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Misteri di Cronaca Nera

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Strage di Villarbasse: 10 omicidi e l’ultima condanna a morte

La luce del faro che illumina la buia campagna intorno a cascina Simonetto è spenta. Strano, si dice Alfredo Garrone che, come tutte le mattine, poco prima dell’alba, sta andando alla cascina per ritirare il latte da vendere poi nel suo negozio a Villarbasse, a una ventina di chilometri da Torino.
Tutto il complesso gli appare nel buio e c’è troppo silenzio. La cascina, a quell’ora, dovrebbe essere già operativa, rumorosa, quantomeno illuminata. Qualcosa non va, a confermarlo c’è ora udibile anche il lamento delle mucche nella stalla, quelle povere bestie non sono state munte.
Perché? Dove sono gli abitanti della Simonetto? Possibile che l’avvocato Gianoli dorma ancora? La governante Teresa Delfino dovrebbe essere in cucina a preparare la colazione, ma la casa è tutta al buio. E che è successo al mezzadro Antonio Ferrero e alla moglie Anna Varetto? Anche casa loro è immersa nel silenzio e nel buio.

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La cascina in provincia di Torino:

Mentre Garrone, perplesso, continua a porsi le domande, arriva davanti alla Simonetto Berto Reinaudo, uomo di fiducia dell’avvocato Gianoli. Per lui, per Berto, visto come stanno le cose, nella cascina è successo qualcosa, qualcosa di brutto e bisogna andare a vedere.
Senza starci troppo a pensare, scavalca la recinzione e si inoltra nel podere desolato. Garrone lo segue. Arrivano alla casa, entrano e quello che vedono è sconcertante:

“In cucina c’era un bambino che piangeva, di circa tre anni, nipote del fittavolo. Dappertutto un grande disordine: piatti rotti, schizzi di bagna cauda sui muri, cassetti aperti, tutto faceva pensare che qualcosa di grave era successo. Mi precipitai in paese, presso l’unico telefono esistente a Villarbasse, per avvisare i carabinieri di Rivoli e da quel momento la nostra vita non fu più quella di prima”,

Queste le parole che Garrone riferì alle autorità e ai giornalisti, poche ore dopo il fattaccio.

Le 10 persone scomparse dalla cascina:

E’ la mattina del 21 novembre 1945. Le persone scomparse dalla cascina sono in tutto dieci. Oltre all’avvocato Gianoli, proprietario del podere, alla governante Teresa Delfino, al mezzadro Ferrero e alla moglie di questo, mancano all’appello anche Renato Morra, genero di Ferrero, Rosa Martinoli e Fiorina Maffiotto, due donne che si occupano dei lavori di casa, Domenico Rosso, marito di Rosa, Gregorio Doleatto, marito di Fiorina, e il nuovo lavorante Marcello Gastaldi. Tutti spariti.
La Seconda guerra mondiale è appena finita, finito è anche il regime fascista, mentre l’occupazione anglo-americana è ancora ben presente in tutte le amministrazioni e comanda.
L’Italia vacilla, si deve assestare ed è piena di sbandati che vanno qua e là, su e giù per il Paese in cerca di alternative alla miseria; la prima necessità è, per quasi tutti, sopravvivere, mangiare.
Si cerca lavoro, di qualsiasi tipo, occupazioni anche alla giornata, per qualche ora, purché si riesca a mettere in tasca i soldi necessari per sfamarsi. Chi possiede la terra, però, come l’avvocato Massimo Gianoli, non va qua e là per l’Italia, i piedi li ha ben piantati a terra, da mangiare non gli manca, tutt’altro.

Come inghiottiti in una voragine:

Cerca uomini che abbiano voglia di lavorare e costruire qualcosa, soprattutto in un momento storico come questo in cui tutto è possibile. Gianoli ha lasciato la direzione generale dell’Agip Piemonte, per dedicarsi anima e corpo alla sua azienda agricola, la Simonetto, notevolmente all’avanguardia, grazie alle moderne tecnologie di cui si avvale.
Nella cascina di gente ne gira tanta, molti risiedono anche lì, nel podere, sono come una famiglia allargata. Capita spesso di cenare insieme, soprattutto quando c’è da festeggiare qualcosa.
La sera del 20 novembre 1945, a cascina Simonetto si sta per festeggiare la nascita del nipote del mezzadro. Annina, la figlia di Antonio Ferrero, moglie di Renato Morra, ha appena partorito, è in ospedale, a Rivoli. Stando alla ricostruzione fatta dagli inquirenti:

“… Era l’ora di cena. Il mezzadro Ferrero, la moglie sua, il genero Morra Renato e un contadino che vi lavorava a giornata, Gastaldi Marcello, sedevano intorno alla tavola. Nella cucina della villetta adiacente, intente alla preparazione del pasto serale, stavano le domestiche dell’avvocato Gianoli, Martinoli Rosa, Delfino Teresa e Maffiotto Rosina”.

