Ci sono milioni di occupati che lavorano a orario ridotto e milioni di persone che lo fanno per scelta. Ma una parte di loro, nelle statistiche ufficiali, ha un’etichetta precisa: ha accettato un part-time perché non ha trovato altro. I numeri mostrano un fenomeno in calo, ma ancora molto sbilanciato.
Il part-time è, per molti, uno strumento di conciliazione: serve a seguire i figli, a curare un familiare, a studiare. Per altri è l’unica porta d’ingresso al lavoro. Distinguere tra le due situazioni è la chiave per capire che cosa raccontano davvero i dati sul part-time in Italia.
Cosa significa part-time involontario
La definizione dell’Istat è semplice: il part-time involontario è la condizione di chi lavora a tempo parziale perché non è riuscito a trovare un lavoro a tempo pieno. Non è una valutazione soggettiva dello statistico, ma la risposta che il lavoratore stesso dà nell’indagine sulle forze di lavoro.
I numeri: un calo costante, ma da leggere con attenzione
La tendenza, negli ultimi anni, è incoraggiante. Nel 2019 il part-time involontario riguardava il 12,1% degli occupati, nel 2023 era sceso al 9,6%, e nel 2024 all’8,5%, per il quinto anno consecutivo di riduzione. Il Rapporto Bes dell’Istat segnala che nel 2025 la quota è ulteriormente scesa al 7,7%, con un calo di 0,8 punti in un anno.
Anche i dati più recenti sul mercato del lavoro vanno nella stessa direzione. Nel secondo trimestre del 2026, secondo l’Istat, gli occupati part-time sono 3 milioni 762 mila, 99 mila in meno su un anno, mentre quelli a tempo pieno crescono di 345 mila unità. Il part-time riguarda il 15,4% degli occupati e il 28,9% delle posizioni di lavoro dipendente. La crescita dell’occupazione, in altre parole, sta arrivando dal tempo pieno.
È una buona notizia, ma non cancella il problema. Una quota che scende sotto l’8% significa comunque centinaia di migliaia di persone che lavorano meno ore di quante ne vorrebbero, e che guadagnano di conseguenza.
Chi lo subisce
Il fenomeno non è distribuito in modo uniforme. Il dato più netto riguarda il genere: secondo l’Istat, nel 2025 il part-time involontario coinvolge il 12,8% delle donne occupate contro il 4,0% degli uomini, una quota tripla. In molti casi non è una scelta: tra le lavoratrici a tempo parziale, il part-time involontario incide per il 45,8% del totale, in calo dal 49,6% del 2023.
Il confronto europeo rende l’anomalia evidente. Secondo Eurostat, nel 2025 tra le donne in part-time di 20-64 anni la quota di chi lo è per mancanza di alternative è del 46,6% in Italia contro il 16,9% nell’Unione europea.
Sarebbe tuttavia un errore ridurre tutto alla conciliazione tra lavoro e famiglia. Nel rapporto Istat-CNEL sul lavoro delle donne si osserva che la quota di part-time involontario diventa maggioritaria, il 66,9%, tra le occupate senza figli. Dove i carichi di cura pesano meno, il part-time è più spesso una condizione subita.
Altri fattori contano. La quota di part-time involontario diminuisce al crescere dell’età, ma per le donne non scende mai sotto l’11%, mentre gli studi dell’Istat indicano che è più frequente tra le donne, tra i giovani, tra gli stranieri e in alcune aree del Paese. Per settore, i valori più alti si registrano nei servizi alle famiglie, dove nel 2023 la quota arrivava al 41,1%, seguiti dall’alberghiero e dalla ristorazione.
Il part-time involontario va poi letto insieme alle altre forme di fragilità: nel 2025 i lavoratori “vulnerabili”, cioè con contratto a termine o part-time involontario, erano il 17,0% degli occupati, quota che tra le donne sale al 23,0%.
Quanto pesa sul reddito e sulla pensione
La differenza di orario si traduce in differenza di reddito. Secondo l’analisi dell’INPS sulle retribuzioni dei lavoratori dipendenti, la retribuzione media di un lavoratore part-time è pari a circa due quinti di quella di un full-time. Una distanza che non dipende solo dalle ore: pesano anche inquadramenti, settori e continuità del rapporto.
L’effetto si riverbera sul lungo periodo. Il sistema previdenziale accredita i contributi in funzione della retribuzione, e per chi guadagna meno di una soglia minima fissata ogni anno le settimane utili alla pensione non vengono riconosciute per intero. Una carriera fatta di orari ridotti rischia così di ripercuotersi non solo sull’importo della pensione, ma anche sul momento in cui sarà possibile accedervi.
Più in generale, resta ampio il divario salariale complessivo: secondo l’Osservatorio INPS sui lavoratori del settore privato, nel 2023 la retribuzione media annua era di 27.080 euro per gli uomini contro 19.083 per le donne. inps
Perché succede?
Le spiegazioni sono più d’una. Gli studiosi dell’Istat sottolineano che il fenomeno presenta tratti strutturali e non congiunturali, cioè non dipende solo dall’andamento dell’economia. Sul lato delle imprese, nel 61,5% delle imprese i lavoratori a tempo parziale sono quasi esclusivamente donne. È un dato che mostra come il part-time sia, in molti comparti, uno strumento organizzativo dell’azienda più che una richiesta del lavoratore.
Sul lato delle famiglie, pesano i carichi di cura. Nel 2025, secondo l’Istat, tra le donne di 25-49 anni risultava occupato il 58,1% di quelle con figli in età prescolare, contro il 77,4% di quelle senza figli. Dove i servizi per l’infanzia e l’assistenza sono scarsi, il tempo pieno diventa più difficile da sostenere, e il part-time si trasforma in un compromesso.
Cosa serve
Le indicazioni degli osservatori si ripetono:
- Servizi di cura più diffusi e accessibili, per ridurre il ricorso al part-time come ripiego.
- Percorsi di passaggio al tempo pieno, per chi lo desidera, nei settori dove il part-time è più frequente.
- Qualità dell’occupazione nei comparti più esposti, dai servizi alle famiglie alla ristorazione, con attenzione a retribuzioni e continuità.
- Dati e trasparenza sulle ore effettivamente lavorate e su quelle desiderate, per misurare il fenomeno oltre la semplice etichetta contrattuale.
Il calo degli ultimi anni mostra che il fenomeno non è inevitabile. Ma la distanza dall’Europa, e quella tra uomini e donne, ricordano che l’occupazione non si misura soltanto in numero di posti: conta anche quante ore, e a quali condizioni, una persona può lavorare. È su questo che si misura la qualità, più che la quantità, del lavoro.