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Storia dei personaggi di Garlasco: tutti i volti di un caso infinito

Una mattina la tranquilla routine di una piccola località operosa e quieta viene infranta dal ritrovamento del cadavere di una ragazza, assassinata. Allo sgomento e al dolore seguono le indagini, che scavando sotto la superficie rassicurante del paese si imbattono in un inatteso sottobosco di segreti, rancori, passati ingombranti e persone che non sono quello che sembrano.

Riecheggia una domanda: chi ha ucciso Laura Palmer? È il 1990 e David Lynch stravolge i canoni della serialità televisiva con il suo I segreti di Twin Peaks. Il successo è clamoroso in tutto il mondo, anche da noi non è raro vedere persone che sfoggiano magliette su cui campeggiano scritte come “Chi ha ucciso Laura Palmer?” oppure “Ho ucciso io Laura Palmer”.

In questo articolo parliamo di:

L’omicidio di Chiara Poggi

Diciassette anni dopo, nel bel mezzo di agosto, il mese delle vacanze, della leggerezza e però, nel nostro Paese, anche di molti celebri delitti, le agenzie battono una notizia: una ragazza è stata brutalmente assassinata in casa, il cadavere ritrovato dal suo fidanzato. È così che un’altra, stavolta reale, piccola località operosa e quieta esce per sempre dall’anonimato di villette a schiera e zanzare della provincia pavese. A Garlasco si precipitano centinaia di giornalisti.

Riecheggia una domanda: chi ha ucciso Chiara Poggi?

Dopo altri diciotto anni, anni di indagini, arresti, processi, assoluzioni, condanne, riaperture dell’inchiesta, archiviazioni, orari cambiati, tracce diversamente interpretate, nuove riaperture, santuari, consulenze, perizie, trasmissioni televisive, supertestimoni, avvocati e avvoltoi da social quei giornalisti sono ancora lì.

In tutto questo tempo il Caso Garlasco da tragedia ha corso più volte il rischio di passare per Commedia Umana, complice un’esposizione mediatica senza precedenti, accanita e morbosa, e una diffusa tendenza a perdere di vista il dramma iniziale a vantaggio di speculazioni, guerre di bande a mezzo stampa e quella predisposizione tutta italiana a dividersi in tifoserie, in questo caso innocentisti vs colpevolisti.

Per quanto assurdo possa sembrare non è così improbabile che da un giorno all’altro qualcuno decida di produrre magliette con inciso: Ho ucciso io Chiara Poggi.

Abbiamo deciso di ripercorrere anche noi questa lunga e ancora aperta storia giudiziaria, e di farlo a modo nostro. Se quella di Garlasco è una Commedia Umana c’è un solo modo per raccontarla: attraverso i suoi personaggi.

CHIARA POGGI

Il biondino dagli occhi di ghiaccio, le cugine, il Ris di Parma, il giudice ragazzino, i genitori vari, gli avvocati, i salotti televisivi, i carabinieri, Corona, i criminologi, gli esperti, Gerry La Rana, il nuovo indagato, i giudici corrotti, i sedicenti supertestimoni.

Come e più che in gran parte dei casi di cronaca nera, quando si parla del Delitto di Garlasco, che sta riuscendo nell’impresa titanica di scalzare quello di Via Poma dal gradino più alto del podio dei misteri italiani, il Gran Teatro del Mondo di persone e personaggi in qualche maniera correlati al fattaccio comporta una grave e inaccettabile reazione: della vittima non gliene frega più niente a nessuno.

Accade sempre, perché la vittima muore, non c’è più, e in un’epoca come quella in cui viviamo, laddove si esiste solo se si appare, essendole negato questo diritto viene fagocitata da tutti quelli che da contorno diventano centro.

Peccato che qui ci sia una ragazza morta ammazzata in maniera brutale a 26 anni, quando aveva proverbialmente tutta la vita davanti, un cesto grande così di progetti, sogni, aspirazioni che, come lei venne lanciata in fondo a una scala, è stato buttato a mare.

Per quanto assurdo possa sembrare, approcciando a questa brutta storia, la domanda più difficile a cui rispondere è quella che naturalmente dovrebbe venire per prima: chi era Chiara Poggi?

Chi era Chiara Poggi e cosa faceva

Non è escluso che sia dovuto anche alla riservatezza della famiglia, fatto sta che se degli altri si sa di tutto e di più, e se si volesse sarebbe forse persino possibile venire a sapere quale scarpa si allaccino per prima, di Chiara rimangono poche fotografie, che ritraggono un paio di occhi fra il blu e il grigio e un sorriso composto, educato, e qualche racconto. Appare un po’ d’altri tempi, quel sorriso, di quando chi veniva immortalato in foto portava con sé quella minima quota di stupore, di meraviglia per il fatto che un momento potesse rimanere cristallizzato per sempre e che pertanto non andava sprecato. Non esistevano gli smartphone, all’epoca della morte di Chiara, e gran parte delle foto che la ritraggono sono di quelle che se venivi male era un ricordo in meno nell’album.

Ragazza timida laureatasi in Economia

Una ragazza timida, riservata, che sta bene in famiglia, con pochi amici e il fidanzato Alberto, oggi condannato per il suo omicidio, con cui sta da quattro anni ma si vede praticamente solo il sabato sera. Secondo la Pm Barbaini l’unica distrazione di Chiara era recarsi in Cascina Poggi a raccogliere la frutta, per poi portarla a sua nonna.

Era stata la prima in famiglia a laurearsi, in Economia a Pavia – nonostante l’equivoco ingenerato dai continui riferimenti alla villetta di Via Pascoli i Poggi, mamma dipendente comunale e papà impiegato, non sono ricchi – e da poco lavorava a Milano, nell’ambito di uno stage presso l’Ufficio Marketing della Computer Sharing.

Il fidanzamento con Alberto Stasi

I suoi progetti non prescindevano da Alberto, fidanzato di cui era innamorata e al quale, stando a certi racconti, appare quasi devota: rinuncia alle vacanze per stargli vicino mentre scrive la tesi e si prepara a un colloquio di lavoro, accetta di vederlo poco perché lui preferisce dare la priorità allo studio, parla di prove di convivenza in quell’agosto fatale e sogna di comprare un appartamento con lui a Milano.

Un’esistenza così ordinaria e ristretta è sicuramente una della cause che hanno portato gli inquirenti, cosa che oggi gli viene quotidianamente rimproverata, in un’unica direzione: pochi amici, zero grilli per la testa, a Garlasco in quei giorni non c’è nessuno (ma è davvero così?), ergo sarà stato il fidanzato.

Va comunque rimarcato come la loro storia avesse una dimensione pubblica particolare, se è vero che mai in quattro anni si erano seduti a tavola con i rispettivi suoceri e che Alberto non era stato nemmeno invitato al pranzo coi parenti di lei organizzato in occasione della Laurea. Riservatezza come stile di vita.

La presunta pista sulla doppia vita di Chiara

Si è parlato nell’ultimo periodo di una possibile doppia vita di Chiara, dell’esistenza di un secondo telefono con il quale secondo una collega era solita intrattenersi volentieri con molti amici, di sue strane ricerche su omicidi e pedofilia, di un rapporto con la cugina Stefania che da nullo si era tramutato in quotidiano e che questo possa avere avuto un ruolo nella sua morte, su un permesso preso al lavoro per andare a bere qualcosa con qualcuno a Cadorna, di feste a bordo piscina.

C’è uno scambio mail con una ex collega in cui si parla di intrallazzi e di piccione al telefono che dà sempre soddisfazione.

Se è vero che per trovare la soluzione ad un caso come questo è doveroso cercare di conoscere in profondità la vittima e i suoi lati meno esposti, preferiamo non iscriverci a questo concorso. In assenza di elementi concreti è inutile estrapolare mezze frasi o dare credito a racconti privi di riscontri.

Se emergerà qualcosa di nuovo e di utile ben venga, nel frattempo ci limitiamo a ricordare Chiara, che a 26 anni ha aperto la porta al suo assassino (o ai suoi assassini) e che quei suoi occhi fra il blu e il grigio li ha chiusi l’ultima volta sul fondo di una scala, vittima di una violenza brutale e immeritata.

Chiara Poggi aveva 26 anni e tanti sogni normali. Prima di tutti gli altri viene lei.

ALBERTO STASI

C’è un passaggio cruciale nell’Opera che meglio di ogni altra ha saputo rappresentare l’Italia e gli italiani della nostra epoca: Boris. Si tratta di una delle innumerevoli occasioni in cui il suo eroe tragico Renè Ferretti rischia il posto. Siamo nella seconda stagione e il Delegato della Rete Diego Lopez, un monumentale Antonio Catania, nell’elencare le qualità del regista sottolinea un aspetto in particolare, rimarcando: Sei simpatico, che in questo Paese è fondamentale.

Ecco, se sei indagato per avere massacrato la tua fidanzata per poi gettarne il corpo in fondo ad una scala sei nei guai, se poi la vita ti ha dato in dono non richiesto la capacità di risultare antipatico a pelle a chiunque incroci il suo sguardo con il tuo, nell’epoca dei Media, sei nei casini veramente.

Fra le qualità di Alberto Stasi, lo dice anche gli sta vicino da anni come i suoi avvocati, la simpatia non c’è.

L’Italia è un Paese di simpatici o, quando va male, di cialtroni. Ce ne sono tantissimi, più del necessario, e infatti quando ti imbatti in qualcuno che dopo due minuti non sembra sul punto di far partire un gioco aperitivo vivi una strana sensazione, affibbiandogli automaticamente la patente di anormale. Stasi è esattamente quel tipo di mosca bianca, e la sua anormalità l’ha pagata cara e da subito.

Il colpevole perfetto

Il bocconiano dagli occhi di ghiaccio, come lo appellano fin dalle prime ore i giornali, talvolta sostituendo l’aggettivo che rimanda al prestigioso ateneo milanese con un più banale biondino, con le sue labbra strette, il colorito pallido, lo sguardo obliquo e una strana postura rigida di chi probabilmente nasconde un comprensibile sentirsi fuori posto sotto ad abiti firmati è parso a molti immediatamente il colpevole perfetto, sebbene poi, se dopo quasi vent’anni siamo ancora qui, sia legittimo il dubbio che questa immagine abbia eccessivamente condizionato anche chi non avrebbe dovuto lasciarsi influenzare.

Immediatamente messo sotto torchio dai Carabinieri, ligi alla vecchia regola secondo cui il partner è il primo sospettato, sommerso nel primo interrogatorio da una notevole sequela di stronzo!, passato dal Carissimo Alberto del necrologio della famiglia Poggi al gelido ora siamo due parti contrapposte sibilato dalla madre di Chiara nel corso della telefonata che il ragazzo le fa appena scarcerato dopo i primi, ingiustificati, giorni di galera, tacciato ora di essere un maniaco sessuale, un gay, un violento, uno strano, Alberto non ha mai perso la compostezza. Ha attraversato mari in tempesta mostrando un notevole equilibrio ma, anziché venirgli riconosciuto come merito, questo suo mantenersi misurato, centrato, in questo Paese di simpatici nevrastenici, è assurto a ulteriore conferma della sua colpevolezza.

Posto che esiste una sentenza passata in giudicato, e come tale va rispettata, che stabilisce che ad uccidere Chiara sia stato Alberto Stasi, quello che ci interessa in questa sede è analizzare la singolare dicotomia fra come il biondino è (stando ai racconti di chi lo conosce) e come è stato percepito e raccontato all’esterno.

La telefonata di Alberto dopo aver ritrovato il corpo

Tutto comincia intorno alle 13,50 del 13 agosto 2007, quando Alberto telefona al 118 mentre, a bordo della sua auto, si sta dirigendo verso la caserma dei carabinieri. La vox populi è che il tono sia freddo e distaccato, in sentenza è addirittura indicato che il ragazzo avrebbe vagheggiato di un incidente domestico. Stasi in realtà dice Mi serve un’ambulanza in Via Giovanni Pascoli a Garlasco […] Credo che abbiano ucciso una persona, non ne sono sicuro, forse è viva.

Quindi, di incidente domestico non ha parlato, i primi due carabinieri intervenuti sulla scena confermeranno che nemmeno a loro abbia fatto cenno ad una ipotesi del genere, eppure la cosa viene ripetuta in atti ufficiali, il che sembra abbastanza grave. Elemento a carico di Stasi viene considerato, dai colpevolisti, il fatto che parli di persona e solo dopo una domanda specifica di mia fidanzata.
Effettivamente è strano, se poi lo si accoppia al tono freddo, è inevitabile sospettare. C’è da dire che però anche sulla questione del tono freddo si può discutere: Stasi non piange a dirotto né urla, ma fra questo e un tono asettico c’è un’infinita scala di sfumature. L’audio della telefonata è facilmente rintracciabile sul web, Alberto è sicuramente concitato, si inceppa, confonde il civico di casa sua con quello della villetta di Chiara, ha ventiquattro anni e – tenendo momentaneamente fuori l’aspetto non secondario di aver scorto il corpo esanime della propria ragazza – probabilmente è la prima volta che chiama il 118 in vita sua, forse non sa nemmeno bene come fare a spiegarsi.

Elementi che gli vengono imputati

Altra stramberia è quella di andare in caserma anziché telefonare, ma anche qui: se esiste, ed esiste, la possibilità che sia tutta una macchinazione per ritardare e sviare soccorsi ed indagini non c’è anche l’eventualità che questo ragazzo sia nel panico? È piena la letteratura di casi di paralisi o di azioni apparentemente prive di logica compiute da persone terrorizzate, potrebbe essere questo il caso?

Altro elemento che gli viene imputato è quello di non essersi avvicinato al corpo della ragazza, c’è la tua fidanzata in un lago di sangue in fondo ad una scala, che fai non ti avvicini per vedere se è viva o morta? Pure qui Stasi dà una spiegazione semplice che può tutto sommato essere condivisa: ho avuto paura. Del resto entra nella villetta e vede sangue dappertutto, c’è poca luce, il corpo in fondo alle scale: teme che l’assassino possa essere ancora in casa. A ognuno le proprie valutazioni, è sicuramente vero che in molti si sarebbero precipitati a controllare da vicino, ma allo stesso tempo a Stasi va riconosciuto il diritto, per dirla in francese, di essersi cagato sotto.

Subito dopo il ritrovamento del corpo Alberto viene portato in caserma ed interrogato – con tanto di tranelli vecchio stile come l’invio di una delle cugine di Chiara a colloquiare con lui in una stanza intercettata per capire se cada in contraddizione – fino alle sette del mattino seguente. Dopodiché, per il primissimo periodo, i radar degli inquirenti sembrano spostarsi su altri.

