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La storia del Ponte sullo Stretto: l’eterno ritorno italiano

Nelle scorse settimane il premier Renzi ha toccato un tema estremamente noto agli italiani e del quale si sente parlare, spesso a sproposito, da decenni.
Nel corso di un incontro durante l’evento per i 110 anni dell’impresa di costruzioni Salini-Impregilo il presidente del Consiglio ha fatto un chiaro accenno al ponte sullo Stretto di Messina affermando: ”noi siamo pronti”. Lasciando quindi intendere che si può tornare nuovamente a parlare di quest’opera pubblica che nell’immaginario collettivo degli italiani è assurta ormai al ruolo di barzelletta assoluta.
Un tema che ciclicamente torna al centro del dibattito pubblico e che nel corso di vari decenni molti governi hanno brandito per tentare di attirarsi consensi.
Quella che segue è la storia di un ponte mai nato; un’opera pubblica per alcuni assolutamente utopica e che da decenni viene spiattellata ai quattro venti per svariati motivi. La storia del ponte sullo Stretto di Messina.

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Caratteristiche del ponte sullo Stretto di Messina

Con il termine ‘ponte sullo Stretto’ si va a identificare un’infrastruttura che dovrebbe consentire di attraversare lo Stretto di Messina, quella lingua di mare che collega il Tirreno con lo Ionio e che va a dividere due città, Messina e Reggio, oltre che due regioni: la Sicilia e la Calabria.
Questa opera pubblica dovrebbe quindi consentire l’attraversamento stradale e ferroviario mettendo in collegamento le due città. Un ponte sospeso tra due regioni per una lunghezza complessiva di oltre 3.600 metri che lo renderebbe il ponte più lungo del mondo. Il tutto corredato da una larghezza di oltre 60 metri e una altezza delle torri di quasi 400 metri.
Svariati miliardi di euro per un investimento dietro al quale in molti hanno sempre visto un tentativo di dar vita ad un gran giro di soldi pubblici per far arricchire qualcuno. Che poi, si teme, sarebbero i soliti noti; non certamente imprese selezionate in modo pulito.

I primi progetti del ponte sullo Stretto

C’è chi fa risalire a prima dell’Unità di Italia i primi progetti legati alla creazione di un ponte sullo Stretto di Messina. Per la precisione al 1840 quando Ferdinando II di Borbone Re delle Due Sicilie ebbe questa intuizione ma poi vi rinunciò a causa dei costi eccessivi.
Qualche anno dopo l’Unità di Italia vi furono altri tentativi di studiare un eventuale progetto simile ma fu nel XX secolo che si iniziò a fare ‘seriamente’. Si fa per dire. Lo stesso Benito Mussolini, si dice, parlò qualche volta dell’ipotesi di dar vita a un ponte sullo Stretto di Messina.

La metà del ventesimo secolo

Nel 1952 fu rilanciata l’idea di un ponte da parte dell’Acai, ovvero l’associazione dei costruttori italiani in acciaio. Tre anni dopo, nel 1955, fu la stessa Regione Sicilia a commissionare alla Fondazione Lerici del Politecnico di Milano uno studio preliminare per capire la fattibilità del progetto.
Si arriva quindi al 1971 per assistere alla nascita del la prima società pubblica per l’avvio dei lavori. Fu istituita con la legge n.1158 del 1971 “Collegamento viario e ferroviario tra la Sicilia e il Continente”.
Si deve attendere 10 anni, quindi il 1981, per assistere ala nascita della concessionaria Stretto Messina spa con sede a Roma. Nata l’11 giugno del 1981 e partecipata dall’Iri, da Ferrovie dello Stato, da Anas, dalla Regione Sicilia e dalla Regione Calabria, viene posta in liquidazione con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri in data 15 aprile 2013. E il ponte ancora non c’è.

Gli albori del 2000

Con il nuovo millennio la musica non sembra cambiare: è il giugno del 2003 quando il Gruppo di Alto Livello per la rete di trasporto transeuropea indica il ponte sullo Stretto tra le 18 opere con massima priorità a livello europeo in quanto ritenuto tra i corridoi principali sui quali far confluire gli investimenti europei.
Il 1 agosto del 2003 arriva addirittura l’approvazione preliminare da parte del Cipe, il Comitato interministeriale per la programmazione economica, che valuta in modo positivo l’impatto ambientale dell’opera.
Tra fine 2003 e inizio 2004 vengono definiti impegni tecnici e finanziari con ministeri e le due regioni coinvolte; quindi vengono siglati perfino i protocolli sindacali sullo stato dei lavoratori che dovranno operare nelle future aree interessate.
L’anno dopo, nel 2005, viene anche firmato un protocollo di intesa per favorire l’attività di monitoraggio finalizzata alla prevenzione delle infiltrazioni della criminalità organizzata nelle transazioni finanziare relative al ponte sullo Stretto.

