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Lavarsi o non lavarsi? Storia dell´igiene personale attraverso i secoli

Dall’antica civiltà minoica, con il sontuoso palazzo di Cnosso, alla reggia di Nestore, dalle terme romane fino alle vasche di Versailles, chi crede che l’uomo sia sempre stato confortato dalla cura dell’igiene personale commette un grave errore.
Tra piacere e dovere, simbolo di purezza e pratica immorale, l’uso del bagno è stato oggetto di interminabili discussioni nel corso dei secoli con ripercussioni enormi addirittura sulla salute pubblica; il tutto tralasciando le mode del momento che rientrano nel concetto di ‘unwashed’ e che vedono nel non lavarsi una tendenza da seguire.
Per gli antichi greci immergersi è un fatto naturale e all’ospite rappresenta un oltraggio negare un bagno, metafora propria di accoglienza. Ulisse appare al cospetto di Nausicaa dopo il bagno al fiume e sarà riconosciuto a Itaca dalla nutrice grazie al pediluvio eseguito dietro ordine di Penelope.
I romani, dal II secolo a. C. rafforzano questa pratica e grazie ai progressi della tecnica idraulica riempiono la città di fontane, bagni lussuosi, stazioni termali diffondendo una moda che ottiene presto l’appoggio sanitario. Il medico Asclepiade di Prusa enuncia infatti la capacità dell’acqua di espellere dal corpo gli umori delle malattie.

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L ‘igiene ai tempi dei Romani

Agrippa rende gratuiti gli stabilimenti balneari e nel 33 d.C. a Roma se ne contano 170. Anche Nerone fa erigere sfarzose terme al Campo Marzio, a cui si aggiungono piscine scoperte, palestre, biblioteche ecc, fino alle celebri Terme di Diocleziano, dalla superficie di 150.000 metri quadrati e così in tutto l’impero. Ci si reca giornalmente, uomini e donne, schiavi e liberti, per una pausa puramente viziosa, deprecata unicamente dai filosofi.
Paradisi del corpo che prolificano fino al IV secolo. Caduto l’impero romano d’occidente, l’arrivo dei barbari segna la chiusura dei rubinetti. E anche il sofisticato sistema di riscaldamento idraulico va in rovina. Unica eccezione del periodo buio è Carlo Magno, maniaco della pulizia, che mantiene in funzione i lavacri di Aquisgrana. Qualche bagno in più se lo concedono i monaci e i malati; ancora non è del tutto persa la fiducia nel valore terapeutico dell’acqua.

Chiesa e concetto di pulizia

La Chiesa infatti dimostra un rapporto ambivalente con la pulizia corporale. Da un lato l’igiene del corpo rispecchia quella dell’anima, dall’altro la pratica del bagno è vista come ricerca di voluttà. Venerata è per esempio sant’Agnese che nel corso della sua breve vita non si lavò mai. Tuttavia ai malati i medici consigliano le acque termali di romana memoria e la Chiesa non può avere nulla da ridire visto che sono di proprietà religiosa[1].
Della promiscuità nei bagni termali ne racconta l’umanista Poggio Bracciolini, durante il suo soggiorno a Baden nel 1416. Ciò che la Chiesa vieta è la frequentazione dei bagni pubblici, riaperti dal XII secolo grazie al ritorno dei crociati dalla Terra Santa, ispirati ai bagni turchi.

Il concetto di igiene nel Rinascimento

Calori e vapori certamente sinonimo di corruzione e tentazioni peccaminose, visto che a far da sfondo ai bagni seducenti ragazze preparano acque profumate e unguenti da massaggi. Il bagno dunque, rito salutare e piacevole, attraverso le maglie della morale cristiana, si carica di sensi colpa e sollecitazioni erotiche da annientare. Tuttavia tra il sacro e il profano l’aria è ancora respirabile.
E’ di nuovo nel 1500 che l’acqua viene considerata pericolosa perché si ritiene “aprisse i pori, consentendo così ai miasmi velenosi di penetrare all’interno del corpo, protetto dalla salutare pellicola di grasso e sudiciume”[2]. Addirittura l’acqua è considerata nemica della capacità riproduttiva dell’uomo e si crede ostruisca i pori, eviti la traspirazione e renda il sangue denso, provocando come conseguenza l’amenorrea, cioè la mancanza di mestruazioni. In questo modo si spiegano i disturbi delle lavandaie e delle contadine che lavorano nella macerazione della canapa e del lino.