Il pc di Alberto

Però, nell’immediatezza, i carabinieri si erano portati via il pc di Stasi. E avevano fatto un disastro, è ormai cosa nota. Non avevano fatto la cosiddetta copia forense, avevano aperto i file senza criterio, compromettendo anche elementi fondamentali che, per fortuna di Alberto, risalteranno fuori e saranno determinanti ai fini delle sue due assoluzioni, inserendo un disco esterno e realizzando – forse – copie non ufficiali di alcune cartelle. Insomma, un bel pastrocchio. Però, trovano anche qualcosa di molto interessante.

Gli risulta evidente di avere in mano il pc di un accumulatore seriale e maniacale di foto, scrupolosamente catalogate. Si imbattono in 423 foto di aerei, 65 di cani, 14 di cuccioli, 42 di moto. 62 di barche, 209 di auto, 148 di ville e arredamenti di interne. Poi ci sono le più di settemila immagini pornografiche, nascoste in una cartella denominata Militari; fra queste ne trovano 25 di natura pedopornografica.

Le foto porno rinvenute

È una bomba che esplode sul palcoscenico del caso e che, unita al ritrovamento di presunte tracce di sangue sui pedali di una delle bici in uso ad Alberto lo spediscono dritto in carcere.

In questa sede abbiamo deciso di occuparci dei personaggi di Garlasco e non delle indagini e dei processi, ma è necessario puntualizzare che Stasi uscirà dal carcere quattro giorni dopo e in seguito verrà acclarato che il sangue non era sangue e anche sul contenuto del computer c’è molto da rivedere.

Carcerato e poi liberato

Una volta che ti mettono dentro per omicidio è difficile che ti tirino fuori, ad Alberto succede. Eppure quando esce non è più il biondino dagli occhi di ghiaccio ma il colpevole perfetto. Se prima era un bravo ragazzo, educato e un po’ timido, adesso è tutto un ma si sapeva che era un tipo strano, bastava guardarlo per capire che non era a posto, vedi che gli piacciono i bambini, sarà anche gay, lei lo ha sgamato e lui ha perso la testa.

L’apparente assenza di empatia di Alberto, quel suo volto slavato, quasi inespressivo, la riservatezza che gli impedisce di versare lacrime in pubblico, la figura di suo padre sempre di fianco che sembra sorreggerlo, sospingerlo, scavano un solco fra lui e gran parte dell’opinione pubblica: chi se non lui? E poi, guardalo…

Il suo rapporto con gli avvocati

Fatto sta che Alberto è libero e riesce nell’impresa di andare moderatamente sulle balle anche ai suoi avvocati. Perché si piazza ogni giorno nel prestigioso Studio Giarda di Milano e dirige il traffico. Se la sua faccia non fosse continuamente su Tv e giornali chi si trovasse a transitare per le stanze correrebbe seriamente il rischio di prenderlo per un giovane associato. Perché Stasi, e anche questa cosa non è che deponga molto a suo favore, è un secchione. Un giorno irrompe nella stanza della giovane praticante Giada Bocellari, oggi diventata suo avvocato e sua amica, e le ordina di fare delle ricerche. Vuole capire, leggere, studiare, sapere. Durante un’udienza, compiaciuto dall’esposizione di un consulente si alza e gli va a stringere la mano.

La storia processuale di Alberto Stasi è stata lunga e altalenante: dopo due assoluzioni sembrava navigare placido verso la certificazione definitiva della sua estraneità al fatto, ma una serie di ribaltoni lo hanno invece portato alla condanna definitiva a 16 anni e al Carcere di Bollate pochi giorni prima del Natale 2015. Chi la volesse approfondire può trovare notizie praticamente ovunque.

Noi continuiamo a parlare di lui.

Le deposizioni di Alberto

Nonostante l’impatto devastante della sentenza, tra l’altro preceduta di soli due anni dalla perdita dell’amato padre, in barba al bailamme mai sopito che si anima intorno a questa storia, Stasi non ha mai perso la sua compostezza, almeno in pubblico. I suoi detrattori lo accusano di aver parlato poco e mai di Chiara.

Sebbene con la scelta del Rito Abbreviato abbia evitato il contraddittorio in Aula, non è corretto dire che Stasi si sia sottratto. La scelta del rito era legittima e oltretutto Alberto ha parlato eccome: nei lunghi interrogatori a cui è stato sottoposto, ha reso dichiarazioni spontanee in Aula subito prima della definitiva condanna (ed ha parlato di Chiara) e ha rilasciato nel tempo poche ma lunghe interviste. In tutti questi casi non ha mai cambiato di una virgola la propria versione, anche quando gli poteva sembrare conveniente. Che sia stato ben preparato dagli avvocati, che ci sia riuscito perché è un secchione o che la sua versione sia la verità non sta a noi stabilirlo.

La vita di Alberto Stasi in carcere

Dopo un primissimo periodo di cella in cui si è dedicato, come la gran parte dei detenuti, al body building, Alberto ha sempre lavorato, anche se non al livello cui la sua carriera universitaria sembrava destinarlo. Prima dall’interno, in un call center che aveva le postazioni dentro Bollate, poi, vista la buona condotta da ragazzo timido, educato e composto, come contabile in uno studio di commercialisti all’esterno. Oggi, in sostanza, torna in carcere solo per dormire.
Nel primo giorno di semilibertà alcuni suoi amici si erano organizzati per portarlo a fare un aperitivo sui navigli. Arrivato in zona, Alberto non se l’è sentita di esporre nuovamente il proprio volto agli sguardi della gente. Mentre camminava gli si era avvicinato un giovane su di giri, gli aveva piazzato un telefono davanti alla faccia e gli aveva detto Grande bro sei uscito, lo sapevo che non eri stato tu, facciamoci una foto. Alberto e i suoi amici avevano quindi preferito andare a festeggiare nel riservato bar di un albergo.

Naturalmente nel corso dei processi sono emersi anche elementi contro Stasi, anche se l’interpretazione di questi continua a non essere univoca. Se pure è lecito credere che il bocconiano dagli occhi di ghiaccio sia colpevole è davvero arduo pensare che lo sia, come previsto dal Codice di Procedura Penale per chi viene condannato, al di là di ogni ragionevole dubbio.

C’è un dubbio in particolare, ragionevole o irragionevole che sia: se Alberto Stasi fosse stato simpatico e comunicativo, se fosse stato Il Rosario Fiorello della Lomellina, la sua vicenda umana e processuale sarebbe stata la stessa?

ANDREA SEMPIO

Nell’estate del 2016 una madre disperata lancia un appello dalle pagine di un settimanale:

Mio figlio è in carcere innocente. Chiunque abbia notizie che possano aiutare a trovare l’assassino della sua fidanzata, per favore, si metta in contatto con me. È la mamma di Alberto Stasi, e il suo grido d’aiuto non cade nel vuoto. Certo, in questo paese di mitomani, telefonisti anonimi, testimoni recalcitranti, sedicenti medium e grafomani incalliti c’è da fare subito un grosso lavoro di scrematura, eppure nel marasma di messaggi inutili qualcosa di potabile emerge.

La difesa di Stasi, da sempre convinta dell’innocenza del proprio assistito, cavalca l’onda e mette su un pool di investigatori, tutti ex appartenenti alle forze dell’ordine, che avranno il compito di svolgere quelle che in gergo vengono chiamate indagini difensive.

La prima cosa che fanno è andare a rieleggere tutti i verbali stilati dai carabinieri nei primissimi giorni, quando avevano ascoltato in qualità di testimoni una serie di persone. All’epoca l’ora della morte di Chiara era stata stimata intorno a metà mattina, dopo le 10,30, quindi gli inquirenti gli avevano chiesto conto di cosa stessero facendo in quella fase della mattinata.

Quando però successivamente l’ora della morte era stata spostata, qualcuno direbbe aggiustata, collocandola fra le 09,12 e le 09,35, i carabinieri non avevano pensato di riconvocare le stesse persone per domandare loro dove fossero nella nuova fascia oraria d’interesse.

È allora il pool di Stasi a fare questo lavoro, incrociando i dati emerge che c’è un alibi molto circoscritto, utile in caso di delitto a metà mattina, ma nullo dal momento in cui l’orario è stato anticipato. Quello di Andrea Sempio.

Amico di del fratello di Chiara: chi è Sempio

All’epoca del delitto Andrea Sempio ha diciannove anni, è un carissimo amico di Marco Poggi, fratello di Chiara, e per questo motivo frequenta la casa, dove Marco e i suoi amici si riuniscono di frequente per giocare ai videogiochi. C’è da dire che le dichiarazioni dei Poggi sull’assiduità di queste riunioni cambieranno leggermente nel corso del tempo, pertanto non è possibile sapere con certezza con quale frequenza Sempio bazzicasse la villetta di Via Pascoli. Porta i neri capelli lunghi fin oltre le spalle ed è indubbiamente suggestivo che nel lavandino del bagno della villetta ne fossero stati rinvenuti di simili lunghezza e colore senza che gli inquirenti vi avessero prestato particolare attenzione.

È un tipo taciturno, all’epoca inserito nel gruppo di amici ma via via nel tempo sempre più solitario, secondo qualcuno appassionato di musica Methal ed esperto di Krav Maga, sistema di autodifesa e combattimento di origine israeliana. Il suo avvocato Massimo Lovati, nel corso di una trasmissione televisiva lo definirà è un comunista, un disadattato con il tono di chi ritiene che i due aggettivi siano sinonimi.

Al di là dei racconti di chi lo conosce e delle frequenti adamantine esternazioni di Lovati, ci sono alcuni elementi che suggeriscono un possibile coinvolgimento di Sempio nella morte di Chiara. Innanzitutto, c’è il suo DNA sotto le unghie della ragazza.

Il suo DNA sotto le unghie di Chiara

All’epoca dell’omicidio era stato trovato sotto le unghie di Chiara un quantitativo di DNA maschile non riconducibile ad Alberto, i reperti e i risultati delle analisi erano però stati conservati. Dopo aver puntato i fari su Sempio gli investigatori del pool lo pedinano. Lo seguono dentro un bar e da lì riescono a portare via una tazzina da caffè, un cucchiaino e una bottiglietta di plastica.

Da questi reperti viene estratto un DNA che lo Studio Giarda fa confrontare con quello di Sempio. C’è compatibilità.

C’è anche un altro fatto quantomeno strambo. Andrea Sempio e Marco Poggi, in quell’estate garlaschese in cui il paese è probabilmente ben più popolato di quanto sia stato spacciato all’inizio, sono sempre insieme. Marco parte per la montagna con la famiglia il 5 di agosto, proprio il giorno dopo l’ultima uscita serale con la comitiva di amici. Nonostante questo, nei giorni successivi Andrea effettua tre telefonate al numero di casa Poggi.

Per quale motivo telefona a casa dell’amico quando sa benissimo che in quei giorni si trova in vacanza?

Difesa confusionaria di famiglia e avvocati

Come spesso succede a lui e a tutto il suo clan – padre, madre, avvocati – anche qui Sempio fa una discreta confusione. Le versioni sono diverse e spaziano da un’improbabile non sapevo fosse partito (spunto tirato fuori dal suo nuovo legale anche a novembre 2025), a una contorta teoria secondo la quale avrebbe salvato sotto la stessa voce in rubrica sia Poggi Casa che Poggi Cel incorrendo in errore, fino alla versione secondo cui, avendo provato più volte a chiamare Marco sul cellulare e trovandolo non raggiungibile, avrebbe infine provato a chiamare casa nel dubbio che fosse rientrato.

Le telefonate tra Andrea e il fratello di Chiara

Vediamo nello specifico le telefonate: le prime due risalgono al giorno 7, alle 17,42 e alle 17,50, e durano rispettivamente due e otto secondi. A sostegno della tesi dell’errore si può sostenere che la prima telefonata, quella di soli due secondi, può essere uno sbaglio: chiami Marco, senti rispondere una voce femminile (a casa Poggi c’era solo Chiara) e attacchi. Rimane difficile comprendere come mai richiami dopo otto minuti e rimani al telefono per otto secondi. A voler continuare a dare credito alla tesi dell’errore qui Sempio, incredibilmente, sbaglia di nuovo ma anziché attaccare spiega brevemente, tipo Ciao Chiara cercavo Marco ma ho chiamato casa per errore, scusami. Non è impossibile, per quanto… Secondo la difesa di Sempio, poi, questa telefonata sarebbe stata leggermente più lunga in quanto avrebbe fatto attivare l’impianto di allarme.

Chiamava per controllare Chiara?

Comunque la si metta, ancora meno senso assume la telefonata del giorno seguente, durata 21 secondi. Mettiamo pure che la prima volta abbia semplicemente sbagliato e attaccato, se nella seconda telefonata si è attivato il sistema di allarme non si capisce perché il giorno dopo abbia richiamato; spiegazione che risulta ancora più impervia se si ritiene invece che la seconda telefonata abbia visto un breve scambio fra Sempio e Chiara. Se già il giorno prima hai acclarato che l’amico non c’è, perché richiami?
Chi crede alla colpevolezza di Sempio – allo stato attuale indagato per omicidio in concorso con ignoti – ha gioco facile nel dire che queste brevi telefonate siano servite per controllare Chiara, per sapere quando fosse in casa, anche se va sottolineato come l’ultima chiamata risalga all’otto e l’omicidio si sia consumato il tredici. Altri pensano che queste brevi conversazioni indichino una conoscenza fra i due, che Andrea ha sempre negato. Fatto sta che, interpellato sul punto, Sempio non ha mai fornito una spiegazione forte.

Infine, delle telefonate che Andrea avrebbe fatto sul celluare di Marco trovandolo non raggiungibile non è mai stata trovata traccia, è oltretutto accertato che i cellulari dei coniugi Poggi, durante quel periodo di villeggiatura, hanno sempre preso perfettamente.

Il ragazzotto dai capelli lunghi

Quando nel 2017 il suo nome sale alle cronache Sempio decide di non sottrarsi alla ribalta, intervenendo in diretta televisiva. Ha ormai 29 anni ed è un lontano parente del ragazzotto dai capelli lunghi e dall’abbigliamento vagamente metallaro che si intravede in alcune foto risalenti al 2007. Magro, stretto in una giacca di taglio classico grigio chiaro su camicia scura, i radi capelli rasati e un filo di barba curata, se non bello dà l’idea di voler sembrare quantomeno figo.

Archiviazione del 2017 e nuova inchiesta del 2025

L’indagine su di lui del 2017 viene archiviata nel corso di pochissimo tempo, e oggi il Pm responsabile di quella archiviazione è sotto inchiesta anche per questo motivo, ma, come sempre nel Caso Garlasco, non finisce qui.

