Il 2 febbraio 1990, a Roma, in via del Pellegrino, a pochi passi da Campo de’ Fiori, un commando in moto affianca un uomo appena uscito da una gioielleria e lo colpisce con una raffica di colpi d’arma da fuoco. L’uomo è Enrico De Pedis, per tutti “Renatino”, uno dei capi storici e fondatori della Banda della Magliana, l’organizzazione criminale che per oltre un decennio aveva controllato buona parte del malaffare della capitale, intrecciandosi con logge, servizi segreti, ambienti vaticani e vicende oscure della storia repubblicana.
La sua morte, ricostruita negli anni successivi grazie a indagini, processi e alle dichiarazioni di collaboratori di giustizia, resta ancora oggi uno degli episodi più controversi e meno del tutto chiariti della cronaca nera romana. A trentacinque anni, De Pedis rappresenta una delle figure apicali della criminalità organizzata romana, considerato dalla magistratura il capo indiscusso della fazione “testaccina” nata dalle ceneri della Banda della Magliana.
In questo articolo parliamo di:
- 1 2 febbraio 1990: ricostruzione dell’omicidio
- 2 Chi era Enrico De Pedis
- 3 Le indagini e il ruolo di Angelo Angelotti
- 4 Antefatto: evasione di Colafigli e decisione di eliminare De Pedis
- 5 Il processo agli assassini
- 6 Il movente del delitto De Pedis: soldi, potere e vecchi rancori
- 7 Le testimonianze dei collaboratori di giustizia
- 8 Funerali dei De Pedis e sepoltura in Sant’Apollinare
- 9 L’inchiesta giudiziaria: esecutori materiali e ruoli accusatori
- 10 I processi e le sentenze
- 11 I misteri irrisolti
- 12 Conclusioni
2 febbraio 1990: ricostruzione dell’omicidio
Attorno alle ore 13:00, De Pedis esce da un negozio della via e sale a bordo del suo scooter. Non ha scorte armate al seguito, ritenendo probabilmente che la sua statura criminale e la fitta rete di coperture gli garantiscano un’inviolabilità di fatto nel centro storico della Capitale. A porsi al suo inseguimento è una motocicletta con a bordo due uomini. L’azione si consuma in pochi secondi: affiancato il mezzo della vittima, il passeggero della moto estrae un’arma da fuoco e spara da distanza ravvicinata. Un unico proiettile trafigge De Pedis alle spalle, trapassandogli il cuore e causandone la morte immediata davanti agli occhi dei passanti e dei commercianti della zona. I killer si danno immediatamente alla fuga nel labirinto di vicoli del centro prima che possa essere dato qualsiasi allarme efficace.
Chi era Enrico De Pedis
Per capire meglio questo omicidio si deve risalire alla statura del personaggio: chi era Enrico De Pedis? ‘Renatino’ nasce a Roma il 15 maggio 1954. Cresciuto nel quartiere Testaccio, entra ancora giovane nell’orbita della nascente Banda della Magliana, il sodalizio criminale che tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Novanta gestisce traffico di stupefacenti, estorsioni, sequestri di persona e un fitto sistema di relazioni con ambienti istituzionali. La sua prima comparsa nelle cronache giudiziarie risale al sequestro del duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere, il 7 novembre 1977, un rapimento che si concluse con l’uccisione dell’ostaggio ma che fruttò comunque un riscatto di due miliardi di lire; De Pedis, all’epoca detenuto, non partecipò materialmente all’azione ma ne ricavò comunque una quota.
Un’inclinazione criminale imprenditoriale
A differenza di molti sodali, che dilapidavano rapidamente i proventi delle attività illecite, De Pedis mostrò fin da subito un’inclinazione imprenditoriale, reinvestendo il denaro in imprese edili, ristoranti e attività commerciali. Negli anni Ottanta il suo nome viene accostato a numerosi omicidi che insanguinano Roma, tra cui quelli di Amleto Fabiani, Orazio Benedetti, Nicolino Selis e del cognato di quest’ultimo Antonio Leccese, Domenico Balducci, Giuseppe Magliolo e Massimo Barbieri. Il 27 novembre 1984, dopo un pedinamento della compagna Sabrina Minardi, viene arrestato con l’accusa di associazione a delinquere, detenzione e spaccio di stupefacenti, omicidio e tentato omicidio.