La questione delle donne e dell’igiene

L’igiene femminile è stata a lungo un parametro per dare giudizi sulla condotta morale delle donne: se sporche senz´altro oneste, se pulite di sicuro prostitute. Per le donne oneste infatti non c’è alcun bisogno di lavarsi, anzi, riservare cura al proprio corpo è considerato peccaminoso.
Per sopperire alla puzza tuttavia i ceti più alti scelgono alluvioni di profumi e frequenti cambi d’abito. Nei ceti più poveri invece il graduale aumento demografico rende insufficiente il rifornimento idrico e i fiumi cominciano già a essere inquinati. Iniziano le epidemie e l’acqua viene accusata di ogni nefandezza; fare il bagno debilita e la pulizia del corpo è affidata alla “pulizia secca”, cioè al cambio dei vestiti, secondo il principio per cui una camicia pulita equivale ad un bagno.

Nascita del bidet, invenzione italiana

In realtà poi alla paura di malattie si accompagna come visto la paura del peccato, in quanto l’igiene personale presuppone la vista ed il contatto con parti del corpo e quindi espone a gravissimi rischi morali.
Bisogna aspettare il ‘700 per una folata d’aria fresca. Il secolo di rivoluzione vede affacciarsi l’uso del bidet, invenzione tutta italiana, che però mantiene quell’aurea di peccaminosità in quanto oggetto per lo più rivolto alle amanti. Tuttavia l’amore per i cosiddetti effluvi naturali permane.
“Le donne con abbondante sudorazione esercitavano un gran fascino su Casanova, così come, prima di lui, su Enrico IV di Francia, ed è noto che Napoleone esortava Giuseppina ad astenersi dall’acqua prima degli incontri d’amore”[3].

Mode dall’Oriente: bagno turco e non solo

I viaggiatori dall’oriente riportano comunque la moda del bagno turco e come al tempo dei crociati parte dai bordelli la rivincita dell’acqua. Londra è la prima città in Europa a coprire i canali di scolo, a portare l’acqua ai piani alti e a dotarsi di un sistema fognario.
Nelle città la mortalità diminuisce. In ambito medico ci si interroga su come si sia potuto credere alla pericolosità dell’acqua. Inizia progressivamente a ricomparire nelle case la stanza da bagno così come inizia a farsi spazio il concetto sociale della puzza, considerandolo dunque come possibile fastidio verso il prossimo.
Altro fattore determinante successivo sono le scoperte di Koch e Pasteur sulla microbiologia. Fino ad allora gli scienziati sono convinti che a essere pericolosi siano gli odori stessi della putrefazione, non i batteri che si sviluppano.
Segue dunque una profonda azione di bonifica che coinvolge cimiteri, pozzi, discariche e i luoghi a rischio -come carceri e ospedali- vengono irrorati con acqua di calce e acido muriatico che hanno il potere di distruggere gli odori e –allora sconosciuto– annientare i batteri.

L’igiene nei tempi moderni:

Nell’800 dunque l’alta società si lava e incipria e il bagno torna ad essere tempio di seduzione. Le classi lavoratrici puzzano ma è considerata una caratteristica di default.
Saranno le epidemie di colera che affliggono Londra a metà del XIX secolo a far ripensare agli amministratori al concetto di igiene per i quartieri popolari. Motivo non è l’umana compassione ma il contagio che si propaga fino ai palazzi dei ricchi. Piano piano il numero di bagni pubblici nelle città inizia ad aumentare.
E’ con il moltiplicarsi delle case popolari concepite razionalmente con stanze da bagno all’interno delle abitazioni che si diffonde in massa la prassi della doccia dopo lavoro tra gli operai. Resistenze si trovano nelle campagne dove, oltre alle difficoltà oggettive nel diffondere la rete idrica, l’odore del proprio clan familiare è ritenuto rassicurante.
Nonostante i grandi progressi tuttavia permangono ancora oggi individui che mostrano avversione all’acqua. Per molti di loro è una moda, la filosofia ‘unwashed’ che molti attori di Hollywood sta conquistando. Fortunatamente però essi non rappresentano un pericolo per la salute pubblica.


  1. N. Rival, Storia della pulizia e della cura del corpo, BCM Editrice, 1988.
  2. http://www.odoya.it/index.php?main_page=document_general_info&products_id=185
  3. ibidem
Pubblicato in Focus

Scritto da

Laura Fedel

Giornalista, speaker radiofonica.... appassionatamente curiosa.

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