È evidente che l’elemento più forte contro Sempio sia il suo DNA, a maggior ragione se si pensa che di tracce del profilo genetico di Alberto Stasi, che si è beccato 16 anni, non ne è stata trovata nemmeno l’ombra.

Quando nel 2025 una nuova inchiesta si abbatte come un uragano sul commesso di Garlasco e viene trovata anche un’impronta di mano verosimilmente riconducibile a lui è comunque quello delle tracce rinvenute sotto le unghie di Chiara il tema più incisivo.

La difesa rimane fedele al proprio stile di confusione organizzata e la butta in caciara, un giorno esclude sia possibile quel DNA sia di Andrea, il giorno dopo parla di tracce esigue, quello dopo ancora di materiale degradato, passa a parlare di esami non ripetibili e quindi nulli, infine quando i buoi sono scappati si precipita a chiudere la stalla sostenendo che la presenza di materiale genetico di Sempio sotto le unghie di Chiara sia tutto sommato normale.

La linea difensiva di Sempio

Normale? In che senso normale? Si tratterebbe di un DNA da contaminazione. Non sarebbe frutto di un contatto diretto Andrea – Chiara, ma la ragazza avrebbe toccato un oggetto che in precedenza era stato maneggiato dall’amico del fratello e il profilo genetico di quest’ultimo si sarebbe così depositato sotto le sue unghie. L’unica conclusione scientifica di tale ragionamento appare essere il fatto che Chiara non si sia lavata le mani almeno dal quattro agosto, giacché Marco era partito il cinque e Sempio aveva smesso di frequentare casa.

Oltretutto, non ci sono tracce genetiche di altre persone sul corpo e sulle mani di Chiara, mentre è lecito pensare, seguendo il ragionamento della difesa, che in casa ci fossero oggetti che erano stati toccati in precedenza almeno dai suoi familiari.

L’Andrea Sempio del 2025

L’Andrea Sempio che si mostra alle telecamere nel 2025 è molto diverso da quello che era apparso in TV otto anni prima: è visibilmente ingrassato, cura la barba con meno attenzione e lascia crescere disordinatamente i capelli la cui attaccatura è arrivata ormai a metà testa, in una sorta di strana criniera scura e disordinata. Non si nega all’attenzione dei media mantenendo una espressione corrucciata da vittima del sistema che però ostenta tranquillità e fiducia negli inquirenti.

Eppure, oltre ai succitati inghippi dettati dal DNA e da quelle strane telefonate, ci sono altri due elementi che non lo lasciano dormire sonni tranquilli: presunti rapporti non limpidi con le forze dell’ordine (l’ex Pm Venditti è accusato di avere archiviato la posizione di Sempio in cambio di denaro) e, soprattutto, lo scontrino del parcheggio.

Quando fu sentito nel lontano 2008, un anno dopo l’omicidio, Sempio, senza che nessuno gli avesse chiesto alibi o altro, se ne uscì dicendo che non solo il 13 agosto del 2007 si era recato in libreria a Vigevano (trovandola chiusa), ma che da allora aveva conservato in una cartellina di plastica lo scontrino del parcheggio che attestava la sua permanenza in zona per un’ora a metà mattina.

Ci sono alcune valutazioni da fare.

Gli scontrini del parcheggio

Intanto, chi conserva gli scontrini dei parcheggi come fossero reliquie? La risposta fornita da Sempio e dalla sua famiglia ha una sua logica: ritrovato lo scontrino qualche giorno dopo e supponendo che, vista l’amicizia con Marco Poggi, i carabinieri potessero chiedergli conto dei suoi spostamenti, avevano pensato di conservare una prova evidente. In realtà lo scontrino non prova nulla. In primis essendo uno di quelli di vecchia generazione non indica la targa del veicolo, poi copre Sempio per una fascia oraria che oggi non costituisce alibi per l’ora stimata della morte ma, soprattutto, non sta scritto da nessuna parte che sia stato proprio Andrea a recarsi in quel parcheggio la mattina del 13, i tabulati telefonici non offrono infatti conferma.
I colpevolisti la vedono più come una excusatio non petita accusatio manifesta: avendo necessità di procurarsi un alibi che lo collochi lontano dalla scena del delitto Sempio si sarebbe procurato il talloncino cartaceo e lo avrebbe conservato nel caso fosse tornato utile. Nel 2025 viene fuori una frequentazione particolare – risalente ai primi anni 2000 – fra la madre di Andrea ed un Vigile del fuoco, si suppone dunque sia stata lei quella mattina a recarsi nel parcheggio in compagnia di quest’uomo e poi, allo scoppiare del Caso Garlasco, a conservare gelosamente lo scontrino per fornire un alibi al figlio.

Intercettazioni sul telefono di Sempio

È singolare la storia delle alterne fortune di questo scontrino, inizialmente considerato alibi valido, addirittura nel decreto di archiviazione del 2017 gli venivano dedicate ben tredici pagine, a elemento avverso. Persino l’Avvocato Massimo Lovati, all’epoca vicino alla definitiva trasformazione in Gerry La Rana, nel suo ultimo periodo al fianco di Andrea Sempio tendeva a sminuire la valenza di quell’elemento, avendo evidentemente compreso che da punto a favore stava rischiando di trasformarsi in clamoroso autogoal. Avrà pensato anche lui a quel vecchio adagio secondo cui gli alibi ultra precisi ce l’hanno soltanto i colpevoli.

Quando nel 2017 fu aperta una prima indagine su Sempio il suo telefono e la sua auto furono messi, sebbene con colpevole e sospetto ritardo, sotto intercettazione. Ciò ha permesso di ascoltare anche nel corso di diverse trasmissioni televisive quelli che sono stati definiti dei soliloqui del commesso. Vengono così indicati in quanto registrati quando Andrea è in macchina da solo, rimane però il dubbio che siano non conferenze a se stesso ma messaggi vocali registrati nel tragitto.

I soliloqui registrati

Il contenuto è ritenuto suggestivo, sia per le mezze frasi che si riferiscono a non meglio precisate cazzate fatte insieme a un suo amico poi morto suicida, sia per vere e proprie prolusioni di stampo antropologico in cui Sempio discetta su come sarebbe meglio vivere in comunità ristrette, massimo una sessantina di persone, con una singolare proporzione di quattro donne per ogni uomo, così da permettere ai maschi di svolgere la propria attività sessuale in modo continuo e variegato.
A suffragare questa tesi sottolinea come questa fosse la normalità in epoche antiche ma anche relativamente recenti quando all’epoca dei miei bisnonni si viveva in cascina in delle mini comunità di stampo non molto diverso. Per quanto concerne invece l’epoca dei nonni rimarca come l’unica sostanziale differenze fosse che gli uomini usavano sfogarsi sessualmente non sulle donne del clan ma frequentando i bordelli. Certo non si può condannare una persona per omicidio in base a simili soliloqui, ma una certa scarsa considerazione della donna, emersa tra l’altro anche in alcune sue attività online, suggerisce qualche valutazione.

Il rapporto tra Andrea Sempio e alcuni carabinieri

Si stanno poi aprendo una serie di buchi sui rapporti fra Andrea ed alcuni carabinieri, telefonate sospette, strani giri di denaro, di cui tratteremo nella sezione dedicata. Al primo dicembre 2025 Sempio sembra abbastanza nei guai, essendo trapelato che anche secondo la perizia del Tribunale, quindi super partes, il DNA rinvenuto sotto le unghie di Chiara appartiene a lui.

Fermo restando che la Procura sta mantenendo coperte alcune carte, al momento non è dato conoscere quale sarebbe il movente di Sempio. La sua figura è però indubbiamente d’impatto, e fa somigliare sempre di più questa storia a quei romanzi gialli in cui un uomo venuto dal passato ripiomba sulla scena per la cocciutaggine di un detective e cambia completamente la storia.

LE GEMELLE CAPPA

Già dalle prime ore successive al delitto, sul cancello della villetta di Via Pascoli che ancora deve entrare nell’immaginario collettivo come una delle più note scene del delitto del dopoguerra, campeggia una foto. Ritrae tre ragazze sorridenti e vestite di rosso, sono Chiara Poggi e le sue due cugine, gemelle, Paola e Stefania Cappa. C’è qualcosa di strano in quella foto in cui tutte e tre indossano qualcosa di rosso. Qualcosa di strano nella luce, chiara sulle gemelle e quasi bluastra sulla cugina. Anche il rosso del top di Chiara sembra strano, pare una ditata di vernice, e la mano che gli sta poggiata sopra è sgranata, sembra un pugno semichiuso poggiato sulla zampa di un’anatra.

C’è un motivo: quella che le due gemelle hanno appeso all’ingresso della villetta non è un’istantanea di famiglia, è un fotomontaggio. Fatto male.

Questa foto può essere considerata la bislacca locandina di quello che negli anni è diventato il Caso Garlasco, ossia una strana terra di mezzo in cui realtà, ipotesi, sogni e deliri si mischiano confondendo l’osservatore fino a indurlo a credere che non può essere, che da un evento tragico come la morte violenta di una ragazza non dovrebbe generarsi una tale sequela di atteggiamenti poco seri. Eppure.

Il fotomontaggio di Chiara

Eppure le cugine di Chiara si presentano alla casa degli zii e appendono un grossolano fotomontaggio che ritrae loro e la vittima quando il cadavere di quest’ultima è proverbialmente ancora caldo.

Il 2007, almeno in Italia, è l’ultimo anno interamente pre social, canto del cigno di un’epoca in cui, per diventare famosi, bisognava andare in televisione, altre strade non erano previste. È l’era dell’enorme successo dei reality, immediatamente successiva allo scandalo Vallettopoli, e nessuno si stupisce che nelle vicinanze di Via Pascoli si aggiri anche Fabrizio Corona.

Nate da Maria Rosa Poggi, sorella del papà di Chiara, e da Ermanno Cappa, importante avvocato di ramo bancario, le Gemelle K sono figlie della propria epoca: belle, ricche, popolari nel circoletto chiuso della Lomellina e aspiranti al grande salto. Poco importa se quel salto prevede lo scavalcamento a piedi pari del corpo senza vita della cugina. Entrambe magrissime, Paola con problemi di anoressia e reduce da un ricovero, sono in prima fila fin dal pomeriggio del 13 agosto, pronte a rimarcare quale fosse il profondo affetto che le legava alla cugina.

Belle e ricche: Paola e Stefania Cappa

Le Gemelle presenziano. Si fanno avanti, rilasciano dichiarazioni, tratteggiano un rapporto di affetto e confidenza con la cugina che ci vorrà poco a rivedere quantomeno al ribasso, collaborano con gli inquirenti. Sì, perché mentre Alberto Stasi è chiuso in una stanza videoregistrata vede aprirsi la porta e fare la sua comparsa Stefania, che lo abbraccia, lo consola, e si lascia scappare particolari che non dovrebbe conoscere, come quando, facendo riferimento all’orario dell’omicidio della cugina non dice qualcosa come in pieno giorno o in mattinata, ma alle nove e mezza, con una precisione quantomeno sospetta, in considerazione del fatto che a distanza di anni i carabinieri continuano a negare di averle mai riferito particolari di quel genere.

L’attivismo delle K era parso sospetto a tutti, tanto che dice qualcuno, al di là dei sospetti di prassi sul fidanzato, i fari degli inquirenti si erano accesi proprio su di loro. Il Maresciallo Marchetto, di cui parleremo, riferirà di essere stato fermato nelle sue verifiche sulle due gemelle.

Testimonianze che le mettono al centro del caso

Paola e Stefania Cappa non sono mai state indagate, né le maglie degli inquirenti sono mai sembrate farsi troppo strette intorno a loro, eppure alcune testimonianze, diverse fra loro e rese da persone che non si conoscono, hanno negli anni provato a riportarle al centro del palcoscenico del caso, dal quale, dopo i primi giorni di protagonismo eccessivo, il potente padre si era premurato di farle scomparire.

Viene il sospetto che se Ermanno Cappa non fosse stato un uomo non solo potente ma esperto, scafato, con quella che Carlo Emilio Gadda definirebbe una certa praticaccia del mondo, le sue figlie avrebbero corso il rischio di esporsi mediaticamente come qualche anno dopo farà un’altra cugina, e con esiti nefasti per lei e per la sua famiglia: Sabrina Misseri.

Non si tratta di un indizio di colpevolezza, è solo la constatazione di come l’Avvocato Cappa, consapevole dei rischi che si annidavano nelle pieghe di quello che stava per diventare il delitto più controverso della storia d’Italia da Via Poma in avanti, abbia prestato enorme attenzione a placare gli ardenti spiriti delle figlie. E forse pure di chi cercava di tirarle dentro al dibattito.

Anche perché, fin dal giorno dopo il primo arresto di Alberto Stasi, qualcosa a Garlasco si era mosso, e non a corroborare la tesi del coinvolgimento del fidanzato, bensì a piazzare sulla scena la cugina bionda di Chiara Poggi.

Il testimone che ha visto la ragazza in bicicletta

Marco De Montis Muschitta, trentadue anni, operaio di una ditta di impianti di depurazione, venuto a conoscenza dell’arresto del biondino aveva chiesto udienza e consiglio al proprio capo: Io ho visto altro. A chi devo dirlo?

Gli racconta di averlo detto anche alla propria fidanzata il giorno dopo il delitto ma che quella gli aveva intimato di farsi i fatti suoi, altrimenti lo avrebbe cacciato di casa; dopo il fermo di Stasi aveva però deciso di parlare. In Procura, davanti alla Pm Rosa Muscio, Muschitta racconta una storia ben circostanziata. La mattina del 13 agosto, mentre era in giro per Garlasco per motivi di lavoro, aveva incrociato, fra le 09,30 e le 10,00, una bicicletta che percorreva Via Pavia in direzione opposta alla sua, provenendo da Via Pascoli. In sella aveva visto una ragazza che pedalava affannosamente, di cui era in grado di descrivere l’abbigliamento, e che era sicuro fosse la cugina di Chiara Poggi, quella con i capelli a caschetto: Stefania. L’aveva notata per due motivi. Innanzitutto perché la strada era deserta e quindi aveva potuto scorgerla nitidamente. Soprattutto, poi, perché la bici procedeva a zig zag, in quanto la persona in sella teneva il manubrio con una sola mano, avendo l’altra impegnata a mantenere, seminascosto dal cestino anteriore, un oggetto ingombrante e pesante, che gli era parso un alare da camino con in testa una pigna.

