Online dal 2009 - I primi a portare la cronaca sul web

Carenza di personale qualificato nella PA, un male cronico italiano

Un’amministrazione che torna ad assumere, ma che fatica a trovare, formare e trattenere le competenze di cui ha bisogno. Il problema non è soltanto quanti dipendenti pubblici ci siano, ma chi sono, quanti anni hanno e che cosa sanno fare.

Ogni volta che un progetto si ferma, un bando si blocca o un fondo rischia di non essere speso, la spiegazione ricorre uguale: mancano le persone giuste, nei posti giusti. È una diagnosi che attraversa governi e legislature, e che oggi si intreccia con la grande partita delle risorse europee e del PNRR. Per capirla bisogna guardare indietro, perché la carenza di competenze nella pubblica amministrazione italiana non è un incidente recente, ma il risultato di decisioni prese e rimandate per quasi vent’anni.

Un problema che viene da lontano

La svolta è del 2008. Da quell’anno una serie di provvedimenti ha bloccato le assunzioni e limitato la sostituzione del personale in uscita. Le norme legavano il turn over a una frazione della spesa del personale cessato l’anno precedente: nei primi anni il limite era fissato al 20%, per poi salire al 50% e al 100% solo più avanti.

L’effetto sugli organici è stato misurabile. Tra il 2008 e il 2019 l’occupazione pubblica è calata di circa 193mila unità, il 5,6%, e quasi tutta la riduzione si è concentrata nei primi quattro anni. Ma il vero costo è stato un altro. Come ha osservato un intervento ospitato dalla stessa Corte dei conti, il blocco ha prodotto una dinamica semplice e pesante: usciva il personale anziano, e in cambio non entrava nessuno.

L’invecchiamento del personale

A questo si sono sommati altri fattori. Secondo le analisi dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani, l’invecchiamento del personale ha tre cause: la fine della leva obbligatoria, che fino ai primi anni Duemila abbassava l’età media di ingresso; la maggiore formazione richiesta per accedere al servizio pubblico; e, soprattutto, il blocco parziale del turn over. Il blocco è stato eliminato nel 2019, in parallelo con le uscite favorite dall’anticipo pensionistico, che hanno aperto altri vuoti. Chi ha seguito la vicenda parla di una perdita di competenze e di memoria amministrativa che in molti casi non è più recuperabile.

I numeri di oggi

Il quadro attuale è meno cupo di quanto si creda, ma resta fragile. Secondo il Conto annuale 2024 della Ragioneria generale dello Stato, il numero dei dipendenti pubblici ha raggiunto quota 3.388.794, con un aumento dell’1,8% sul 2023. L’età media è scesa di poco, a 49 anni e 4 mesi, ma il 54% del personale ha più di 50 anni e oltre 121mila lavoratori hanno già superato i 65.

Ci sono segnali di inversione. Gli under 30 sono passati da circa 157.900 a quasi 210.000 in un solo anno (+33%), una crescita trainata dai concorsi del PNRR. Tra il 2023 e il 2024 i nuovi ingressi sono stati circa 214mila a fronte di 117mila uscite, e i laureati rappresentano ormai il 59% del personale.

Resta però uno squilibrio di fondo: gli under 35 pesano ancora per il 13,2% del totale, mentre gli over 55 superano il 37%.

Non è questione di “troppi statali”

Si sente spesso dire che la PA italiana sia sovradimensionata. I confronti internazionali raccontano altro. Secondo l’OCSE, in Italia i dipendenti pubblici sono il 13,6% degli occupati contro il 18% medio dell’area. In termini di abitanti, il rapporto FPA indica 5,7 dipendenti pubblici ogni 100 residenti, contro 6,1 in Germania, 7,3 in Spagna, 8,1 nel Regno Unito e 8,3 in Francia.

A distinguere l’Italia è l’età. In una rilevazione OCSE sul personale delle amministrazioni centrali relativa al 2015, l’Italia risultava il Paese con la quota più alta di dipendenti over 55 (45,4% contro una media del 24,3%) e l’ultimo per presenza di under 35, appena il 2,2%. Nel 2020 l’Istat registrava un’età media di 48,8 anni nel settore pubblico contro 42,8 nel privato, con i valori più alti negli enti locali.

Il nodo delle competenze

Anche quando i posti ci sono, trovare le persone è un’altra storia. Il rapporto 2022 di Formez PA ha documentato la difficoltà di reclutare profili tecnici come ingegneri, architetti, informatici e statistici: per queste figure oltre il 70% dei candidati non si è nemmeno presentato alle prove. Per le selezioni PNRR, 722 posti per esperti di gestione e rendicontazione e 1.245 per esperti tecnici sono rimasti vacanti. Secondo alcube analisi giornalistiche, nel 2022 solo il 40% dei concorsi ha coperto per intero i posti disponibili, e in una selezione per 800 esperti i vincitori hanno rinunciato in 400.

Le ragioni sono note: retribuzioni poco competitive rispetto al privato per i profili specialistici, carriere poco attrattive, procedure lunghe. Ma il punto più delicato è un altro: quelle competenze servono proprio dove la PA è più sotto pressione, cioè nella progettazione, nella gestione dei fondi e nella digitalizzazione.

La prossima onda di uscite

La questione generazionale non si è chiusa con le assunzioni del PNRR. Una stima basata sulle classi d’età del Conto annuale indica che, con il pensionamento a 67 anni, nei prossimi sei anni potrebbero lasciare il servizio circa 523.500 dipendenti, il 15,4% del personale censito. È una proiezione, non una previsione ufficiale, ma dà la misura della sfida: sostituire non solo i posti, ma l’esperienza.

Cosa serve

Le indicazioni che emergono dagli osservatori sono ricorrenti:

  • Programmazione pluriennale dei fabbisogni, per superare la logica a strappi di blocchi e sblocchi che ha caratterizzato gli ultimi quindici anni.
  • Reclutamento più rapido e mirato, con procedure capaci di competere con il mercato per i profili tecnici e digitali.
  • Attrattività del lavoro pubblico, in termini di carriere, formazione e retribuzioni per le figure più richieste.
  • Passaggio di consegne tra generazioni, con affiancamento strutturato per non disperdere le competenze di chi sta per uscire.

Il punto, in fondo, è questo: una pubblica amministrazione non si misura dal numero dei dipendenti, ma dalla capacità di mettere le persone giuste al posto giusto, con gli strumenti per lavorare bene. È su questa capacità, più che sulle singole scadenze, che si gioca la credibilità del sistema e la possibilità di usare davvero le risorse a disposizione.

Matteo Di Medio

Matteo Di Medio è un giornalista digitale ed esperto di content strategy. È Caporedattore di Gioco Pulito e Influent People, due delle principali testate editoriali digitali del settore, e ricopre il ruolo di Responsabile dei Contenuti presso la Linking Agency, realtà specializzata in Digital PR, SEO e Web Reputation.
Nel corso della sua carriera ha contribuito alla crescita e allo sviluppo editoriale di numerosi progetti digitali, curando la produzione e la direzione dei contenuti con un approccio orientato alla qualità e alla visibilità online.

Ultimi Inseriti