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La legge Bossi-Fini: cosa prevede e dove ha fallito

A seguito dell’ultimo tragico incidente avvenuto al largo delle coste di Lampedusa e che ha visto il naufragio di un barcone carico di migranti provenienti dal nord Africa, si torna a parlar della legislazione italiana in materia di immigrazione; che per alcuni è eccessivamente stringente mentre per altri troppo permissiva.
La legge che viene presa sempre in esame in questi casi è la legge n. 189 del 30 luglio 2002, meglio nota con il nome di legge Bossi-Fini, che andava a modificare il Testo unico sull’immigrazione per regolamentare i flussi migratori: che cosa ha cambiato la Bossi-Fini in termini di immigrazione?
In estrema sintesi la legge va a prevedere l’espulsione immediatamente esecutiva con accompagnamento alla frontiera da parte della forza pubblica in caso di straniero clandestino ed espulso con provvedimento amministrativo. Gli immigrati clandestini che non sono in possesso di documenti validi devono inoltre essere portati e trattenuti nei Centri di Permanenza Temporanea, istituiti dalla Legge Turco-Napoletano e successivamente rinominati Centri di Identificazione ed Espulsione (Cie), per il tempo necessario al riconoscimento.

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Permessi di soggiorno e status di rifugiato

Sempre secondo la Bossi-Fini, il permesso di soggiorno viene rilasciato solo a coloro che dimostrino di avere un lavoro nel nostro paese; cosa non sempre facile da ottenere tant’è che questo requisiti particolare avrebbe, secondo molto, portato ad un esito opposto andando a favorire la clandestinità e generando lavoro nero.
A questa regola di dover avere già un permesso di lavoro per avere il permesso di soggiorno sfuggono alcune tipologia di immigrati: quelli che possono godere di  permessi di soggiorno speciali e quelli che possono godere del diritto di asilo.
Ricordiamo che i richiedenti asilo sono persone che, trovandosi fuori dal Paese in cui hanno residenza abituale, non possono o non vogliono tornarvi per il timore di essere perseguitate per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per le loro opinioni politiche. Possono richiedere asilo nel nostro Paese presentando una domanda di riconoscimento dello “status di rifugiato“.
Per le persone che ottengono lo status da rifugiato sono previste determinate forme di assistenza e fondi stanziati ad hoc; solo che, come facilmente immaginabile, spesso non sono sufficienti o non correttamente adoperati e solo 1/3 finisce per godere dei servizi, comprensivi anche di luoghi di accoglienza nei quali vivere. Il resto dei rifugiati finisce spesso per strada, alla meno, peggio, e si arrangia come può. E questa è un’indubbia criticità.

La Bossi-Fini e i respingimenti in mare

Tornando alla legge Bossi-Fini, altro aspetto controverso è quello relativo ai respingimenti al paese di origine; respingimenti che possono avvenire in acque extraterritoriali per imbarcazioni provenienti da paesi limitrofi e con i quali l’Italia abbia sottoscritto accordi specifici bilaterali di cooperazione per la prevenzione dell’immigrazione clandestina. In questo caso, non attraccando nei porti italiani, le navi di clandestini vengono controllate direttamente in mare dalle forze dei polizia le quali provvedono ad identificare gli aventi diritto all’asilo politico, oltre che a fornire eventuali cure mediche ed assistenza.
Pratica, quella dei respingimenti, che secondo diverse associazioni umanitarie e secondo la stessa Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo violerebbe i diritti umani: al riguardo il nostro paese è stato già condannato dalla Corte europea di Strasburgo proprio per episodi relativi a respingimenti in mare.

Rimpatri dei clandestini difficoltosi e dispendiosi

Una legge, la Bossi-Fini, che secondo molti ha portato storture nel meccanismo di ingresso dei clandestini e che i più critici detrattori non faticano a sminuire; si fa riferimento ad esempio alla difficoltà di rimpatrio dei clandestini (nel 2011 appena 25mila rimpatriati su oltre 47mila irregolari).
Rimpatrio che, oltre che difficoltoso, risulta essere anche dispendioso se è vero che, da quando la legge è attiva (circa 10 anni) sarebbero stai spesi 1 miliardo e 700 milioni di euro per i rimpatri (dati associazione Lunaria).
D’altra parte a fronte di chi contesta la Bossi-Fini vi è anche chi sostiene, probabilmente a ragione, che la frontiera italiana vada comunque tenuta sotto controllo e che non si può aprire a chiunque; pena il rischio di subire un’invasione, data la vicinanza della Sicilia (e di Lampedusa in particolare) con le coste africane.
Una problematica estremamente sentita e che dovrebbe essere affrontata efficacemente; magari in tempo utille e non soltanto a seguito di tragedie come quella di Lampedusa.

Pubblicato in Politica

Scritto da

Erik Lasiola

Giornalista di inchiesta, blogger e rivoluzionario

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