La strana ritrattazione dell’operaio

Alle 20.00 il verbale viene sospeso. Dopo un’ora di pausa viene riaperto e Muschitta ribadisce Confermo tutto quello che ho detto finora e non ho altro da aggiungere.

Venti minuti più tardi, clamorosamente, cambia idea: Io sono venuto qua ma non sono certamente sicuro di quello che ho detto, chiedo scusa. Mi sono inventato tutto perché sono uno stupido.

Cosa sia successo è uno dei misteri collaterali del Caso Garlasco: Muschitta era stato suggestionato dall’onda mediatica e trovatosi di fronte all’assunzione di responsabilità per quanto diceva aveva fatto un passo indietro? Forse.

Mentre fa ritorno verso casa dalla caserma, però, l’operaio parla al telefono con il padre, la chiamata è intercettata. Lo scambio è criptico, ma neanche troppo. Dopo che Muschitta spiega che sul verbale verrà scritto che si è inventato tutto il genitore dice Loro hanno fatto tutto questo per proteggerti, lo sai? Poi aggiunge Ma tu hai detto la verità? Il figlio risponde Io ho detto quello che ho visto.

Indotto a ritrattare?

Dando per scontato che Muschitta non possa riferirsi alla frase di chiusura (rimane difficile credere che abbia visto di essere stupido) questa intercettazione lascia credere che l’operaio fosse convinto di quanto aveva raccontato in prima battuta ma che poi qualcosa, o qualcuno (Loro), lo abbia indotto a ritrattare.

Da quel momento è sparito nel nulla, è l’unico personaggio di questa storia di cui non esiste nemmeno una foto.

Ripetiamo spesso che le storie di nera sono sovente popolate da mitomani di varia estrazione, e non si può escludere a priori che Muschitta faccia parte della categoria. Eppure c’è un’altra testimonianza, tenuta nascosta per anni e saltata fuori nel 2025, che sembra passarsi il testimone con quella dell’operaio in quanto spiegherebbe, il condizionale è più che mai d’obbligo e vedremo perché, dove si sarebbe recata Stefania dopo aver incrociato Muschitta.

Va detto subito che il racconto non è verificabile perché chiama in causa una persona deceduta che non può confermare né smentire.

L’altra testimonianza sulle gemelle K delle Iene

Comunque, Le Iene scovano un uomo di Garlasco, Gianni Bruscagin. Quanto a praticaccia del mondo, sebbene in sfere ben diverse da quelle frequentate da Ermanno Cappa, ne ha anche lui da vendere. È uno di quelli che stanno sulla strada, nei bar, che adocchiano, chiacchierano, ascoltano. Racconta che nei primissimi giorni dopo il delitto l’Avvocato Tizzoni, legale della famiglia Poggi, lo ha contattato. I due si conoscono perché la madre di Bruscagin lavorava per quella di Tizzoni, almeno questa è la versione ufficiale. Gli fa un discorso che suona più o meno così Tu che bazzichi le strade, se senti qualcosa di interessante fammi sapere.

Bruscagin incontra in ospedale una donna, oggi deceduta. I due sono entrambi in visita a conoscenti e ammazzano il tempo chiacchierando del più e del meno, va da sé che l’argomento sulla bocca di tutti fosse il delitto. La donna gli racconta di abitare accanto alla nonna di Chiara Poggi (in quel periodo ricoverata in una RSA) e che il 13 agosto si era imbattuta nella nipote Stefania che, con un grosso borsone in mano, agitatissima, cercava di aprire la porta di casa della nonna ma di non riuscire tanto le tremavano le mani. Entrata finalmente in casa si era diretta verso le stanze. Poco dopo la testimone avrebbe sentito un tonfo, come di un oggetto pesante lanciato nella roggia retrostante. Le abitazioni infatti affacciano, sul retro, su un piccolo canale utilizzato per l’irrigazione. Nel 2025 i carabinieri lo hanno dragato, trovando sul fondo oggetti interessanti. Almeno così pare.

Bruscagin sostiene che, quando ha riportato la testimonianza a Tizzoni, si sarebbe sentito rispondere di non andare dai carabinieri perché c’era già un’indagine in corso e non si poteva aprire un altro fronte. L’avvocato, d’altro canto, nega; conferma di conoscere il tizio ma sostiene che sia stato quest’ultimo a cercarlo insistentemente mentre lui aveva rifiutato di incontrarlo.

Un alibi ballerino

Come detto, non si può fare affidamento su una testimonianza de relato, ma sicuramente i movimenti di Stefania Cappa – Paola in quel periodo era debilitata dall’anoressia e dall’uso di una stampella e di un tutore – e alcune sue dichiarazioni anche successive gettano qualche ombra.

Ad esempio, il suo alibi è particolarmente ballerino e, soprattutto, non è mai stato verificato. Stefania ha raccontato di essersi recata in piscina alle Rotonde, sebbene sia acclarato che quella mattina il tempo non era buono, aveva piovuto per buona parte della notte e fosse prassi tenere chiuse le strutture in casi del genere. Tanto che una sua collega della Croce Rossa, con cui era rimasta d’accordo il giorno prima, non si recherà in piscina, dando per scontato che fosse chiusa. Stefania invece ci va: con Emanuele Airoldi, giovane rampollo figlio di un campione di equitazione e di Annina Rizzoli, della arcinota famiglia di editori.

Stefania ed Emanuele oggi

Oggi Stefania ed Emanuele sono sposati ed entrambi avvocati, quella del 13 agosto fu la loro prima uscita insieme, concertata, a loro dire, via sms il giorno stesso. Sarebbe, nel bel mezzo del dramma, il proverbiale barlume di speranza dettato dalla nascita di una bella storia d’amore. Se solo qualche maligno non si ponesse una scomoda domanda: ci si può sposare per gratitudine? Perché, non essendo stato mai sentito il gestore della piscina né di conseguenza consultati i registri degli ingressi l’unica persona che confermò l’alibi di Stefania fu proprio il suo attuale marito. Tra l’altro, lei dichiara che si sarebbero visti dalla mattina, mentre lui colloca l’incontro intorno alle 13.00.

Nelle prime battute delle indagini Stefania racconterà come il suo rapporto con Chiara avesse subito un’importante evoluzione a partire dal maggio precedente, quando da frequentazione sporadica e legata ad occasioni familiari si era trasformata in una vera e propria relazione di amicizia e confidenza, tanto che la stessa Cappa aveva eletto la cugina a confidente. Le due si sentivano praticamente tutti i giorni.

Stefania infastidita dall’attenzione degli inquirenti

Dalle intercettazioni telefoniche del periodo immediatamente successivo al delitto e fino al 2008 emerge il ritratto di una Stefania infastidita dall’attenzione degli inquirenti, specie quando si trova a commentare convocazioni o interrogatori.

Negli anni le gemelle spariranno dai radar, probabilmente grazie all’intervento del padre, che già nel 2007 era stato intercettato quando si rivolgeva alle figlie dicendo Vi stritolano, siete già su internet, fate ridere i polli. L’Avvocato ha dimostrato anche di non gradire le posizioni innocentiste del Direttore Vittorio Feltri – che più volte si è speso con le sue colorite esternazioni a favore di Stasi – arrivando a dire Ho un incontro con alcuni deputati per attaccare Vittorio Feltri.

Paola e Stefania Cappa oggi

Anche sui movimenti suoi e di sua moglie la mattina del delitto qualcuno ha avanzato dei dubbi, mai confermati, così come è stata più volte ventilata l’ipotesi che la sera del 12 agosto ci fosse qualcuno nella casa della nonna di Chiara e che quel qualcuno potesse essere in qualche modo connesso con le K. Allo stato attuale si tratta solo di illazioni.

Paola Cappa ha fortunatamente superato i suoi disturbi alimentari, vive ad Ibiza ed oggi è una food writer, fotografa di cibo e stylist che Realizza reportage nelle cucine e nei laboratori di noti chef e pasticceri durante le loro lavorazioni. Deliziosamente ossessionata dal buon cibo naturale, studia cucina macrobiotica e organizza pranzi e cene per gli amici, vietando agli ospiti di astenersi dal sorridere. Gente allegra Dio l’aiuta.

Stefania, al di là del prestigioso matrimonio, accompagna al lavoro di avvocato quello di Giudice Sportivo della Federazione Italiana Sport Equestri.

Le gemelle nascondono un segreto?

Le rimane comunque difficile, quando si parla dell’omicidio della cugina, mantenere un profilo basso, tanto che al riscoppiare del caso durante il 2025 sono emersi alcuni messaggi vocali della sorella Paola, inviati ad un amico, in cui si dice chiaramente È terrorizzata. Basta un commento e lei crolla, completamente. Mia sorella non ragiona, ha letto una frase di Feltri che dice ‘Secondo me bisogna riaprire il caso’ e basta, è andata fuori testa, è come se fosse convinta che qualcuno le punta la pistola contro, è impazzita.

Aggiunge inoltre Guarda io non ho mai aperto bocca, però arriverà il giorno che la apro. Voglio essere pagata fior di milioni… Tutto quello che ha guadagnato la Ferragni in tutti questi anni lo guadagnerò in una sola volta, però dirò tutto, tutto, tutto, tutto

Tutto cosa? Le gemelle nascondono un segreto, c’entrano qualcosa con la morte della cugina oppure semplicemente, ancora oggi, sono schiacciate dall’incapacità di gestire il peso mediatico di una storia così impattante? Nell’ultimo periodo si è parlato di litigi fra Chiara e Stefania, di feste a bordo piscina, di strani ritrovi al Santuario della Bozzola.

Quando fu sgamato che quello appeso era un fotomontaggio le due si giustificarono dicendo che non avevano a disposizione foto migliori. Forse è tutto qua. Forse è solo una questione di volere esserci a tutti i costi. Forse no.

LE FAMIGLIE

Quando una coppia di genitori deve fare i conti con l’innaturale e insensato lutto di chi sopravvive ad un figlio l’unica via percorribile è quella del rispetto. Come la si metta, comunque vada a finire questa storia, dopo Chiara ci sono sua madre e suo padre. Rita Preda e Giuseppe Poggi erano partiti per la montagna lasciando la primogenita da sola a Garlasco per pochi giorni. L’hanno rivista all’obitorio.

La famiglia Poggi

È impossibile sapere cosa scatti nella testa di un genitore in casi come questo, è lecito immaginare un’alternanza di moti di rabbia, disperazione, rassegnazione, vendetta, sete di giustizia. Viene anche da dire che (quasi) ogni reazione sia lecita. Va comunque riconosciuto che i comportamenti e le azioni dei Poggi, dal 2007 ad oggi, talvolta hanno lasciato perplessi.

Il fidanzato non c’entra niente fu il primo commento che trapelò da casa Poggi, sul necrologio Stasi sarà indicato come il carissimo Alberto e il ragazzo arriverà in chiesa il giorno del funerale stretto in un abbraccio lacrimoso con Rita Preda, per poi assistere alla funzione in mezzo alla famiglia di Chiara. La Signora Poggi aveva addirittura dichiarato ai carabinieri Io lo ringrazio, e oggi gliel’ho voluto dire anche personalmente, per aver regalato a mia figlia gli ultimi quattro anni felici della sua vita.

Il rapporto con Alberto

A un certo punto Stasi viene arrestato. Non che ci fossero grandi motivazioni, sembra più un tentativo degli inquirenti di coglierlo di sorpresa, sbatterlo in galera nella speranza che ceda. Stasi, lo abbiamo visto, tiene. Quando esce, Alberto telefona alla madre di Chiara. Si sente rispondere che è meglio non chiami più, Ora siamo due parti contrapposte. La scelta della parola è interessante. Tecnicamente non è corretta, i Poggi e Stasi non sono parti contrapposte, almeno non ancora, eppure denuncia nitidamente la posizione che i genitori di Chiara assumeranno da quel momento in poi: dal giorno in cui fu arrestato per la prima volta per loro il colpevole è Alberto Stasi. Punto. Senza discussioni, senza il minimo dubbio.

Il perché di questa giravolta non è mai stato reso noto. Non che non sia loro diritto, oltretutto Stasi ad oggi è colpevole anche per la Giustizia italiana, ma fa specie l’atteggiamento di totale chiusura dei Poggi ad ogni possibile risvolto alternativo. Ad ogni passo avanti vero o presunto fatto dall’inchiesta su Sempio, ai riscontri del DNA, al comparire di altri indizi o testimonianze la loro risposta è sempre stata la stessa: Il colpevole è Alberto Stasi. Fa specie soprattutto perché è lecito pensare che l’interesse dei genitori di una ragazza uccisa a 26 anni sia quello di trovare il colpevole, non un colpevole, e che pertanto eventuali svolte andrebbero forse accolte con maggiore apertura. Invece i Poggi, con le loro dichiarazioni alla stampa – Dubitare della colpevolezza di Alberto Stasi è allucinante – , o tramite il proprio avvocato, o anche attraverso il consulente informatico Paolo Reale – che è anche loro nipote e infatti si pone spesso più da portavoce che da consulente – non deviano minimamente dal sentiero che presero nel settembre del 2007: il colpevole è Stasi.

La scelta di continuare a vivere nella villa del delitto

Ma chi siamo noi per giudicare una coppia di genitori così duramente colpiti dalla sorte? È possibile che il loro ostracismo verso le nuove piste sia solo un tentativo di chiudere per quanto possibile con l’omicidio della figlia. Hanno deciso di continuare a vivere nella villetta in cui Chiara fu uccisa, hanno mantenuto la sua stanza, perché stare lì gli dà l’idea di averla vicina, ma ci sta che non vogliano riaprire la trafila giudiziaria, lunga e dolorosa, alla quale si sono dovuti sottoporre.

In uno slancio di eleganza d’altri tempi Fabrizio Corona ricorda come Alberto Stasi abbia pagato ai Poggi circa un milione di euro di risarcimento, soldi che, qualora venisse clamorosamente scagionato, gli andrebbero restituiti. Ci rimane impossibile credere che la verità sulla morte di una figlia pesi, sulla bilancia, meno di un risarcimento in denaro.

Gli Stasi

Elisabetta Ligabò e Nicola Stasi erano arrivati a Garlasco quando il loro unico figlio, Alberto, aveva già quindici anni. Quella di Nicola è una di quelle storie di emigrazione dal Sud che hanno fatto grande la Lombardia. Nato in Puglia, aveva lavorato prima in Germania – fin dall’età di tredici anni – ed era poi tornato in Italia, a Segrate, assunto come commesso di un negozio di autoricambi, poi era entrato in società con il suo datore di lavoro, infine si era messo in proprio rilevando un negozio a Garlasco.