Al momento della morte, tuttavia, De Pedis non risultava avere condanne definitive a suo carico, poiché diversi procedimenti si erano conclusi con assoluzioni o erano ancora pendenti.
Le indagini e il ruolo di Angelo Angelotti
Ricostruire la dinamica dei fatti risulta possibile soprattutto grazie alle dichiarazioni rese da alcuni collaboratori di giustizia, in particolare Vittorio Carnovale, esponente della vecchia guardia della Banda della Magliana, arrestato nell’aprile 1993 dopo una lunga latitanza. Interrogato come imputato di reato connesso nel processo a carico di Angelo Angelotti, il 28 novembre 1995 davanti alla Prima Sezione della Corte d’Assise del Tribunale di Roma, Carnovale offre una ricostruzione dettagliata delle dinamiche e dei protagonisti dell’agguato. Le sue dichiarazioni, insieme a quelle di altri collaboratori come Antonio Mancini, Fabiola Moretti e Maurizio Abbatino, consentono agli inquirenti di ridisegnare l’organigramma della banda e di attribuire ruoli e responsabilità nei diversi episodi criminosi contestati.
Scissione interna della Banda: Testaccini contro Maglianesi
Per comprendere le ragioni documentate dalle sentenze giudiziarie che hanno condotto all’omicidio di Enrico De Pedis, è necessario analizzare la profonda frattura strutturale che aveva lacerato la Banda della Magliana nella seconda metà degli anni Ottanta. Come ricostruito nelle ordinanze di rinvio a giudizio e nelle deposizioni dei principali collaboratori di giustizia, la confederazione criminale romana era originariamente divisa in diverse “batterie” territoriali. Tra queste, le due più potenti ed egemoni erano il gruppo della Magliana e dell’Altoparlante, guidato da figure come Maurizio Abbatino, Marcello Colafigli ed Edoardo Toscano, e la fazione di Testaccio e Trastevere, capeggiata da Danilo Abbruciati ed Enrico De Pedis.
L’alleanza strategica tra questi gruppi, fondata sulla gestione unitaria dei proventi del narcotraffico, del gioco d’azzardo e delle rapine, aveva garantito un controllo quasi monopolistico delle attività illecite romane per oltre un decennio. Tuttavia, con la morte violenta dei primi capi storici come Franco Giuseppucci nel 1980 e Danilo Abbruciati nel 1982, gli equilibri interni svanirono rapidamente.
Antefatto: evasione di Colafigli e decisione di eliminare De Pedis
C’è un momento che viene giudicato come fondamentale nella morte di Renatino: dagli atti giudiziari emerge che, dopo l’evasione di Marcello Colafigli, tra gli ex sodali della Magliana, matura la decisione di eliminare De Pedis, ritenuto responsabile di essersi appropriato di somme di denaro che avrebbero dovuto essere divise con i vecchi complici. L’ideazione e l’organizzazione dell’operazione di morte ai danni di De Pedis sono state attribuite dalla magistratura proprio a “Marcellone” Colafigli, elemento di vertice della fazione opposta a De Pedis e legato da un solido rapporto di fratellanza a Edoardo Toscano; Colafigli riuscì a evadere dall’ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa l’8 luglio 1989 e, subito dopo la fuga, si adoperò per ricostruire un gruppo d’fuoco operativo e pianificare l’eliminazione di De Pedis.
La figura di Colafigli emerge dalle sentenze come il motore trainante dell’agguato: un uomo mosso da un duplice obiettivo, ovvero vendicare la morte di Toscano e punire l’arroganza finanziaria dei Testaccini. Per compiere l’azione, tuttavia, la fazione di Colafigli necessitava di informazioni precise e di una copertura logistica in grado di superare le difese e le cautele abituali del boss rivale.
Il ruolo da esca di Angelotti
Angelotti viene incaricato di fissare l’appuntamento fatale, sfruttando la fiducia che ancora Renatino riponeva in lui. Nei giorni immediatamente precedenti al delitto, le forze dell’ordine avevano fermato per un controllo alcuni degli uomini coinvolti nella preparazione dell’agguato nei pressi dell’aeroporto di Fiumicino, mentre De Pedis e Sabrina Minardi si trovavano a Rio de Janeiro, da dove sarebbero rientrati in Italia proprio a ridosso dei giorni dell’attentato.