Lo stop del Governo Prodi

Nel novembre del 2006 l’allora Governo Prodi II emana la legge n.286 recante disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria con la quale si va a indicare che il ponte sullo Stretto non è tra le priorità del Governo.
Secondo quell’esecutivo con i fondi destinati al ponte di Messina si sarebbero potute finanziare infrastrutture in Sicilia e in Calabria. Come risposta a questa chiusura Raffaele Lombardo, allora leader dell’Mpa (Movimento per le Autonomie) e futuro presidente della regione Sicilia, organizzò una marcia di protesta a Roma con diverse centinaia di simpatizzanti del suo partito. Anche diversi esponenti del centrodestra abbracciarono quella protesta.

Il ritorno di Berlusconi: riecco il Ponte

Nel maggio del 2008 torna al governo Silvio Berlusconi e per l’occasione ritorna in auge il refrain del ponte sullo Stretto. Per la verità il cavaliere ne aveva già parlato a più riprese, nel 2003 in particolare; ma nel 2008 l’allora ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli, annuncia la partenza dei lavori entro 1 anno.
Impellenza confermata nuovamente dal Cipe, che nel settembre 2008 ribadisce la pubblica utilità del ponte e nel marzo 2009 delibera uno stanziamento di 1,3 miliardi di euro per l’opera.
Nelle settimane successive vengono firmati accordi, sottoscritte intese, controintese e poi di nuovo controaccordi. Viene perfino nominato, e siamo nel 2009, un Commissario straordinario, per la velocizzazione delle procedure relative alla realizzazione delle opere propedeutiche del Ponte.
Un tecnico con l’incarico di velocizzare le operazioni. Il colmo del colmo. I mesi successivi sono piuttosto frenetici: si passa dai lavori della Variante di Cannitello alla progettazione definitiva delle opere a terra.

Approvazione del progetto e mozione Idv

Nel 2011 viene approvato il progetto definitivo da parte del Consiglio di Amministrazione della Società Stretto di Messina. Il costo complessivo dell’opera risulta salito da 6,3 miliardi a 8,5 miliardi.
Viene quindi firmato il Protocollo operativo per la sperimentazione del monitoraggio finanziario e viene pubblicato l’avviso relativo all’avvio delle procedure per la dichiarazione di pubblica utilità del ponte sullo Stretto.
Tutto sembra filare sui binari giusti e nessuno pare subodorare la farsa che sta per compiersi; intanto l’unione Europea non include il ponte di Messina tra le opere pubbliche destinate a ricevere finanziamenti comunitari.
Nell’Ottobre del 2011 la Camera approva una mozione dell’Italia dei Valori va a prevede la soppressione dei finanziamenti per gli anni 2012 e 2013. Tutto nella norma, come previsto.
Il ponte sullo Stretto non s’ha da fare. E questa decisione è un chiaro segnale di quello che sta per accadere nella politica italiana.

Lo stop del Governo Monti

La pietra tombale sul progetto ponte di Messina fu posta con la salita (o la discesa, come amava dire lui) di Monti e del suo Governo tecnico a palazzo Chigi.
Siamo nel novembre 2011 quando Mario Monti viene incaricato di dar vita ad un governo dopo che Berlusconi ha rimesso il mandato nelle mani dell’allora presidente della Repubblica Napolitano. Nel governo tecnico non c’è spazio per gli scialacqui; men che mai per il ponte sullo Stretto.
Ed allora nel settembre del 2012 l’allora ministro dell’Ambiente Corrado Clini dichiara che “non esiste alcuna intenzione di riaprire le procedure per il ponte sullo Stretto” e che anzi il Governo tecnico vorrebbe chiudere quanto prima le procedure aperte negli anni precedenti. È la fine di tutto.
Nella legge di Stabilità dell’Ottobre 2012 vengono addirittura stanziati 300 milioni per pagare le penali relative alla non realizzazione del progetto. Nell’Aprile del 2013 Mario Monti firma il decreto che va a liquidare la società Stretto di Messina spa (affidandone la gestione ad un commissario), la società costituita nel 1981 e concessionaria della realizzazione dell’opera.

Da Alfano a Renzi: la farsa continua

Conoscere con esattezza quanto sia costata tutta questa storia non è dato sapersi. Ci aveva provato la Corte dei Conti nel 2009, prima che sul progetto del ponte di Messina venisse messa la pietra tombale, affermando che soltanto nel periodo dal 1982 al 2005 erano stati spesi quasi 130 milioni di euro.
Altre fonti ritengono questa cifra anche troppo esigua rispetto ai costi reali dei vari progetti durati per interi decenni. Fatto sta che tutta questa storia non ha insegnato molto dato che negli ultimi mesi la storia è tornata a ripetersi con il governo Renzi.
Nel 2015 ci ha pensato il ministro Alfano annunciando: “si riparte con l’opera” in risposta alla mozione Ncd a favore del ponte sullo Stretto approvata a maggioranza dalla Camera.
A dare nuova linfa a questa vicenda grottesca e, si potrebbe aggiungere con un pizzico di qualunquismo, tipicamente italiana, ci ha pensato infine il premier Renzi rispolverando nel settembre 2016 il cavallo di battaglia caro a molti. Una boutade o semplicemente l’ultimo capitolo di una farsa il cui finale potrebbe essere ancora tristemente lontano.

Pubblicato in Focus

Scritto da

Pierfrancesco Palattella

Giornalista indipendente, web writer, fondatore e direttore del giornale online La Vera Cronaca e del progetto Professione Scrittura

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