Non che lo amassero particolarmente in paese, del resto rimaneva un terrone e i terroni che fanno i soldi, al Nord, non sono sempre così ben sopportati. Oltretutto non era uno di quei meridionali con la battuta sempre pronta, era anzi di carattere abbastanza brusco e poco affabile. Ne aveva fatti, di denari, Nicola. Si era fatto il mazzo per tutta la vita e ne stava raccogliendo i frutti, aveva costruito una bella villa, aveva comprato una casa al mare a Spotorno e anche una barca. Ad Alberto, oltre alla famigerata Golf, aveva garantito un’istruzione di primo livello, prima le migliori scuole private, poi l’Università Bocconi, in pratica gli aveva apparecchiato un futuro radioso.

Poi era arrivato il 13 agosto 2007.

La figura del padre di Alberto

Lo aveva capito subito, Nicola, che tutto quello che aveva faticosamente costruito era sul punto di sgretolarsi e quindi fin dal primo giorno si era posizionato letteralmente, fisicamente accanto ad Alberto. Era lui nei primi giorni ad allontanare i giornalisti, a spingere o trascinare il figlio via dalla calca di persone che lo avvicinavano e gli piazzavano microfoni sotto al naso. Educato, ma fermo, Nicola li rispediva al mittente. Appena aveva avuto occasione di parlare a tu per tu con Alberto lo aveva messo sotto torchio ma si era subito convinto: il figlio non c’entrava nulla e lui lo avrebbe sostenuto fino alla morte.

E così è stato, perché Nicola se ne è andato la vigilia di Natale del 2013 per le conseguenze di un’aplasia midollare e non c’è dubbio che le traversie del figlio abbiano avuto un impatto decisivo sulla sua salute, che questa brutta storia lo abbia fatto ammalare.

Non è un caso, forse, che fin quando Nicola è stato in vita, solido, duro, presente, Alberto sia stato sempre assolto, mentre lo shock della Cassazione arriverà un anno dopo la dipartita di Nicola, cogliendo l’ex bocconiano privo del suo salvagente.

La madre raccoglie il testimone del marito

A quel punto sarà mamma Elisabetta, con altro stile ma eguale solidità, a raccogliere il testimone del marito. Prenderà le redini del negozio e poi lo venderà, si trasferirà nella natia Milano e da lì darà nuovo impulso alle indagini, giacché sarà lei, con l’appello pubblicato sul giornale di cui abbiamo scritto, a dare il via alle indagini difensive che porteranno a Sempio. Se Nicola non amava parlare con i giornalisti Elisabetta sembra più dialettica, ha compreso che oggi è quella la tigre da cavalcare e lo fa con parole decisamente incisive.

Quello che sta vendendo fuori è sconvolgente. È uno schifo, mi dispiace usare questa parola. Ma è un vero e puro schifo. A chi le faceva notare come il Generale Garofano, un tempo a capo del Ris, fosse passato a fare il consulente di Sempio rispondeva: È la solita compagnia. Tutti uniti, da sempre, contro mio figlio Alberto. È stata un’indagine in una sola direzione, fin dall’inizio. Non so perché sia andata così, ma questo è quello che è successo.

Giustamente, non risponde a domande su Sempio. Non tocca a lei e lo sa.

I Sempio

Se è sempre attuale l’antico adagio secondo cui La mela non cade mai lontano dall’albero, le famiglie del Caso Garlasco non fanno eccezione. Chiara ed Alberto, infatti, nelle loro differenze, appaiono come dirette emanazioni del loro humus familiare: profilo basso, fredda cortesia, un certo conformismo e lo stampo della provincia operosa bene impresso sulla pelle. Allo stesso tempo, se Andrea Sempio è un po’ più nerd nonché, come ha detto il suo avvocato, disadattato deve essere perché i suoi genitori sono decisamente più naif.

Fra svenimenti, mancamenti, presunti inciuci con tanto di scontrino, appunti che rimandano a una sospetta corruzione conservati in casa come se fossero biglietti di Natale, intercettazioni telefoniche ed ambientali e la pericolosa tendenza a mostrarsi in televisione senza la minima preparazione con annesso rischio di gaffes fatali dietro l’angolo, Giuseppe Sempio e Daniela Ferrari irrompono sul palcoscenico del Caso Garlasco con la delicatezza di un branco di elefanti nella cristalleria più piccola del mondo.

La loro presenza è quantomeno coerente con lo stile difensivo adottato dal collegio di avvocati di Sempio fino alla sostituzione di Lovati; concorrono cioè, più o meno consapevolmente, alla creazione di una confusione talmente nebulosa da rendere complicato il lavoro delle controparti.

Giuseppe Sempio e Daniela Ferrari

Non mancano scene da romanzo russo dell’ottocento, come quella che ha per protagonista la Signora Ferrari. Convocata dagli inquirenti, non appena sente fare il nome del Vigile del Fuoco con il quale avrebbe avuto un’amicizia particolare e con cui, è questo il teorema dell’accusa, si sarebbe incontrata a Vigevano il 13 agosto portandosi poi dietro il salvifico, almeno inizialmente, scontrino la donna cade in deliquio, perdendo i sensi fra le braccia dell’Avvocato – amica Angela Taccia. Verrà fuori che anche il figlio, durante il primo interrogatorio a cui era stato sottoposto, aveva avuto uno svenimento con tanto di intervento del 118, curiosamente mai inserito nel rapporto dei carabinieri.

In altre occasioni la donna appare invece più lucida, come quando si sbraccia e si sgola per mettere a freno le intemperanze verbali del marito, il quale spesso desta l’impressione di essere sul punto, preso dalla foga del discorso, di tradirsi o persino di autoaccusarsi della Strage di Ustica.

Le intercettazioni del padre con Andrea

Agghindato come un aspirante pittore di Brera, con tanto di panciotto, scialli variopinti, basco e occhiali dalla montatura rotonda, produce un vero e proprio profluvio di parole, Giuseppe, parlate e scritte. Le intercettazioni con il figlio sono ormai arcinote. Nel 2017 è Andrea a sbilanciarsi dicendo Ne abbiamo cannata una, che io ho detto che lo scontrino era stato ritrovato dopo che ero stato sentito, che tu hai detto che l’abbiamo ritrovato prima. Io ho detto che l’abbiamo trovato dopo essere stato sentito, già la prima volta… ero stato sentito e poi l’abbiamo trovato. Il padre, anziché lasciar cadere la cosa la sottolinea in un balletto di Tu hai detto prima – io ho detto dopo – ah io prima tu dopo, hai visto mai non si fosse capito bene.

Anche a livello di grafomania Giuseppe Sempio non scherza, tanto che durante una perquisizione in casa sua viene trovato l’ormai famigerato foglio di carta con sopra vergato Venditti GIP archivia per 20/30 euro. Gli inquirenti ipotizzano dunque che, nel 2017, la frettolosa archiviazione del procedimento contro Andrea sia stata conseguenza di una corruzione. I 20/30 sarebbero ventimila/trentamila. Ora, con rispetto parlando è davvero difficile pensare che uno sia così cretino da tenersi otto anni in casa un biglietto che attesta la corruzione di un magistrato. Eppure.

Il bigliettino con le somme di denaro

Eppure quel biglietto non è il solo indizio: i fratelli e le sorelle di Giuseppe, nel 2017, gli hanno girato grosse somme di denaro per motivi non chiari. Lui sostiene che i 20/30 euro indichino la spesa per le marche da bollo necessarie per entrare in possesso della copia del decreto di archiviazione, l’avvocato Lovati aggiunge che i soldi che l’uomo si è fatto prestare dai parenti servivano per pagare gli avvocati.

Peccato non ci sia traccia di questi pagamenti. È ovvio, ribatte ancora Gerry La Rana, ho sempre preferito farmi pagare in contanti. Qualcuno pensa che più che al Procuratore Venditti il denaro fosse destinato ad alcuni carabinieri con cui i Sempio intrattenevano rapporti non proprio conformi alla dialettica inquirente – indagato.

Intercettato in macchina con la moglie Giuseppe si lascia scappare dobbiamo pagare quei signori lì e poi smozzica qualche mezza frase fra i tentativi di placarlo da parte della moglie glieli porto su…

C’è anche un altro biglietto, che recita Se archivia l’indaggine dovrebbe mettere il nome del soggetto sull’archiviazione. Così non può essere indagato per lo stesso motivo il D – N – A. Il riferimento al codice genetico è quantomai sospetto.

Daniela Ferrari, in un colloquio con la Iena Alessandro De Giuseppe arriverà a raccontare un fatto mai confermato, a suo dire raccontatole da una conoscente: una lite fra Chiara e sua cugina Stefania, nella RSA in cui era ricoverata la nonna, il giorno prima del delitto.

Non deve essere facile essere genitori di (ormai ex) ragazzi coinvolti in un caso come questo. La pressione mediatica, il dolore, l’ansia, la paura di condanne o quantomeno di sputtanamenti pubblici possono giocare brutti tiri. Queste persone meritano rispetto, poiché sono anche loro, a loro modo, vittime. A meno che non siano complici.

GLI INQUIRENTI

Il Caso Garlasco è esempio fulgido di come gli italiani siano portati alla divisione in fazioni. Dal giorno dell’omicidio in avanti, e ancor di più in tempi più recenti, è quasi impossibile imbattersi in qualcuno che sulla questione abbia una posizione neutra.

Non basta la contrapposizione fra innocentisti e colpevolisti, qui la piece si fa a chiave doppia: innocentisti contro colpevolisti di Stasi, innocentisti contro colpevolisti di Sempio, il che spesso diventa un sintetico Alberto vs Andrea. Più qualche altro partito minoritario. Eppure in questo caso, che divide forse più di ogni altra cosa l’opinione pubblica, c’è un tema che unisce, un qualcosa su cui tutti sono d’accordo, sintetizzato in un adagio che quotidianamente appare sui media: durante le indagini sono stati commessi degli errori.

Su questo sono d’accordo tutti meno uno: il Generale Luciano Garofano, ex comandante del RIS di Parma, reparto di eccellenza dell’Arma dei Carabinieri, che all’epoca fu, come era costume, coinvolto nelle analisi della scena del crimine.

I 3 fatti che lasciano più di qualche dubbio

Sarà anche spiacevole prendersela con i carabinieri, i quali se anche hanno commesso errori sicuramente non lo hanno fatto di proposito, è però allo stesso tempo impossibile negare che ci siano fatti che lasciano letteralmente interdetti. Alcuni dei quali accaduti nell’immediatezza del delitto e che hanno inevitabilmente finito per compromettere l’ottenimento di una verità al di là di ogni ragionevole dubbio.

Già il 13 agosto, infatti, si sono verificate tre sbadataggini abbastanza clamorose.

La prima: i due carabinieri che dalla caserma hanno seguito Alberto Stasi fino alla villetta di Via Pascoli sono entrati senza indossare nè calzari né guanti, seminando il pavimento di impronte e andando a pestare anche il sangue. A questo proposito, uno dei fatti contestati a Stasi fu l’assenza di residui ematici sulle sue suole: anche quelle dei due carabinieri, che ricordano di non aver potuto fare a meno di sporcarsi, furono trovate intonse. Non solo loro due dimenticarono di indossare i calzari, lo fecero anche molti fra coloro che entrarono in casa successivamente, fra cui la Pm Rosa Muscio, che pochi giorni dopo fu costretta ad emettere decreto di sequestro delle scarpe utilizzate da chi, girando nella villetta, non le aveva protette con il presidio d’ordinanza. Quindi la Pm sequestrò le scarpe anche a se stessa. Non ne abbiamo la certezza, ma dubitiamo sia mai successo altrove.

La seconda: sul pigiama di Chiara era presente una nitida impronta digitale intrisa di sangue, se si fosse trovata corrispondenza fra questa e quella di un sospettato ci saremmo trovati di fronte alla proverbiale pistola fumante. Qualcuno, nel rigirare il corpo senza vita della povera ragazza, non ha salvaguardato quell’indizio, il pigiama è andato a lordarsi di sangue nella pozza sottostante e l’impronta è scomparsa. Ne rimane solo una fotografia, inutilizzabile.

La terza: al termine della giornata la villetta fu sequestrata. Vennero apposti i classici sigilli ad impedire che qualcuno rientrasse e contaminasse la scena in attesa dell’intervento del RIS. Nessuno si deve essere posto il problema che qualcuno potesse contaminarla provenendo dall’interno, tanto che la sigillarono lasciando dentro uno dei due gatti dei Poggi, che scorrazzò per la casa alcuni giorni, andando inevitabilmente ad inquinare la scena del crimine.

Vero è che a questo punto Garofano non era ancora entrato in scena, ma sostenere la sua tesi richiede comunque un notevole sforzo.

Quanto a lui, all’epoca del delitto intervenne sulla scena in virtù della posizione che allora ricopriva, anni dopo, ormai in pensione, verrà scelto come consulente dalla difesa di Andrea Sempio, fin quando non decise di sfilarsi per, a suo dire, contrasti con l’Avvocato Massimo – Gerry La Rana – Lovati.

Il Maresciallo Marchetto

All’epoca del delitto il comandante della stazione dei carabinieri di Garlasco era il Maresciallo Francesco Marchetto, stimato come migliore ufficiale della Polizia Giudiziaria della provincia. A prima vista classica figura della provincia italiana, quella in cui i punti di riferimento erano il parroco, il farmacista, l’oste e per l’appunto il Maresciallo dei Carabinieri, Marchetto aveva però anche un altro genere di inclinazioni. Per nulla insensibile al fascino femminile, il simpatico investigatore verrà, anni dopo il delitto, esautorato perché sorpreso in un night club durante un periodo di malattia.

È un tipo abbastanza irrequieto il Maresciallo. Nel 2011 si mette in aspettativa e presenta un esposto contro il suo superiore, il capitano Gennaro Cassese, poiché a suo dire i loro rapporti personali si erano rapidamente deteriorati durante le indagini sul delitto Poggi, addirittura parla di atteggiamento di puro odio e continua istigazione finalizzata alla persecuzione.

Il primo interrogatorio di Stasi

Marchetto riferisce che durante il primo interrogatorio di Stasi, quando il ragazzo a suo dire stava per crollare, Cassese lo avrebbe improvvisamente interrotto. Il Maresciallo, lo abbiamo detto, è irrequieto di natura, ed infatti subito dopo denuncia i colleghi del comando provinciale, a cui erano passate le indagini, poiché non avevano controllato gli alibi, messi in discussione da alcune testimonianze, dei vari membri della famiglia Cappa, né avevano sequestrato la bicicletta di famiglia.