Dopo l’omicidio, gli organizzatori si allontanano da Roma: Carnovale e Colafigli fanno tappa ad Ancona, dove informano dal carcere Antonio Mancini, per poi proseguire verso Venezia, dove vengono raggiunti da Antonio D’Inzillo e dallo stesso Angelotti, che tuttavia rientra a Roma il giorno seguente. Gli altri proseguono la fuga verso l’Austria, dove vengono fermati alla frontiera, e successivamente verso i Paesi Bassi, dove la polizia tedesca arresta D’Inzillo, ricovera Colafigli in un ospedale psichiatrico giudiziario e rimanda indietro Carnovale in quanto persona indesiderata.
Il processo agli assassini
Il processo per l’omicidio di Enrico De Pedis approda in aula alcuni anni dopo il delitto. Tra gli imputati per il ruolo avuto nella fase organizzativa e logistica figura anche Alessio Gozzani, che viene però successivamente scagionato dall’accusa di aver guidato la motocicletta utilizzata per l’agguato, ruolo che gli inquirenti attribuiscono invece ad Antonio D’Inzillo, morto latitante in Sud Africa nel 2008 senza mai essere stato processato in via definitiva per i fatti contestati.
Angelo Angelotti, dopo aver scontato periodi di detenzione per altri reati, tra cui un traffico internazionale di eroina proveniente da Albania, Macedonia, Ungheria e Turchia contestatogli nel 1994 insieme ad alcuni esponenti dei Nuclei Armati Rivoluzionari, viene arrestato nuovamente nel 1998, poco prima che la Corte di Cassazione si pronunciasse sul procedimento per associazione per delinquere di stampo mafioso e traffico internazionale di droga a suo carico, con esito a lui favorevole e annullamento della pena. Pochi mesi dopo viene tratto nuovamente in arresto con l’accusa di essere l’autore dell’omicidio di un altro ex membro della banda, Roberto Abbatino, commerciante di oggetti sacri ucciso a coltellate nel marzo 1990, appena un mese dopo la morte di De Pedis.
La vicenda giudiziaria di Angelotti, considerato dagli inquirenti l'”esca” che permise di attirare Renatino nella trappola di via del Pellegrino, si chiude in modo definitivo solo il 28 aprile 2012, quando l’uomo, ormai sessantunenne, viene ucciso durante una tentata rapina ai danni di due gioiellieri romani, in un conflitto a fuoco nel quale, secondo la ricostruzione delle autorità, fu colpito da diversi colpi di arma da fuoco esplosi dal gioielliere rapinato, la cui posizione venne poi archiviata con la formula della legittima difesa.
Il movente del delitto De Pedis: soldi, potere e vecchi rancori
Il movente ufficiale dell’omicidio, così come emerge dagli atti processuali e dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, è riconducibile a una questione economica: De Pedis si sarebbe rifiutato di dividere in parti uguali con i vecchi sodali ingenti somme di denaro, sostenendo che si trattasse di proventi da lui investiti e non semplicemente sperperati come avevano fatto altri membri della banda. De Pedis sceglie infatti di investire le ingenti risorse finanziarie accumulate in attività legali, immobili, attività commerciali, bische clandestine ed eversive reti di protezione, tagliando fuori gli storici compagni d’armi che si trovavano dietro le sbarre. Tale comportamento venne interpretato dai sodali della Magliana come un tradimento imperdonabile del patto costitutivo dell’organizzazione criminale.
Tra il 1989 e i primi mesi del 1990, secondo quanto ricostruito, Renatino aveva inoltre interrotto i versamenti economici destinati ai detenuti della banda e alle loro famiglie, giustificando la decisione con il fatto che quei fondi non provenivano più da attività comuni. Mentre i membri della fazione dei “Maglianesi” continuavano a subire arresti e a passare lunghi periodi di detenzione negli istituti di pena italiani, De Pedis e il gruppo dei “Testaccini” mantennero una posizione di relativa libertà e di forte penetrazione nel tessuto economico-finanziario e speculativo della città. Questo atteggiamento, uno “sgarro” secondo diverse ricostruzioni, avrebbe innescato la reazione di Marcello Colafigli, evaso proprio in quel periodo, che decise di organizzare la vendetta coinvolgendo Angelotti.