Proprio in questo momento, quando si sta per servire la cena, qualcosa accade e, come inghiottiti in una voragine apertasi nel pavimento e subito richiusasi, quelli della cascina Simonetto spariscono tutti. Nella casa non c’è più nessuno, a parte il bambino di tre anni che a quell’ora dorme nella culla.

Ricerche frenetiche nella campagna circostante:

Dopo l’allarme dato da Garrone, ricerche frenetiche sono condotte in tutta la campagna circostante. Sono setacciati boschi, anfratti, casolari abbandonati, dovunque sia possibile rinvenire qualcosa.
Servono indizi. Viene ritrovato un cappello, è quello dell’avvocato Gianoli, al suo interno ci sono tracce di materia cerebrale, non è certo un buon segno. Le ricerche continuano, ipotizzando accadimenti tragici, mentre Villarbasse si riempie di giornalisti che scrivono di vendette, o di antichi e mostri.
Oggi si sarebbe scritto anche di ufo, dischi volanti e alieni scesi dal cielo per rapire e studiare un pacchetto misto di essere umani o di sette più o meno sataniche votate al suicidio collettivo per il passaggio di una cometa o, ancora, di una fuga in qualche paese tropicale per fuggire da probabili oneri fiscali.
No, niente di tutto questo, le cose qui sono più semplici delle ipotesi rocambolesche e romantiche, più attaccate alla Terra e alla realtà, a volte miserabile, della vita quotidiana.

Indagini e ipotesi più credibili:

L’ipotesi più accreditata è che qualcuno, uno che aveva in odio il proprietario della cascina, abbia ucciso l’avvocato Gianoli e poi tutti gli altri, perché possibili testimoni.
Non mancano i nomi dei presunti assassini, uno fra tutti è un certo ‘Carmelo il boia’, un siciliano noto per atti di violenza in zona, anche ai danni di Gianoli.
Il problema, però, è che all’appello mancano le presunte vittime, le dieci persone che non si ritrovano da nessuna parte, e senza vittime, è chiaro, non possono esserci assassini, benché presunti.
Le indagini continuano a tutto tondo, coinvolgendo i carabinieri di Rivoli, quelli di Venaria e la MP, la Military Police degli alleati. Il 29 novembre 1945 è il giorno della svolta, il caso Villarbasse trova, infatti, il binario giusto su cui procedere in direzione della soluzione.

I 10 corpi rinvenuti nella cisterna per l’acqua:

Nel complesso della Simonetto c’è una grande cisterna, serve per raccogliere l’acqua necessaria ad alimentare l’intera cascina. Nessuno ha pensato fino ad ora a cercare lì dentro, lo fa otto giorni dopo un bracciante, solleva il coperchio e sonda con un lungo bastone il fondo.
C’è qualcosa, qualcosa di pesante e a guardar giù, nel buio della cisterna, si vede pure un luccichio. Con il bastone cerca di tirare su qualcosa, quello che esce è un brandello di stoffa, parte di un vestito. Scatta l’allarme. Arrivano gli inquirenti e i pompieri.
Lo spettacolo è terrificante. La voragine in cui sono cadute le dieci persone scomparse è quella, la cisterna della Simonetto. Le vittime sono tutte lì dentro.
Recuperate le salme, sono disposte nel cortile della cascina, hanno tutte mani e piedi legati con il filo di ferro. All’Istituto di Medicina Legale di Torino, gli esami evidenziano che le vittime hanno ricevuto colpi alla nuca, almeno uno per ciascuna; il cadavere dell’avvocato Gianoli è quello che presenta più ferite, come se l’assassino si fosse accanito su di lui con ferocia.

Parte la caccia agli assassini:

Non assassino ma assassini, non c’è dubbio, l’ipotesi che a compiere la strage alla Simonetto sia stato più di un uomo è certa. Si cerca nell’hinterland torinese, si fermano banditi di strada, è offerta una ricompensa da favola, mezzo milione di lire!, a chi fornisce utili e sicure indicazioni sul caso.
Qualche risultato alla fine arriva. In via Rombò, a Rivoli, gli inquilini di una palazzina chiamano i carabinieri per indagare su strani movimenti all’interno di un appartamento del loro stabile. Sono rinvenuti così un cappotto militare con una macchia scura, scarponi infangati e un frammento di carta annonaria con il numero ancora leggibile.