Dieci mesi prima un noto imprenditore di Garlasco aveva trovato nella sua auto un dispositivo GPS e aveva denunciato il fatto ai carabinieri. Questi erano risaliti al proprietario della sim collegata al GPS. Si trattava proprio del Maresciallo Marchetto, che aveva fornito il dispositivo alla moglie dell’imprenditore, di cui era amico. La donna era preoccupata dalle frequentazioni della giovane figlia e sospettava tradimenti del marito. Aveva quindi chiesto aiuto all’amico carabiniere. La signora si chiamava Silvia. Silvia Sempio, la zia di Andrea.

La condanna del maresciallo per peculato

Il Maresciallo si beccò una condanna per peculato che andò a precedere di poco l’accusa di sfruttamento della prostituzione. Venne fuori che la quieta provincia tanto noiosa non era: a Garlasco c’era un night club con tanto di privè che il Maresciallo non solo tollerava ma frequentava assiduamente. Ad animare le serate erano giovani donne provenienti dalla Romania, terra in cui Marchetto spesso passava periodi in compagnia di professionisti e notabili del paese, ufficialmente per dedicarsi alla caccia. A questo punto c’è da domandarsi a caccia di cosa.

Nel 2012 Marchetto presenta una nuova denuncia, sostenendo che Cassese avrebbe espresso la volontà di rovinarlo con l’espressione vernacolare L’aggia ruvinà e che qualcuno lo starebbe pedinando. Dopo qualche mese, preda della sua proverbiale irrequietezza, il Maresciallo cerca ed ottiene un incontro con l’Avvocato della famiglia Poggi, Gian Luigi Tizzoni. Benché i due si conoscano da anni e si diano del tu stabiliscono di incontrarsi in territorio terzo, a casa dell’ex agente segreto – più volte ristretto nelle patrie galere – Riccardo Sindoca, che avrebbe mediato l’incontro. Per quale motivo mettere su tutta questa manfrina non è dato saperlo.

La versione in aula di Marchetto

Fatto sta che Marchetto la prende larga, raccontando all’Avvocato dei suoi problemi con Cassese. Poi stringe, mettendo Tizzoni al corrente dei suoi sospetti sulla famiglia Cappa. Tizzoni reagisce in maniera quasi violenta: asserisce che l’assassino non può essere che Stasi – all’epoca non era stato ancora condannato – e che se così non fosse stato avrebbe rinunciato al suo incarico. A questo punto, vista l’atmosfera, l’incontro si chiude. Questa è la versione resa in Aula da Marchetto, mentre quella di Tizzoni, essendo egli l’Avvocato dei Poggi e quindi esentato dal testimoniare in Tribunale, non è conosciuta.

La denuncia per falsa testimonianza

Si sa invece che mesi dopo quell’incontro Tizzoni aggiunse una ulteriore denuncia alla collezione di Marchetto: falsa testimonianza commessa durante il primo processo a Stasi, argomento la bici da donna di proprietà della famiglia di Alberto. Questa mossa comportò l’esclusione di Marchetto da qualsiasi testimonianza sul delitto Poggi, rivelandosi un’abile manovra difensiva.

Ad aggiungere una ventata di sconcerto a tutta la questione ci pensa Riccardo Sindoca, il quale, chiamato a testimoniare sull’incontro di cui sopra – la sua versione è identica a quella di Marchetto – si presenta in tribunale accompagnato da quel Francesco Pazienza ex faccendiere dei Servizi Segreti, condannato per depistaggio sulla Strage di Bologna, indagato nella vicenda di Alì Agca e del Sequestro Cirillo, recluso per il Crac del banco Ambrosiano e invischiato a vario titolo in tutti o quasi i Misteri d’Italia. Perchè? Così, dice Sindoca: un processo di interesse nazionale può essere di interesse anche di persone non citate come testimoni. […] Ci sarà da fare ricerche patrimoniali su chi ha fatto falsa testimonianza. Ma ci sono anche tante dichiarazioni rese che potrebbero, oggi e domani, addivenire a ulteriori altre false testimonianze, avendo visionato del materiale che è stato posto alla mia attenzione.

Senza contare che il tarapia tapioco, ha perso i contatti con la supercazzola prematurata, chioserebbe il Conte Mascetti.

Attualmente Marchetto gestisce il Blue Bar di Garlasco insieme alle figlie, e non smette di indagare, sebbene a titolo personale. È stato lui a mettere in contatto Le Iene con il super testimone Buscagin. A questo punto sorge un dubbio: Buscagin racconta quello che ha sentito in giro o quello che gli suggerisce Marchetto?

Il Giudice Vitelli

In questa storia di ragazzi era ragazzo anche il magistrato che, da GUP appena nominato al Tribunale di Vigevano, si vide piovere addosso la responsabilità di essere Giudice Monocratico in un Processo celebrato con il rito abbreviato. Stefano Vitelli, nato a Viareggio nel 1974, avrebbe giudicato Alberto Stasi e lo avrebbe fatto da solo, sulla base degli atti. In questa storia di provincia, di ragazzi e famiglie dal basso profilo (i Sempios non erano coinvolti), Vitelli irrompe come una rockstar. Bel tipo, occhi chiarissimi, barba di qualche giorno, un tatuaggio in vista sull’avambraccio destro e un look che a quel rock maledetto di qualche decennio prima strizza l’occhio. È pacato, Vitelli, cortese e disponibile con tutti. Nonostante il peso di un giudizio come quello che dovrà formulare, sembra sereno.

Forse sulle prime qualcuno avrà pensato che il Processo lo avrebbe travolto, per quella sbagliata abitudine che ci porta a considerare dotati di personalità soltanto coloro che la ostentano. Vitelli non urla, ma va dritto per la sua strada. Tanto per cominciare rigetta la richiesta di Pm e Parte Civile di riunire i due procedimenti, omicidio e detenzione di materiale pedopornografico, in un unico processo. Una cosa è la prova, un’altra è la fonte di prova, spiega Vitelli in una breve lezione di Giurisprudenza.

Quando uscirà dalla camera di consiglio in cui era entrato, in inevitabile controsenso, da solo, Vitelli non recherà con sé una sentenza ma un’ordinanza, il cui titolo potrebbe essere Le indagini sono state fatte male. Richiede quindi tutta una serie di nuove verifiche, perizie, sopralluoghi e anche l’ascolto in aula di testimoni.

Non si può definire una prova quello che è solo un astratto dato probabilistico.

La decisione di assolvere Stasi

I carabinieri, lo abbiamo detto nei capitoli precedenti, avevano incasinato il pc di Stasi, fino al punto di far sparire le tracce del lavoro sulla tesi effettuato la mattina del delitto. In totale dal computer del ragazzo erano spariti 56.000 file, e ne erano spuntati 500 di nuovi.

Il consulente nominato da Vitelli non solo ridimensionerà il peso di foto e video sospette, ma recupererà tutti i file della tesi, ricostruendo la cronologia delle modifiche. Tutto coincide con il racconto di Alberto, comprese le interruzioni per le telefonate o altre pause.

Si arriva così a quello che ancora oggi, secondo la sentenza di condanna ai danni di Stasi, è il lasso di tempo in cui sarebbe stato commesso l’omicidio: fra le 09,12 e le 09,35. 23 minuti per entrare in casa Poggi, massacrare la fidanzata, spostare il cadavere, darsi una pulita, salire in bicicletta, pedalare spedito verso casa senza essere visto da nessuno e riprendere a scrivere la tesi. Anche sulla bicicletta e sulle tracce di sangue non c’era grande chiarezza e così Vitelli fa l’unica cosa che, lo dice ancora oggi, gli sembra logico fare. Assolve Stasi, perché con gli elementi che ha in mano è impossibile considerarlo colpevole al di là di ogni ragionevole dubbio. Ancora a dicembre 2025 Vitelli scardina uno dei punti dei colpevolisti, secondo i quali l’omicidio sarebbe stato causato dalla scoperta da parte di Chiara di file compromettenti sul pc di Alberto la sera del 12 agosto. In diretta televisiva, rifacendosi alla perizia, Vitelli scandisce La sera del 12 Chiara quei file non li ha visti.

Pochi giorni dopo la sentenza la compagna di Stefano Vitelli, avvocato, si imbatte per strada in un suo ex cliente legato alla Camorra che le dice che il marito è stato proprio bravo a capire che non è stato Stasi: Dopo che ammazzi una persona avvoca’ , tu ti fumi una sigaretta, ti fai un cognac, non è che ti metti a scrivere la tesi. Io non sono laureato avvoca’, ma diglielo a tuo marito, non è che dopo che hai ammazzato a uno ti metti a scrivere una tesi di laurea.

Le Consulenze dei laureati all’Università della Strada in Tribunale non sono ammesse, ma sicuramente fanno riflettere.

Il Sostituto Procuratore Oscar Cedrangolo

La Storia Processuale di Alberto Stasi presenta una serie di stranezze. È abbastanza inconsueto infatti che dopo una doppia conforme – Stasi fu assolto in primo e in secondo grado – la Suprema Corte di Cassazione si metta, per così dire, di traverso. Nel caso di Alberto invece dispose di ripetere il Processo di Appello e arrivò una condanna. A quel punto la Difesa presenta ovviamente ricorso in Cassazione.

A rappresentare l’Accusa è il Sostituto Procuratore Oscar Cedrangolo il quale, sorprendentemente, clamorosamente, dopo aver letto e riletto gli atti esordisce così: Noi qui in questa sede, come sapete, non siamo chiamati a stabilire se l’imputato è colpevole o innocente, ma solo a giudicare se la sentenza è fatta bene o è fatta male: se è fatta male si annulla, se è fatta bene si rigetta il ricorso. Questa sentenza di condanna che siamo chiamati a giudicare è da annullare.

Nessuno se lo aspettava, come nessuno poteva prevedere ciò che seguirà: Cedrangolo comincia letteralmente ad arare la sentenza di condanna e chi l’ha scritta.

Rimprovera ai giudici di essersi messi a cercare indizi a carico di Stasi (e non è il loro lavoro), di avere agito in maniera non corretta da un punto di vista procedurale, di avere travisato le risultanze processuali. A suo dire oltretutto la Pm Laura Barbaini, nell’Appello Bis, era andata a pescare elementi o presunti tali non si sa bene dove, giacché non erano presenti negli atti dei due processi precedenti.

La demolizione della sentenza di condanna

Non era vero che Alberto aveva parlato di incidente domestico, né che la porta della cantina fosse uguale alle altre presenti in casa (era infatti di quelle a soffietto e quindi di facile individuazione per chiunque), non era stata considerata una testimonianza di una vicina di casa che avrebbe potuto riscrivere la time line di quella famosa mattinata, non era possibile sostenere che Stasi non fosse mai rientrato nella villetta e che il suo fosse non il racconto dello scopritore ma dell’aggressore, in quanto Alberto aveva precisamente indicato la posizione del corpo sulla scala, posizione che era stata assunta solo dopo uno scivolamento durato ore, non aveva nessun peso il fatto che le suole delle scarpe di Stasi non fossero sporche di sangue, giacché solo quelle della dottoressa del 118, scesa per ovvie ragioni fino al cadavere circondato da una pozza, presentavano tracce ematiche.

Poi, le impronte di scarpe numero 42 non hanno nessuna valenza, visto e considerato che si tratta della taglia più diffusa al mondo, nessuna bicicletta appartenente alla famiglia Stasi corrisponde alla descrizione che i testimoni fanno di quella vista vicino al cancello la mattina del 13 agosto. Anche per quanto riguarda i pedali e la loro presunta sostituzione, ancora nel 2025 talvolta evocata da alcuni esemplari da talk show, siamo di fronte a un falso bello e buono. Le due impronte sul dispenser del sapone non possono costituire una prova a carico, in considerazione del fatto che l’imputato frequentava abitualmente quella casa e che non è possibile datarle.

Infine, la questione pedopornografia: la sentenza di condanna prima dà atto che non è stato individuato il movente, poi però si affanna a costruirne uno basandolo su una serie di ipotesi non dimostrabili. Chiara potrebbe aver visto le foto, potrebbe esserne rimasta turbata, Alberto potrebbe aver avuto paura che la fidanzata svelasse al mondo questa sua perversione, potrebbero aver litigato e lui quindi il giorno dopo sarebbe tornato per ammazzarla.

Le conclusioni cui arriva Cedrangolo

Cedrangolo conclude con una rasoiata non indifferente:

L’omicidio di Garlasco è stato oggetto di una perniciosa forma di spettacolarizzazione, attraverso quei processi televisivi che inquinano la capacità di giudizio degli spettatori: tra i quali, nessuno ci pensa, rientrano anche i giudici, togati e popolari.

Nel silenzio generale e nel sudore freddo di alcune delle parti processuali il Procuratore formula così la sua richiesta: annullamento della condanna e accoglimento sia del ricorso della Procura che di quello della difesa. Perché se l’imputato è innocente deve essere assolto, ma se è colpevole deve avere la pena che merita. Cioè i trent’anni richiesti dalla Barbaini e non i sedici inflitti a Stasi con il solito inaccettabile sistema di un colpo al cerchio e uno alla botte.

Il senso del ragionamento di Cedrangolo è cristallino: Stasi può anche essere colpevole, ma va condannato sulla base di prove, non di elementi contraddittori o addirittura travisati, si rifaccia il Processo e si chiariscano questi punti.

Parlavamo di stranezze. Quella più clamorosa non è certo il fatto che il Procuratore Generale si ponga così, anche se indubbiamente il suo slancio fu inatteso e coraggioso, quanto che dopo tutto questo la Corte di Cassazione abbia deciso di rigettare il Ricorso della Difesa, confermando la condanna di Stasi.

Gli inquirenti infedeli

Nel 2025 è scoppiato un nuovo caso. L’inchiesta Clean 2 ha scoperchiato il Vaso di Pandora su un presunto sistema di potere e corruzione intorno alla Procura di Pavia. Ha portato a indagare l’ex Pm Venditti, che nel 2017 archiviò Andrea Sempio con inconsueta rapidità. Alcuni Carabinieri Infedeli sono finiti in carcere, altri, come Giuseppe Spoto e Silvio Sapone, sono sospettati di rapporti fin troppo assidui e cordiali con la famiglia Sempio. Non tratteremo di queste persone, l’inchiesta è in corso e il ruolo degli indagati nel Pasticciaccio di Garlasco non è chiaro.

