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Ospedali Psichiatrici Giudiziari: il confine tra malati e detenuti

“I matti sono punti di domanda senza frase, migliaia di astronavi che non tornano alla base. Sono dei pupazzi stesi ad asciugare al sole, i matti sono apostoli di un Dio che non li vuole”.
“Ti regalerò una rosa” è la canzone scritta da Simone Cristicchi, vincitrice del Festival di Sanremo nel 2007, che affronta il tema dei malati mentali e della loro solitudine. Ci serviamo di queste parole per fare un viaggio virtuale nella burocrazia del sistema penitenziario italiano e parlare, per quel che si può, del delicato tema che riguarda gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari.
L’ articolo 32 della Costituzione Italiana è chiaro “La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. Cosa sono gli Ospedali Psichiatrici giudiziari (leggi: Ospedali psichiatrici giudiziari: storia dei nuovi manicomi)? Gli Opg a seguito della riforma penitenziaria (legge 25 luglio 1975 n°354) hanno rimpiazzato i “manicomi giudiziari” e da aprile 2015 saranno sostituiti della Rems, strutture residenziali sanitarie gestite dalla sanità territoriale in collaborazione con il Ministero della Giustizia.
Queste residenze, serviranno a garantire l’esecuzione della misura di sicurezza, meglio conosciuta come detenzione, unita a veri e propri percorsi di recupero e terapeutici per i soggetti a cui è applicata la misura alternativa al ricovero in Opg o nelle case di cura. Il problema però è che proprio queste strutture non sarebbero in grado di accogliere i più dei 700 internati negli Opg.

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Gli Opg in Italia:

In Italia, sono sei gli ospedali giudiziari: Barcellona Pozzo di Gotto, Aversa, Napoli, Montelupo Fiorentino, Reggio Emilia, Castiglione delle Stiviere, che dal 1 aprile 2015 dopo anni di rinvii, come fissato dalla legge 81/2014 dovranno essere chiusi.
In queste strutture sono 1400 i malati ospitati di cui 446 dichiarati dimissibili e 160 realmente passati a carico delle rispettive Asl. Queste strutture dovevano essere chiuse già nel lontano 2008, quando un decreto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri prevedeva il cosiddetto piano di superamento degli opg.
In parole povere, un trasferimento della sanità penitenziaria dal ministro della Giustizia a quello della salute, aumentando e potenziando i percorsi alternativi, riabilitativi e di salute per i pazienti malati, ma così non è stato. Tante le inchieste che ne sono venute fuori. In particolare dal 2010 quando la commissione parlamentare d’inchiesta presieduta dall’attuale Sindaco di Roma Ignazio Marino, entrò per la prima volta in questi manicomi.
Condizioni simili a quelle delle carceri italiane: stanze con quattro internati invece di due, letti sporchi, bagni impossibili da usare e pessime condizioni igieniche dei detenuti.

Chiusura degli Opg e le nuove strutture: le Rems

Il 30 marzo 2013, dovevano essere definitivamente chiusi, ma qualcosa non è andato nel verso giusto e il governo ha pensato bene di posticipare di un anno il provvedimento di chiusura. Opg in Italia
La Conferenza Stato – Regione, tenutasi nel mese di gennaio 2014 aveva approvato un emendamento che proponeva un’ulteriore proroga della chiusura fino ad aprile 2017, prevedendo le criticità per ogni regione di fornire strumenti adeguati per accogliere questi malati, ma è stata rigettata dal governo.
Le Rems, finanziate con 172 milioni da tutte le Regioni, non hanno celle al loro interno, ecco perché tanti dubbi dai sindaci di molti Comuni che non hanno accettato la costruzione di queste strutture. Molti opg ospitano detenuti che non sono solo malati mentali, ma persone che hanno commesso anche crimini e perciò devono scontare lì la loro pena.
Il più delle volte questi internati dovrebbero essere riaccolti dalla famiglie che invece non li vogliono e quindi restano nella struttura che li accoglie. Ma quale sarà il destino dei malati ritenuti idonei per uscire dall’internato?

Il destino degli attuali detenuti negli Ospedali Psichiatrici Giudiziari:

Molti di loro saranno rifiutati dalle famiglie e mandati nelle comunità dove gli verrà dato un tetto e un lavoro; altri torneranno presso le proprie case, con non pochi problemi di reinserimento nella vita quotidiana e ovviamente non verrà data loro la possibilità di avere un lavoro né essere reintegrati.
È difficile per un ex carcerato figuriamoci per un malato di mente, un escluso, che difficilmente verrà riammesso in società. Forse quello che manca è una cultura su chi siano realmente gli internati e su come vengono trattati, abbandonando le reticenze e cercando di debellare l’ignoranza e la malvagità che oggi purtroppo, esistono ancora.

Pubblicato in Inchieste

Scritto da

Diletta Della Rocca

Calabrese, testarda e con la passione per il giornalismo.

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