“… Le indagini chimiche dell’ufficio d’igiene definirono come di sangue umano la macchia del pastrano e come della stessa composizione chimica del terreno della cascina Simonetto il fango delle scarpe, mentre le ricerche dell’ufficio annonario accertavano che la carta annonaria apparteneva a D’Ignoti Giovanni di Antonio, nato a Mezzojuso il 13 luglio 1914 e residente a Torino. …” (La Stampa).

C’è ora un nome: Giovanni D’Ignoti, da questo, poi, a tutto il resto della banda.

L’arresto dei criminali di Villarbasse:

D’Ignoti, dopo la strage, è tornato al suo paese. Rientrato a Torino qualche tempo dopo è subito tratto in arresto, per via di quella carta annonaria, a suo nome, e dei suoi scarponi sporchi del medesimo tipo di fango presente alla cascina Simonetto.
Gli inquirenti però hanno solo lui, dei possibili complici non ci sono tracce o prove. Allora, gettano un’esca, dicono a Giovanni D’Ignoti che i suoi compari hanno confessato tutto, facendo il suo nome. D’Ignoti abbocca e crolla subito, confessa tutto, gettando ogni responsabilità sugli altri. Perfetto!
Il quadro è ora completo. Il 24 marzo del 1946 sono formalizzate le accuse e gli artefici del massacro della Simonetto sono tutti arrestati. Da ‘La Stampa’:

“I criminali di Villarbasse sono scoperti. Tre di essi sono caduti nella rete della giustizia, che aveva tessuto le sue maglie divenute sempre più strette. E’ ancora latitante il quarto, il più colpevole: Francesco Saporito, il cui vero nome è Pietro Lala, di ventitré anni. Ecco i nomi dei feroci criminali arrestati: Giovanni d’Ignoti, di anni trentadue; Giovanni Puleo, di trentaquattro anni; Francesco La Barbera, di ventisei anni. Tutti sono di Mezzojuso (Palermo)”.

E ancora: “…I carabinieri di Rivoli partirono alla volta di Mezzojuso (dove i criminali avevano fatto ritorno dopo la strage) per arrestare il Lala, il Puleo e La Barbera. Gli ultimi due furono arrestati e tradotti a Torino, il Lala era stato ucciso, forse da elementi di mala vita … Il Puleo e La Barbera confessarono anch’essi la loro partecipazione al delitto”.

Ricostruzione dei fatti della pubblica accusa:

Torniamo un pochino indietro. Qualche mese prima della strage, Francesco Saporito, Lala, il basista, aveva lavorato presso la cascina Simonetto. Era stato assunto per fare la stagione del grano.
Poi, il 17 novembre, si era licenziato, dicendo a tutti di avere ricevuto un’eredità, un podere, e di dover per questo tornare al suo paese. Al suo paese, però, non era tornato, se non dopo aver commesso il fatto, e insieme ai suoi complici, ai compaesani La Barbera, Puleo e D’Ignoti, incontrati una sera alla stazione ferroviaria di Rivoli, lì, dove si ritrovano tutti quelli del Sud, per sentirsi un po’ a casa, aveva invece architettato il colpo alla Simonetto, per impossessarsi del denaro e di altri beni dell’avvocato Gianoli.
Ecco quello che accadde la sera del 20 novembre 1945, secondo la ricostruzione dei fatti ad opera della pubblica accusa, sulla base delle confessioni di Puleo, La Barbera e D’Ignoti:

“ … Puleo e La Barbera avrebbero dovuto ‘sistemare’ i mezzadri; Lala e D’Ignoti gli altri. Entrarono i primi con le armi in pugno in casa del Ferrero e intimarono le mani in alto; si portarono i secondi, con lo stesso atteggiamento, e si mostrarono alle donne allibite e terrorizzate.
Per quanto il Laila, sedicente Saporito, avesse adottato una rudimentale maschera, fu riconosciuto dalla Delfino … Immediatamente, o poco di poi, un infernale proposito sopraggiunse nell’animo del Lala e fu subito condiviso dagli altri; ormai il riconoscimento del Lala perdeva costui e, con esso, i suoi correi; occorreva ad ogni costo assicurarsi l’impunità: a questo fine occorreva sopprimere tutti, niuno escluso, i testimoni di questa impresa, e di tutti fu freddamente decisa la strage …”.