GLI AVVOCATI

In un caso mediatico come questo, è inevitabile che anche gli avvocati assurgano a personaggi. Quando il Processo è grosso spesso i legali coinvolti sono già conosciuti: nei vari casi di cronaca protagonisti del prime time televisivo degli ultimi vent’anni abbiamo visto Carlo Taormina, il Professor Coppi, Giulia Bongiorno, Carlo Federico Grosso e tanti altri. Talvolta però le parti coinvolte non hanno denari a sufficienza per garantirsi una difesa di prestigio, e i loro guai divengono trampolino di lancio per avvocati giovani o meno conosciuti.

Anche su questo il Caso Garlasco si distingue, dando spazio a nomi noti, a giovani rampanti, a legali scafati non più di primo pelo e, ovviamente, a un vero e proprio eroe della Giurisprudenza e dei salotti televisivi.

Gian Luigi Tizzoni

Per quanto appaia brutale dirlo, una delle prime cose che devi fare se ti ammazzano un parente stretto è trovarti un avvocato. Non per difenderti da eventuali accuse ma perché, oltre alla necessità di assistenza da parte di un legale, hai la possibilità di costituirti parte civile. La parte lesa, infatti, non è una delle parti del processo, il cui fine è solo quello di infliggere la pena al reo. La costituzione di parte civile è un istituto giuridico che consente alla persona offesa da un reato penale di partecipare al processo non solo come testimone, ma anche come soggetto attivo che rivendica il risarcimento dei danni. Non è obbligatorio, non è automatico, ma quasi sempre accade che parenti delle vittime, e non solo, decidano di costituirsi parte civile. La famiglia Poggi, fin dalle prime ore, si affidò all’allora poco più che quarantenne Gian Luigi Tizzoni.

Allievo dell’avvocato Cappa

Negli anni 90, dopo la laurea, Tizzoni aveva lavorato come procuratore legale presso uno studio milanese, era stato allievo dell’Avvocato Ermanno Cappa, per poi aprire un proprio studio nel capoluogo meneghino. Come è facile intuire fu proprio lo zio di Chiara Poggi a consigliare ai genitori della vittima di affidarsi all’avvocato dagli occhi celesti e dai nodi alla cravatta ingombranti. C’è un’intercettazione di Paola Cappa da cui si evince chiaramente che la nomina di Tizzoni fosse parte di una strategia elaborata da suo padre.

Non deve essere facile svolgere il ruolo di avvocato della famiglia della vittima in una storia come quella di Garlasco, Tizzoni lo ha fatto in linea con i Poggi, senza mai aprire a possibilità alternative. Fin dal momento del primo arresto di Stasi, come fecero i genitori di Chiara, è rimasto fedele a quella linea, ripetendo spesso e volentieri che il colpevole è Alberto e che non sono possibili verità alternative. Anche lui, come un po’ tutti i personaggi di questa storia, ha avuto modo di essere coinvolto in episodi controversi, come l’incontro con il Maresciallo Marchetto o gli strani rapporti con il supertestimone Gianni Bruscagin di cui abbiamo parlato o come quando la madre di Andrea Sempio dichiarò a Le Iene che Tizzoni avrebbe passato documenti della Procura al difensore del figlio, aggiungendo: Non so se glieli ha dati a pagamento o gratis. Episodio che apre diversi interrogativi.

Lo Studio Giarda

Per il primo mese successivo al delitto ad occuparsi degli aspetti legali per conto della famiglia Stasi era stato il Civilista cui il papà di Alberto si affidava per recuperare i crediti della propria azienda. Al di là della prima altissima parcella che questi aveva presentato, era chiaro che, come dicono gli inglesi, questo delitto non fosse la sua tazza di tè. Tramite alcuni conoscenti gli Stasi arrivarono al prestigioso Studio Legale Giarda di Milano, rinomato però per il cosiddetto penale bianco e che i reati coi morti ammazzati li aveva sempre evitati. Angelo Giarda, il Professore che aveva dato il nome allo Studio, si era però subito interessato al delitto perché era accaduto dalle sue parti, essendo lui della Lomellina. Aveva quindi deciso di accogliere la richiesta dell’ex allievo che gli aveva parlato delle necessità degli Stasi, accettando di incontrare il ragazzo.

La versione dei fatti scritta su un foglio da Alberto

Alberto era arrivato accompagnato dai genitori, il Professore lo aveva fatto accomodare nella sala riunioni chiudendo fuori il padre e la madre. Dovevano parlarsi da soli. Lo fecero per tre ore, nessuno dei due racconterà mai cosa si siano detti, unica cosa nota: il Professore fece scrivere ad Alberto la sua versione dei fatti su un foglio perché potesse analizzarla meglio. Dopo tre ore, appunto, la porta si era aperta e il Professore aveva detto semplicemente: è innocente, lo difendiamo noi.

Il Professor Giarda, grande avvocato, era fedele a una regola aurea: i processi si fanno dentro le aule dei tribunali. Non impiegò molto a capire che, se mai qualcuno si fosse precipitato a chiudere la stalla, i buoi erano già belli che scappati, persi fra le decine di dirette televisive a ogni ora del giorno che si occupavano del caso. Anche in questo Garlasco ha fatto epoca, segnando un primo importante spartiacque in merito alla diffusione sui media di notizie e soprattutto opinioni, supposizioni, discussioni intorno a un fatto di sangue. Era successo anche qualche anno prima con il Delitto di Cogne e l’ormai famigerato plastico di Bruno Vespa, ma furono Garlasco ed Avetrana, nel pieno straripare della Società dell’informazione e delle sue storture a segnare un punto di non ritorno.

Anche per questo motivo a seguire in prima persona il caso Stasi fu da subito Fabio Giarda, figlio del Professore, con l’aiuto via via più centrale di quella che all’epoca era una praticante dello studio e che è poi divenuta di Alberto Stasi non solo l’avvocato ma anche amica e confidente: Giada Bocellari.

Il prof. Angelo Giarda

Il Professore è sempre stato convinto dell’innocenza di Alberto e non è forse un caso che, in corrispondenza con la prima condanna di Stasi nel Processo d’Appello Bis abbia cominciato a stare male fisicamente. Dopo il rigetto del ricorso in Cassazione è semplicemente sconcertato, non aveva mai preso in considerazione l’ipotesi di perdere il processo, non solo per l’intima convinzione dell’innocenza del suo assistito ma anche perché, da Maestro del Diritto, era persuaso che una condanna, in base agli elementi emersi, fosse non solo impossibile ma anche grottesca. Tanto che, dopo lo sbalordimento iniziale, sembra farsi largo in lui un malessere generale, fisico e non, che lo porta a presentarsi sempre meno in Studio, a isolarsi, a rimanere in casa.

La morte per Covid del 2021

Angelo Giarda ha perso la forza, la voglia di combattere, forse ha perso anche un po’ di fiducia nel Diritto inteso in senso alto, quello che aveva sempre inseguito e praticato. Il Professore morirà, di Covid, nel 2021 ma a costo di sembrare retorici ci sembra lecito pensare che iniziò a morire in corrispondenza con il Rigetto del Ricorso in Cassazione di qualche anno prima.

Giada Bocellari

Già dal 2014, comunque, Alberto aveva deciso: a difenderlo in Aula sarebbe stata Giada Bocellari, alla prima esperienza di dibattimento. L’Avvocato Bocellari, si diceva, è ancora oggi al fianco di Stasi, con cui ha maturato un rapporto che va molto al di là della relazione professionale.

Giovane e dotata di un notevole standing, in Tribunale come nei salotti televisivi, la Bocellari è stata soprannominata negli anni, sui media e dietro le quinte dei processi la tigre, la leonessa, la iena. In barba alla giovane età ha sempre mostrato preparazione e il giusto grado di vis polemica e combattività, ed è forse per questo che Stasi la ha eletta a suo riferimento principale. Deve avere compreso che accanto a lui, educatamente dimesso, fosse necessaria una persona incisiva e vigorosa, pronta a rispedire al mittente anche certi colpi bassi che, a diciotto anni dal delitto, continuano ad arrivare.

L’incontro con il prof. Giarda

E dire che Giada Bocellari, all’epoca dell’omicidio e negli anni immediatamente successivi, sembrava una delle persone più lontane non solo dall’idea di difendere Stasi, ma proprio di impegnarsi in una carriera come quella che sta oggi percorrendo. Benché laureata in legge non sembrava interessata a praticare l’avvocatura e si guardava intorno alla ricerca di colloqui di lavoro che la potessero intrigare. Quasi controvoglia nel 2011 aveva incontrato il Professor Giarda, il docente con cui aveva presentato la Tesi, che all’epoca era alla ricerca di un praticante. Stimandola ma cogliendo che la ragazza non stesse facendo i salti di gioia l’aveva convinta con un paterno Prova e vedi se ti piace.

È così che questa storia di ragazzi si arricchisce di un nuovo giovane personaggio, anche se inizialmente abbastanza restio a farsi coinvolgere. Stasi non la convinceva, non le stava simpatico, non capiva per quale motivo dovesse aggirarsi per lo studio come fosse un collega fino al punto di commissionarle determinate ricerche e infine nutriva dei dubbi sulla sua innocenza. Da professionista esemplare aveva però lasciato che il suo convincimento maturasse in base alla lettura delle carte e fu così che, in breve tempo, si fece l’idea che il ragazzo, per quanto non un mostro di simpatia, con il delitto non c’entrasse nulla.

La giovane legale motore delle indagini difensive di Stasi

Con tempo e fatica, e con i modi singolari di Stasi che prese a coinvolgerla nelle riunioni praticamente senza preavviso e senza prima chiedere ai suoi legali, i due hanno costruito un rapporto solido, al punto che Alberto volle fosse Giada a difenderlo in Aula nel 2014, nello sfortunato Appello Bis. Ancor di più, toccò all’Avvocato Bocellari comunicare de visu al suo cliente che il ricorso in Cassazione era stato rigettato e che di lì a poco sarebbero saliti in macchina e si sarebbero presentati al Carcere di Bollate, in quello che non c’è dubbio sarà stato un momento dal fortissimo impatto emotivo.

Con il passare degli anni Giada è rimasta accanto a Stasi: se fu mamma Elisabetta a girare la chiave d’accensione con l’intervista di cui abbiamo scritto, è stata senza dubbio la giovane legale il motore delle indagini difensive che portarono all’individuazione di Sempio e a tutto ciò che ne consegue.

A riprova di un rapporto speciale oggi non è raro che Giada passi a prendere Alberto quando la mattina esce dal carcere per recarsi al lavoro, così da accompagnarlo.

Inoltre allarga la sua difesa all’ormai debordante tribunale diffuso dei programmi televisivi, insieme al suo nuovo collega difensore, l’Avvocato Antonio De Rensis.

Antonio De Rensis

Sprofondato con disinvoltura nelle poltrone Chesterfield dello studio di Quarto Grado – con i capelli alla Brad Pitt, gli abiti di taglio pregiato sulle tinte del blu, talvolta gessati, il fazzoletto al taschino, il nodo impeccabile, la gestualità azzimata, l’eloquio forbito in cui il Veda introduce quasi ogni risposta, il titolo di studio dell’interlocutore enunciato ogni volta che lo chiama in causa e un vago retrogusto emiliano nella cadenza – restituisce un’immagine di Play Boy di gran stile, non più di primo pelo ma ancora in forma, della Riviera Romagnola.

In realtà, l’Avvocato Antonio De Rensis è uno dei più importanti penalisti italiani. Fra i casi di cui si è occupato ricordiamo La Costa Concordia e diverse difese esercitate nel mondo dello sport, spiccano quella della famiglia Pantani, di Mister Antonio Conte, del motociclista Andrea Iannone.

Dotato di una dialettica di alto livello, De Rensis non manca di intortare gli interlocutori televisivi, destando l’impressione che esistano cose più piacevoli di trovarselo avversario in un dibattimento in Aula. Il metodo è quasi socratico: parte sottolineando le capacità, la bravura, la simpatia della controparte per poi riservargli una bordata finale.

Legale di esperienza di Alberto Stasi

Nel duo difensivo di Stasi De Rensis gioca il ruolo del legale d’esperienza, con il pelo sullo stomaco cresciuto negli anni, non mancando di rimarcare i meriti della collega o di coloro che lo hanno preceduto nel collegio di difesa. Quando un ospite televisivo lo infastidisce usa l’arma dell’ironia: Sono rimasto affascinato dal garantismo del dottor Colaprico e quando lo sento parlare del garantismo degli altri tranne Stasi, io sono estasiato. Lui ha un garantismo intermittente, quando c’è Stasi salta fuori la santa inquisizione. […] È una mia libera interpretazione da modesto avvocato, quando lei si rivolge a Stasi è un membro della sacra inquisizione. Per tutti gli altri cittadini lei è un iper-garantista, io sono felice di questo per tutti gli altri cittadini. Viceversa quando le posizioni dei presenti lo aggradano approva con un convinto Complimenti! formando con la collega Bocellari una coppia di mattatori da teatro di prim’ordine che sanno quando prendersi la scena e quando invece lasciarla al partner.

De Rensis, a seconda del momento, trafigge, ironizza o allude, lasciando spesso aperte possibilità ancora non emerse nel dibattito pubblico.

Angela Taccia

In questa storia di ragazzi di paese c’è un personaggio che, se dovessimo fare l’esegesi di un racconto di finzione, sarebbe quello con l’arco di trasformazione più complesso e articolato. Almeno apparentemente, perché alcune intemerate dell’Avvocato Angela Taccia – che nel 2007 faceva parte della comitiva di diciannovenni di Marco Poggi e Andrea Sempio e oggi è una dei difensori di quest’ultimo – fanno sospettare che il percorso per diventare legale di livello nazionale, come il caso in questione imporrebbe, sia ancora di là dal terminare.

Alcuni salotti televisivi sono una gazzarra in cui la spunta chi alza più il volume e la Taccia si iscrive alla gara cercando di imporre i toni acuti, salvo poi offendersi se non riesce a parlare o se qualcuno le dà della giovane con, a suo dire, l’intento di farla passare per sprovveduta. Nel periodo in cui era affiancata nella difesa da Massimo Lovati non sono mancate le occasioni in cui ha pubblicamente e improvvidamente dichiarato di non essere d’accordo con il collega.

Una lunga amicizia con il suo assistito Andrea Sempio

Inoltre, la lunga amicizia con il suo cliente e l’affetto che ne consegue rischia talvolta di sovrastarla, inducendola a rimarcare aspetti emotivi e personali di Sempio che la fanno passare per l’amica che ti aggiorna sulle paturnie di un conoscente più che per l’Avvocato che risponde nel merito a difesa del proprio assistito. È umanamente non solo comprensibile ma anche nobile, eppure non appare come la migliore delle strategie.

