italiano per il Clima e dalle risorse della Cooperazione allo Sviluppo.
Tralasciando l’intervento pubblico nazionale, il Piano Mattei è concepito per agire come un catalizzatore di investimenti molto più ampi, coinvolgendo istituzioni finanziarie internazionali come la Banca Mondiale e la Banca Africana di Sviluppo, oltre al settore privato.
La governance è affidata a una cabina di regia che coordina i vari ministeri e le grandi aziende di Stato (come Eni, Enel, Terna e Snam), assicurando che ogni progetto sia coerente con gli obiettivi nazionali e con le esigenze reali dei territori ospitanti. Il coordinamento centrale è fondamentale per evitare dispersioni di risorse e garantire che il Piano rimanga una strategia di lungo periodo, capace di resistere alle fluttuazioni politiche e di generare un impatto duraturo sulla stabilità energetica dell’Italia e, non è un caso, che anche nel mondo del lavoro, si stiano aprendo grandi opportunità nei cosiddetti green jobs, a riprova della centralità di un cambiamento che non è più rimandabile.