Un rapina sfociata senza preavviso in una mattanza:

Tutto si spiega. Il basista del colpo, Pietro Lala, era stato riconosciuto, sfortunatamente, dalla governante Teresa Delfino e la rapina si era così trasformata, senza alcun preavviso, in una mattanza.

“ … Certamente, (le vittime) ignare della sorte che le attendeva, rassegnate di fronte alla decisa violenza di quattro banditi, furono legate e condotte in cantina, sotto la guardia del D’Ignoti, che fu all’uopo munito di un fucile da caccia trovato sul posto. … Di qui, a uno a uno, i poveri abitanti della Simonetto vennero tratti e abbattuti. …”.

Quanto segue, è parte della confessione di Giovanni Puleo, confessione che toglie ogni possibile ipotesi di tolleranza per gli atti compiuti; la sentenza, infatti, sarà durissima:

“Li mandammo giù in cantina, per poi farli tornare su, uno alla volta, nelle camere di sopra. Ognuno costretto a dirci dove erano i soldi, dove si poteva trovare qualche cosa di valore. Roba da rubare, insomma … Abbiamo ucciso a turno, di mano in mano che ci trovavamo fra le mani la vittima, uomo o donna che fosse”.

Mani e piedi legati e un blocco di cemento alle caviglie.:

Le vittime furono fatte salire sulla cisterna, davanti alla botola aperta. Avevano mani e piedi legati e un blocco di cemento assicurato alle caviglie.
Poi, colpite all’occipite, con un colpo secco, inferto con una sbarra di metallo, furono spinte giù nelle acque nere della cisterna; qualcuno morì subito, qualche altro cadde giù ancora in vita, agonizzante.
L’ultimo a essere colpito fu il mezzadro Ferrero, poi la botola fu richiusa e tutto tornò, come niente fosse accaduto, nel silenzio della notte. Il bottino fruttò circa 49,000 lire a testa, in più, i quattro criminali, si divisero qualche paio di calze e qualche capo di biancheria, sottratti come ultima razzia, insieme a dei salami, che consumarono subito, mangiandoli lungo la strada che li riportava verso Rivoli.

L’ultima condanna a morte della Repubblica italiana

E siamo all’epilogo. Il 5 luglio 1946, chiuso il dibattimento, per gli autori della strage di Villarbasse, quelli ancora in vita, si decreta la massima pena: condanna a morte, confermata poi in Cassazione il 29 novembre dello stesso anno.
E’ l’ultima condanna a morte della Repubblica italiana, data prevista per l’esecuzione: primi del 1947. Non c’è nulla da fare, anche se l’Assemblea Costituente sta riscrivendo la nuova Costituzione italiana, che abolirà la pena di morte, e, di fatto, sospenderà tutte le condanne previste nel 1947, per gli atroci delitti avvenuti alla cascina Simonetto non ci sarà nessuna sospensione, niente grazia, respinta, infatti, senza esitazione dall’allora presidente della Repubblica, Enrico De Nicola.

Legati sulle sedie davanti al plotone d’esecuzione:

“Tre sedie di legno, legate saldamente a paletti conficcati nel terreno, s’alzano sinistre e stecchite nel fumido squallore dell’alba nebbiosa. Recano il segno dell’umana pietà, inciso a mezza luna nello schienale, per accogliere la gola del giustiziato agonizzante. Tutto è pronto per l’esecuzione”.

4 marzo 1947, ore 07:41, poligono militare delle Basse di Stura, periferia di Torino: Francesco La Barbera, Giovanni Puleo e Giovanni D’Ignoti sono cavalcioni su tre sedie, legati, bendati, con la schiena rivolta al plotone d’esecuzione.
36 poliziotti armati di moschetto, 18 dei quali caricati a salve, perché nessuno abbia poi nel ricordo la certezza di aver effettivamente ucciso, aspettano. Silenzio.
Nessun ordine è dato a voce, solo un cenno dell’ufficiale, lentamente, taglia l’aria, quasi emettendo un fruscio. Gli agenti si dispongono allora in doppia fila, a sei metri dai condannati. Presto sarà dato il segnale.
D’Ignoti mormora le preghiere, gli altri due fumano l’ultima sigaretta. Si attende, sempre nel silenzio. Poi un grido si alza improvviso dalle sedie e mette paura: “Viva la Sicilia!”, l’ufficiale abbassa lesto il braccio, è il segnale, la scarica parte. Tutto è finito.


Fonti:

  1. La Stampa, La Stampa Torino Retrò;
  2. Il Giornale.it;
  3. I grandi delitti italiani (Accorsi/Centini)
Pubblicato in Misteri di Cronaca Nera

Scritto da

Alessandra Verducci

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