Notevole il momento in cui, stretta fra i giornalisti, si dichiara pronta a pogare, giacché lo fa da quando aveva 15 anni.

C’è poi il tema dell’utilizzo eccessivamente disinvolto dei social.

L’uso eccessivo e disinvolto dei social

Nella primavera del 2025 gli inquirenti convocano, alla stessa ora e in tre luoghi diversi, Stasi, Marco Poggi e Sempio, per interrogarli simultaneamente. Sempio non si presenta e non dà spiegazioni. Le fornisce, per così dire, proprio Angela Taccia. Ai Magistrati? No. Ai giornalisti? Nemmeno. Su Instagram. Pubblica una storia il cui testo recita Lotta dura senza paura. CPP We love you, laddove la seconda frase sta per Codice di Procedura Penale ti amiamo (Sempio aveva la possibilità di non presentarsi per via di un cavillo). Ora, che un Avvocato provi un amore viscerale, che sia fisico o platonico, per il Codice di Procedura Penale può anche essere una bella cosa, trattare un interrogatorio in un’indagine per omicidio come se fosse un aperitivo decisamente meno.

Altro momento social degno di nota si verifica il 18 dicembre 2025, quando dopo una lunga giornata di Incidente Probatorio il nuovo avvocato Liborio Cataliotti pubblica a propria volta una storia Instagram. È un video girato all’interno di una bisteccheria parte di una nota catena. Cataliotti passa in rassegna i membri del pool difensivo presentandoli. Al momento dell’Avvocato Taccia è lei stessa a prendere la parola gridando Taccia woooooo, come se, nuovamente, ci si trovasse in uno scatenato aperitivo pre natalizio dal significativo livello alcoolico.

Essere l’avvocato di un proprio carissimo amico, con cui si è condivisa l’esistenza dall’adolescenza in avanti non è certo semplice, e comporta uno scotto emotivo sicuramente considerevole. Detto questo, se quella di Angela Taccia è l’espressione, per quanto singolare, di un disagio c’è da comprenderla, se invece fosse sintomo di una sottovalutazione del problema e un’euforia da prima pagina sarebbe decisamente più preoccupante.

Lo chiamavano Gerry La Rana

Nelle tragedie di William Shakespeare, a un certo punto, quando il mondo si fa oscuro, luttuoso e cupo il Bardo piazza un colpo. Tutto sta volgendo al peggio e lui presenta sulla scena un personaggio comico, che sia il Guardiano che apre il portone a MacDuff prima che questi scopra l’omicidio del Re e le tracce della scia di sangue lasciata da Macbeth, o il becchino in cui Amleto si imbatte quando, di rientro dall’Inghilterra, viaggia dritto verso una ineluttabile fine, per non parlare del Fool che accompagna Re Lear mentre questi sprofonda sempre più nella follia. Lo fa perché conosce il pubblico, e sa cosa vuole, perché sa che la vita è un susseguirsi di farsa e tragedia alternate con cruda ironia e perché gli è chiaro come spesso siano i matti, gli irregolari, gli scompaginatori professionisti di carte sul tavolo, a regalare squarci di scintillante verità.

Questa storia non l’ha scritta Shakespeare, è una storia vera. Eppure, fedele a quanto sopra, ad un certo punto irrompe fragorosamente sulla scena l’Avvocato Massimo Lovati, fantasista del Diritto e della diretta, difensore di Sempio, che imperverserà fra caserme e studi televisivi fin quando il suo assistito non riterrà superato il limite e lo solleverà dall’incarico, consegnandolo al nome d’arte pensato per lui da Fabrizio Corona: Gerry La Rana.

Chi è l’avvocato Massimo Lovati

Vecchia volpe del Pavese, Lovati entra nel collegio difensivo di Sempio già nel 2017, ma è con la riapertura delle indagini del 2025, che, ormai quasi settantacinquenne con i capelli arruffati e un gusto nel vestire quantomeno discutibile, mette in mostra tutto il repertorio da avvocato scafato, come lui stesso felicemente si definisce.

A prima vista la coppia Taccia – Lovati sembra un oliatissimo ascensore per il patibolo, ma ad osservare Gerry La Rana con più attenzione si capisce immediatamente come quest’ultimo sia tutt’altro che sprovveduto. Ciò che lascia interdetti è sicuramente il metodo, niente affatto cartesiano. Inizialmente la prende sul tecnico: essendo stato Sempio iscritto nel registro degli indagati per omicidio in concorso Lovati passa giornate a ciangottare con la sua evve moscia e la parlata strascicata Dov’è il concovso? Cosa vuol dive concovso? A questo difetto di pronuncia si deve il soprannome di Gerry La Rana.

La strategia per la difesa di Sempio

Lovati passerà poi a infilare una sequela di Non mi intevessa a qualsiasi obiezione venga mossa in tv a lui o al suo cliente, dopodichè verrà la fase più allucinogena: quella dei sogni. In corrispondenza con le analisi sulla spazzatura presente in casa Poggi il 13 agosto 2007, in particolare su due vasetti di Fruttolo, Lovati sgancia la bomba in diretta televisiva, rivelando di aver fatto un sogno, o meglio un incubo, in cui sul vasetto viene trovato il DNA di Andrea Sempio. Chiosa dicendo Poi le considerazioni che stanno sotto l’incubo, ognuno fa quello che crede. Nell’ormai arcinoto colloquio etilico con Fabrizio Corona spiegherà di avere avuto il timore che gli inquirenti, essendo in possesso di campioni di DNA del suo cliente, potessero piazzarlo sullo yogurt per incastrarlo.

Tornando ad Amleto, Polonio direbbe C’è del metodo, in questa follia.

Anche perché, e qui c’è un altro colpo di teatro del Gerry nazionale, Lovati è convinto dell’innocenza di Sempio, ma anche di quella di Stasi, in totale contrarietà alla logica che probabilmente qualsiasi altro ipotetico difensore di Sempio applicherebbe al proprio lavoro. Ma Lovati è un villain, e se ne frega della logica. Vedremo più avanti quale sia la sua tesi, degna di un romanzo di spionaggio di John Le Carré, sull’omicidio e sul suo esecutore.

Le avventure televisive di Lovati

Mesi dopo Lovati racconta di aver sognato un coniglio con le orecchie lunghe. A chi, legittimamente, gli domanda cosa diamine voglia dire Gerry risponde Il coniglio è una fantasia, una metafora, sta a significare una circostanza magica, del mago che estrae il coniglio dal cilindro, qualcosa di estemporaneo. Per ora non esiste questo coniglio, è nella mia immaginazione. Siccome è sei mesi che cercano di sostenere un’accusa labile, la mia paura è che spunti un coniglio. Domani, dopodomani o tra vent’anni.

In buona sostanza, anziché dire Temo che la procura tiri fuori un coniglio dal cilindro, fa tutto questo rigiro onirico. Perché è un uomo di spettacolo. O perché è un avvocato scafato.

Uno dei momenti più iconici dell’avventura televisiva di Lovati è quello in cui, mentre è collegato con una trasmissione dal suo studio, credendo di non essere inquadrato, si fa beccare col sorcio in bocca mentre trangugia un bicchiere di vino rosso. Lo sfotteranno tutti, ma ci piace coltivare il dubbio che fosse una mossa preparata.

La teoria dell’avvocato Lovati sull’omicidio

Scrivevamo poco sopra della Teoria di Lovati sull’omicidio. Un bel giorno Gerry La Rana se ne esce sostenendo che Chiara Poggi sia stata uccisa da un sicario, e che quelli non li becchi. Tralasciando per un attimo il fatto che i sicari utilizzano solitamente metodi diversi per far fuori le persone vediamo nello specifico l’ipotesi dell’Avvocato, espressa a puntate durante le sue ospitate televisive e in versione integrale a Corona.

Chiara sarebbe stata uccisa da una potentissima organizzazione criminale dedita alla pedofilia e al commercio degli organi umani. Il movente si troverebbe nella chiavetta USB della vittima: una ricerca sugli abusi negli enti ecclesiastici statunitensi. E fin qui per quanto sia vago uno gli sta dietro. Quando però Corona gli domanda per quale motivo le indagini difensive di Stasi si siano concentrate su Sempio, Gerry, incoraggiato dal vino, si lancia in un ragionamento decisamente astruso: a pagare indagini private, consulenti, avvocati per un totale di tantissimi soldi sarebbero stati i veri assassini di Chiara Poggi. Si sarebbero presentati a casa di Stasi subito dopo il delitto e con la pistola alla tempia (pistola che non si capisce perché non avrebbero a questo punto usato su Chiara ma Gerry è Gerry) avrebbero intimato al ragazzo Vuoi fare la fine della tua fidanzata? Non vuoi? Devi dire così così e così.

La teoria sull’organizzazione criminale di pedofili

Ecco perché, a suo dire, il racconto di Stasi non è credibile: perché riferisce qualcosa che gli è stato da imbeccato da altri. Lo avrebbero rassicurato sul fatto che sarebbe rimasto impunito ed in effetti, sottolinea Lovati, è quello che è successo fino a quando Tizzoni non insisterà sulla necessità della perizia sulla camminata di Stasi all’interno della casa, che svelerebbe la falsità del racconto. Si passa quindi quasi al delirio: quelli lì erano tutta una combriccola con la procura di Vigevano, con Stefano Vitelli eccetera e Vitelli faceva quello che gli dicevano quelli lì. Rimane da capire chi siano Quelli lì, ma va bene. Quando sembra che si sia arrivati all’apice Gerry tira fuori finanche la Massoneria Bianca, che sarebbe entrata in contatto con Stasi, imponendogli la versione non credibile del ritrovamento del corpo, tramite il Professor Giarda.

Ci siamo praticamente tutti, manca solo la Banda della Magliana.

Le conversazioni dell’avvocato con Fabrizio Corona

La conversazione con Corona consta di vari momenti diversamente notevoli; ad un certo punto, Lovati tira fuori dal nulla il caso Yara Gambirasio. Dichiara che l’avvocato di Massimo Bossetti (condannato per l’omicidio), avrebbe sbagliato a non applicare il Metodo Lovati. L’unico elemento è il DNA sulla vittima? Io avrei fatto dire a Massimo Bossetti: Io ero l’amante di Yara Gambirasio, andavamo a scopare.

Per questo c’è il DNA. Condannatemi per violenza sessuale su minore consenziente, non per omicidio. E avrei vinto il processo. Al di là della innegabile sgradevolezza di questa uscita, il ragionamento è abbastanza sintomatico del modo in cui Gerry vede i processi e il suo lavoro in generale.

Anche quando si comincia a parlare di scontrino e corruzione Lovati non si preoccupa di tirare le briglie. Per quanto riguarda il tagliando del parcheggio è cristallino: l’alibi è solo quello però non basta.

A proposito di corruzione e di briglie innanzitutto rimarca come il chiacchierato Gip Venditti gli stia simpatico vista la comune passione per le scommesse sui cavalli, che i due praticavano fianco a fianco intorno al 2010.

Le telefonate a Sempio da un altro telefono

Inoltre, a proposito di strane combriccole: fra febbraio e marzo del 2017 Andrea Sempio riceve una telefonata da un numero che inizialmente non riconduce a nessuno di sensibile. Viene fuori poi che l’intestataria di quella utenza è una donna rumena, ex entraineuse del night bazzicato dal Maresciallo Marchetto e che oggi è assistente e compagna di Lovati, il quale le ha intestato tutto. Gerry sostiene che a chiamare era lui, Corona ribatte che era lui da un telefono pulito per comunicare a Sempio che la faccenda della corruzione procedeva bene. Lovati non nega.

Alle 06.00 del mattino, dopo la maratona alcolica, Gerry si lascia andare: Adesso si è aggiunta quella roba lì della corruzione e quella lì io posso anche far finta che non me ne frega un cazzo, però quella lì pesa. Corona lo incalza Perché è vera. Lovati è laconico: BEH!

La ‘confessione’ a Fabrizio Corona e il tema corruzione

Non appena il video di questo colloquio viene diffuso si scatena la qualunque, giornalisti, opinionisti, probabilmente anche la famiglia Sempio e i colleghi del pool difensivo chiedono conto a Lovati di quello che ha detto. È qui che l’Avvocato dimostra la sua grandezza: non è più Massimo Lovati, è già Gerry La Rana.

Quello era uno sceneggiato, ero Gerry La Rana. Ho inventato, era un provino che Corona mi ha fatto per fare una fiction. Recitavo. Mi ha detto lui di dire certe cose, di essere volgare, che poi tagliava. Non ero io, era Gerry La Rana.

Anziché tributargli l’applauso che un simile colpo di scena meriterebbe, i Sempio gli revocano il mandato.

L’ultima perla di Lovati è l’annuncio di un imminente romanzo sul delitto ambientato fra 750 anni, ed è l’ennesima tessera di un mosaico architettato da un uomo che desta l’impressione di sapere più di quel che dice, di parlare a suocera perché nuora intenda, di confondere lucidamente fingendo di essere confuso, di far passare per sogni, allucinazioni o ipotesi informazioni di cui non può rivelare la fonte. Perché Massimo Lovati è un avvocato scafato. E perché in fondo aveva ragione Shakespeare: le verità più illuminanti si nascondono fra le stramberie dei Fools.

Conclusione

Come David Lynch tirò fuori il seguito de I segreti di Twin Peaks diversi lustri dopo il debutto, anche il Pasticciaccio brutto di Via Pascoli a Garlasco sta vivendo, fra 2025 e 2026, una nuova stagione di fuoco. Ogni giorno si fanno largo nuove teorie, supposizioni, illazioni. Abbiamo cercato di tenerci per quanto possibile alla larga, consapevoli che una sentenza va sempre rispettata e che quando un’indagine è in corso bisogna aspettare che si concluda.

Al momento della scrittura di queste righe Alberto Stasi sta scontando la sua pena e intravede la fine del periodo di detenzione, mentre Andrea Sempio è indagato ma questo certo non fa di lui un colpevole. Altri ancora sono morti e non possono più parlare o difendersi. Qualcuno non è indagato ma potrebbe diventarlo, oppure no. Tutto scorre, diceva Eraclito di Efeso, così è anche per il famigerato Caso Garlasco: ne abbiamo raccontato i personaggi principali fra dramma e ironia, nell’attesa di capire se e quando andrà in scena l’ultimo atto.

Per la stesura di questo Speciale è stata fondamentale la lettura de Il garbuglio di Garlasco, di Gabriella Ambrosio, edito da RUBBETTINO

Edoardo Ciufoletti

Edoardo Ciufoletti è attore e autore teatrale. Da sempre studioso e appassionato di cronaca nera.