Il tesoro accumulato dal gruppo capeggiato da Renatino
Negli atti dell’inchiesta emerge con chiarezza come il gruppo capeggiato da De Pedis avesse compiuto una vera e propria evoluzione imprenditoriale. Le indagini patrimoniali condotte dalla Magistratura rivelarono l’esistenza di numerosi conti correnti, partecipazioni societarie e investimenti nel settore immobiliare e della ristorazione di pregio. Mentre il gruppo storico della Magliana continuava a muoversi secondo dinamiche tradizionali di controllo del territorio e di sopraffazione fisica, De Pedis si avvaleva della consulenza di professionisti e prestanome per ripulire il denaro sporco. Questo stacco economico accrebbe il risentimento della fazione avversa, che vedeva De Pedis arricchirsi e consolidare la propria posizione sociale mentre i vecchi sodali affrontavano lunghi processi e severe pene detentive.
Le testimonianze dei collaboratori di giustizia
Negli anni successivi, i contorni operativi dell’agguato di via del Pellegrino sono stati ricostruiti nei minimi dettagli grazie alle deposizioni rese davanti alle Corti d’Assise da diversi collaboratori di giustizia, tra cui Vittorio Carnovale, detto “il Coniglio”, Maurizio Abbatino e Antonio Mancini.
Carnovale, verbalizzato in molteplici udienze dei processi contro la Banda della Magliana, descrisse con precisione l’atmosfera che precedette la decisione finale. Nelle sue deposizioni ufficiali, Carnovale chiarì come i vertici della fazione della Magliana avessero provato a più riprese a fissare un appuntamento con De Pedis per coglierlo di sorpresa. De Pedis, conscio dei rischi, evitava tuttavia i luoghi abitualmente frequentati dai malavitosi della periferia e si muoveva quasi esclusivamente nelle zone centrali della capitale, dove riteneva di essere protetto e inaccessibile ai suoi nemici.
I precedenti tentativi (sventati) di uccidere Renatino
Gli atti processuali testimoniano che l’omicidio del 2 febbraio 1990 fu solo il culmine di una serie di tentativi falliti. Nei mesi precedenti, la fazione di Colafigli e Carnovale aveva predisposto diversi appostamenti nei luoghi frequentati da De Pedis. In almeno due occasioni, i commando armati si erano appostati nei pressi delle sue abitazioni e dei suoi uffici informali, ma l’azione era stata fatta sfumare all’ultimo momento per la presenza imprevista di pattuglie delle forze dell’ordine o per repentini cambi di programma della vittima.
Questi insuccessi costrinsero gli organizzatori a perfezionare la strategia, abbandonando gli appostamenti fissi e puntando sul pedinamento dinamico affidato a mezzi a due ruote, ideali per muoversi agevolmente nelle strade strette del centro storico romano.
Funerali dei De Pedis e sepoltura in Sant’Apollinare
I funerali di Enrico De Pedis vengono celebrati da monsignor Piero Vergari nella basilica di San Lorenzo in Lucina. La salma viene inizialmente tumulata il 6 febbraio 1990 nel cimitero del Verano, in un loculo di proprietà del suocero di De Pedis, per poi essere trasferita circa due mesi dopo nella cripta della basilica di Sant’Apollinare a Roma. La sepoltura in un luogo di culto normalmente riservato a religiosi e benefattori viene autorizzata in deroga al diritto canonico dal Vicariato di Roma, dopo che lo stesso monsignor Vergari attestò, in una lettera datata 6 marzo 1990, che De Pedis fosse stato in vita un benefattore dei poveri che frequentavano la basilica. Questa circostanza, unita al fatto che la richiesta di sepoltura fu avanzata dalla vedova, ha alimentato per decenni un vivace dibattito pubblico, culminato nel 2012 con l’apertura del sepolcro da parte delle autorità nell’ambito delle indagini sulla scomparsa di Emanuela Orlandi.
L’inchiesta giudiziaria: esecutori materiali e ruoli accusatori
L’inchiesta sull’omicidio di Enrico De Pedis è stata una delle vicende investigative più complesse e prolungate della storia giudiziaria romana. Per lungo tempo, le indagini si sono scontrate con un muro di omertà e con depistaggi legati all’elevata caratura della vittima e ai suoi presunti legami con ambienti eversivi, finanziari e istituzionali.
Tuttavia, le convergenze tra le dichiarazioni di Vittorio Carnovale e Maurizio Abbatino hanno consentito agli inquirenti di delineare con chiarezza la composizione del commando e l’assetto dei responsabili. Negli atti giudiziari vengono individuati come ideatori e mandanti dell’omicidio Marcello Colafigli e lo stesso Vittorio Carnovale. Per quanto riguarda il ruolo di esecutore materiale, le accuse della Procura si concentrarono su Antonio D’Inzillo, giovane contiguo ad ambienti dell’estrema destra eversiva e killer legato alla fazione della Magliana, affiancato nella fase operativa da altri complici che fornirono copertura logistica.
