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Elezioni 2013: crisi del settore, i giornalisti si buttano in politica

Onorevole Direttore. Più che un doppio attestato, un ossimoro. Due appellativi che denunciano una guerra dei mondi che vede disposti su opposti schieramenti l’universo dei giornalisti e quello dei politici.
Due epiteti tanto ossequiosi quanto distanti, alla stregua di due cavalieri medievali pronti a sfidarsi a duello, in un tempo così lontano ed indeterminato tanto da farne venir meno la dimensione concreta e cronologica.
Un tempo, forse. Quando i ruoli erano netti e definiti; quando c’era chi poneva domande e chi rispondeva. Prima che la realtà si capovolgesse; prima che i politici suggerissero le domande ai giornalisti (o ai loro surrogati) e i professionisti dell’informazione valicassero la barricata ed ambissero ai palazzi del potere.
Diretta conseguenza di questa commistione tra poteri (legislativo, mediatico e magari esecutivo) è la banalizzazione della politica. Smentendo i fautori della morte della tv, il dibattito mai come in questa tornata elettore si è concentrato nei salotti televisivi.
Dalle otto di mattina all’una di notte si assiste alla marcia di candidati, molti dei quali corrispondono proprio all’identikit del giornalista “pentito”, poiché popolare ed avvezzo agli agoni. Perciò sensibile agli slogan e ai temi maggiormente gettonati. Con buona pace dei sostenitori della purificazione della politica mediante il coinvolgimento dei rappresentanti della società civile.

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Tutti i giornalisti candidati in politica:

Che piaccia o meno, le elezioni –politiche ed amministrative- del 2013 sono caratterizzate proprio dai transfughi che hanno imboccato la strada che porta dalle redazioni agli scranni. Aspiranti premier, papabili ministri, probabili deputati e senatori, possibili presidenti di Regione. Ad ogni (ex) giornalista, la sua nuova mansione.
Oscar Giannino,
candidato premier dimissionario di Fare per Fermare il Declino, ne rappresenta l’emblema. Fautore del liberismo (ma non quello all’italiana), in passato ha ricoperto la carica di vicedirettore presso il quotidiano Il Riformista. Fine economista, sebbene non sia chiaro in che misura titolato, il suo anelito civico non è mai stato in discussione: ventenne, ha aderito al Partito Repubblicano Italiano e non ha mai scisso le due passioni.
Mario Sechi, una delle punte di diamante della Lista Civica con Monti per l’Italia (ne cura la comunicazione, oltre ad essere candidato per il Senato in Sardegna), vanta nel suo curriculum la direzione de Il Tempo e de L’Unione Sarda, ma anche la vicedirezione de Il Giornale, Panorama e Libero. “Servire il Paese è un onore”, per questo motivo ha deciso di salire in politica.

Da Minzolini a Sandro Ruotolo

Corradino Mineo, già direttore di Rainews e vicedirettore del TG3, è capolista in Sicilia per il Partito Democratico. Ha dichiarato di non credere “nella terzietà: il giornalista per capire le cose che accadono deve avere passione e quindi delle proprie convinzioni” e non esclude il ritorno alla professione appena abbandonata poiché “in passato lo hanno fatto Michele Santoro e Lilli Gruber”.
La (lunga) lista include anche Augusto Minzolini, ex “direttorissimo” del TG1 e capolista per il Senato in Liguria del Popolo della Libertà. Non ancora varcata la soglia di Palazzo Madama, l’ex redattore, inviato ed editorialista de La Stampa ha già nostalgia del passato, tanto da rivendicare la poltrona del primo telegiornale non appena ottenuta l’assoluzione dall’accusa di peculato per un presunto utilizzo improprio delle carte di credito della RAI.
Massimo Mucchetti,
ex vicedirettore de l’Espresso e Corriere della Sera, è il capolista del PD per il Senato in Lombardia. “Un grosso errore”, secondo quanto scritto da Ferruccio de Bortoli, direttore del quotidiano di via Solferino. Fa parte del club anche Roberto Natale, che prima di candidarsi al Senato per Sinistra Ecologia Libertà in Umbria (naturalmente in qualità di capolista) ha ricoperto la presidenza della Federazione Nazionale Stampa Italiana.
Naturalmente, questi sono soltanto alcuni nomi. Se ne potrebbero fare altri: da Ida Dominijanni (editorialista de Il Manifesto e capolista di Sel in Calabria per il Senato) a Rosaria Capacchione (cronista anti-mafia de Il Mattino e capolista del Pd in Campania per il Senato), per esempio. Interessante, poi, la candidatura di Sandro Ruotolo tra le fila di Rivoluzione Civile: dopo l’esperienza maturata presso Il Manifesto e venticinque anni trascorsi al fianco del già citato Santoro, il candidato governatore delle regionali del Lazio ha deciso di ‘sporcarsi le mani’ e di impegnarsi concretamente per il sovvertimento dei costumi a lungo denunciati.

Addio giornalismo: ci si reinventa politici

Alla base deve esserci una spiegazione. Un motivo –magari comune- che ha spinto cotanti professionisti al gran rifiuto dell’attività precedentemente svolta. La rinnovata fiducia riposta nella società civile? Il sacro fuoco della passione alimentato dal vento della Terza Repubblica in nuce? Il tentativo di operare concretamente per risollevare le sorti del bistrattato Bel Paese?
In altri ambiti del giornalismo il passaggio
dalla cronaca all’azione non è così immediato e naturale. Un giornalista sportivo, seppur bravo, non diventa automaticamente un allenatore o un direttore sportivo. Un critico musicale non si trasforma in un discografico, né in un cantante. Un critico televisivo non ambisce alla direzione di una rete o alla conduzione di una trasmissione. Dunque, l’empatia con l’oggetto del proprio lavoro non può essere una ragione plausibile. Dev’esserci di più, qualcosa di più profondo e nobile rispetto alla sensazione comune che l’unica spiegazione sia legata a mere questioni di convenienza o al desiderio di vedere le cose dall’interno, salvo tornare alla precedente occupazione dopo un giro in giostra.
Tuttavia, secondo un vecchio detto a pensar male si fa peccato, ma quasi sempre ci si azzecca. E in molti pensano che molti di quei professionisti seri e stimati abbiano deciso di reinventarsi politici a causa della crisi del settore, che porta con sè la chiusura o il ridimensionamento degli organi di informazione tradizionale. Già colpiti dalla diffusione dei new media, il giornalismo non sarebbe più legato alle grandi penne, alle firme autorevoli e in grado di spostare il consenso delle masse.
Questa funzione è oggi svolta dagli opinion leader, e ai cavalieri di una volta non resterebbe che prenderne atto e rinunciare a combattere un duello perso in partenza.

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Scritto da

La Vera Cronaca

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