L’ordinanza del Giudice Istruttore Otello Lupacchini
Un passaggio fondamentale della ricostruzione giudiziaria è rappresentato dalla maestosa ordinanza di rinvio a giudizio firmata dal Giudice Istruttore Otello Lupacchini negli anni Novanta. In quell’atto, composto da migliaia di pagine, la magistratura procedette a un riordino sistematico di oltre quindici anni di criminalità romana.
L’ordinanza Lupacchini ricostruì l’omicidio De Pedis non come un evento isolato, ma come il tassello finale di un mosaico criminale che aveva visto l’intreccio tra criminalità comune, eversione politica, mafia e poteri occulti. Il documento mise in luce come l’eliminazione di De Pedis avesse privato la fazione dei Testaccini della sua mente finanziaria più raffinata, provocando il definitivo sfaldamento dell’intera struttura organizzativa della banda.
I processi e le sentenze
I procedimenti penali scaturiti dal maxi-processo alla Banda della Magliana, portato in aula nei primi anni Novanta, hanno affrontato in maniera organica la lunga catena di sangue che aveva insanguinato la capitale, compreso il delitto De Pedis.
Le sentenze della Corte d’Assise di Roma, successivamente confermate nei gradi superiori di giudizio, hanno stabilito in via definitiva che l’omicidio di Enrico De Pedis fu un delitto di criminalità organizzata, maturato interamente all’interno della faida per la supremazia e la redistribuzione delle risorse della Banda della Magliana. Marcello Colafigli è stato condannato all’ergastolo per molteplici reati, compreso il ruolo di mandante e organizzatore dell’eliminazione di De Pedis. Antonio D’Inzillo, colpito da mandato di cattura per il delitto, si rende latitante, trovando la morte all’estero anni dopo senza che la sua posizione potesse essere definita in presenza.
L’epilogo processuale per la fazione avversa
La sentenza definitiva ha quindi archiviato le ipotesi di complotti di natura diversa legati all’esecuzione immediata di via del Pellegrino, riconducendo il fatto di sangue alla feroce lotta intestina tra le “batterie” della malavita romana. Con la morte di De Pedis e le successive condanne a carico dei superstiti della fazione della Magliana, si chiuse definitivamente la parabola storica della Banda della Magliana come organizzazione unitaria al centro delle vicende criminali della capitale.
I misteri irrisolti
Sull’omicidio di via del Pellegrino permangono ancora oggi diversi punti oscuri. Se da un lato i processi e le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia hanno permesso di ricostruire con un buon grado di dettaglio la dinamica dei fatti e di individuare organizzatori ed esecutori materiali, dall’altro resta irrisolto l’interrogativo sul perché un uomo potente e con solidi legami in ambienti istituzionali come De Pedis non sia stato protetto o tempestivamente avvertito dell’imminente agguato, nonostante secondo quanto riferito dallo stesso pubblico ministero titolare dell’inchiesta i preparativi del delitto fossero già monitorati dagli inquirenti.
Il nome di Enrico De Pedis è stato inoltre più volte accostato dagli inquirenti e dai media, sulla base di dichiarazioni di testimoni come Sabrina Minardi, alla scomparsa di Emanuela Orlandi, la quindicenne cittadina vaticana sparita a Roma nel 1983, senza tuttavia che tale collegamento abbia mai trovato un riscontro giudiziario definitivo.
Conclusioni
A oltre trent’anni di distanza, l’omicidio di Enrico De Pedis resta uno dei capitoli più emblematici della storia della Banda della Magliana e della cronaca nera romana degli anni Novanta. Le sentenze e le dichiarazioni raccolte nei vari procedimenti giudiziari hanno permesso di attribuire con ragionevole certezza la regia del delitto agli ex sodali della banda, guidati da Marcello Colafigli, e di individuare in Angelo Angelotti l’uomo che tese la trappola a Renatino. Restano invece senza una risposta definitiva le domande legate al ruolo di apparati istituzionali informati in anticipo della preparazione dell’agguato e ai molteplici intrecci, mai completamente chiariti dalla magistratura, tra il boss di Testaccio, il Vaticano e alcune delle pagine più buie della storia italiana recente.