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Decreto Salva Roma: storia di un provvedimento

Un comune che rischia di andare a gambe all’aria ed un sindaco che minaccia di bloccare la città se non addirittura di dimettersi; storie trite e ritrite in questa povera Italia ormai allo sbando e che non dovrebbero nemmeno fare notizie essendo all’ordine del giorno. Sennonché il comune in questione è quello di Roma, la Capitale di Italia. Che rischia di crollare per via dei conti.
Una storia al limite del paradossale e che vede lo scontro tra il governo e l’amministrazione capitolina; oggetto del contendere è il famigerato decreto Salva Roma. Che nelle scorse ore è stato ritirato dal governo facendo piombare nel panico il sindaco di Roma Marino e tutta l’amministrazione capitolina che ha paventato un rischio default per il Campidoglio.
Ma cos’è il decreto Salva Roma e perché è così importante al punto che, a seguito della rinuncia da parte del governo a tale decreto, il comune di Roma ha prospettato soluzioni drastiche? Come è facile intuire, si parla di soldi, nemmeno pochi. Che dovrebbero garantire il funzionamento della macchina amministrativa capitolina cui mancano 485 milioni di euro che, proprio grazie al decreto, sarebbero stati scaricati sulla gestione commissariale.

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Storia del Decreto Salva Roma

Il primo decreto Salva Roma è datato 28 ottobre del 2013, a vararlo l’allora governo Letta: il nome del provvedimento è abbastanza esplicativo. La finalità è quella di affrontare i gravi problemi di bilancio di Roma Capitale i cui debiti ammontano ad 864 milioni di euro (1). Sennonchè, come consuetudine italiana, il decreto subì l’ormai noto assalto alla diligenza, nel senso che venne sovraccaricato con una serie di altri provvedimenti con la scusa dell’urgenza del Salva Roma.
Si perché i meccanismi della politica italiana sono anche questi; viene approvato un provvedimento importante, come per l’appunto il Salva Roma, magari sotto forma di decreto, la cui approvazione mette (più o meno) tutti d’accordo. E allora ecco che all’interno di questo provvedimento viene inserito un po’ di tutto; anche cose che con il decreto di partenza non hanno assolutamente nulla a che fare.

Il primo Salva Roma nel 2013

E se qualcuno in fase di voto si oppone perché mal digerisce alcuni dei provvedimenti aggiunti ex post, viene additato dalla pubblica opinione come colui che ha bocciato il decreto originale. Un meccanismo semplice e ‘furbetto’, diciamo così; che di recente è stato anche reso noto ai cittadini da Beppe Grillo e da alcuni esponenti del Movimento Cinque Stelle.
Tornando al decreto Salva Roma ad esempio, quando la prima bozza passò per il senato a fine 2013 vennero inseriti emendamenti tra i più vari e coloriti: dai treni della Valle d’Aosta ai fondi per il paese di Padre Pio, Pietrelcina, passando per fondi destinati al trasporto pubblico calabrese, restauro del palazzo municipale di Sciacca, minisanatoria per i chioschi sulle spiagge, norme per il Teatro San Carlo di Napoli e la Fenice di Venezia e molte altre voci inserite ‘di straforo’ nel decreto Salva Roma (2).

Bocciatura e Salva Roma bis

Una pioggia di emendamenti; tanti, forse troppi. Al punto che, come tutti ricordiamo, lo stesso presidente della Repubblica Napolitano intervenne in prima persona con una lettera alla Camera nella quale ricordava agli onorevoli quella che è la natura di un decreto (provvedimento adottato in casi straordinari di necessità e urgenza) invitandoli ad attenersi strettamente all’oggetto originario del provvedimento stesso.
Nei giorni immediatamente successivi al natale, il governo decide di lasciar morire il decreto. Ma le casse del comune di Roma sono esangui e si rischia il tracollo; così  ecco che, pochi giorni dopo la decadenza del primo decreto, il governo Letta presenta un Salva Roma bis. Che ha più o meno lo stesso iter del primo.
Anche il secondo Salva Roma viene ‘annacquato’ con norme relative ad altri argomenti; dall’alluvione di Olbia all’Expo di Milano passando per la proroga dei pagamenti agevolati delle cartelle esattoriali di Equitalia e via via altre norme più o meno attinenti inserite nel decreto. Ma il Salva Roma bis deve affrontare anche altre problematiche che ne mettono in seria discussione la sopravvivenza; prima tra tutte, la tempistica.
Il testo arriva infatti alla Camera a pochi giorni dalla scadenza, prevista per il 28 febbraio: l’ostruzionismo di alcuni schieramenti politici, su tutti Movimento Cinque Stelle e Lega Nord che hanno presentato una lunga serie di emendamenti tale da prospettare un dibattito lungo che vada ben oltre la scadenza naturale del provvedimento, blocca la discussione in aula portando il neo premier Matteo Renzi a rifiutarsi di porre la questione di fiducia sul decreto.

La questione di fiducia

Ricordiamo che porre la questione di fiducia su un provvedimento significa, da parte del governo, classificare tale provvedimento come fondamentale per proseguire la propria azione politica ed anzi far dipendere dall’approvazione dello stesso la propria durata in carica. Porre la questione di fiducia sul Salva Roma sarebbe quindi stato, da parte di Renzi, una sorta di garanzia per l’approvazione del provvedimento.
Così non è stato e adesso il decreto Salva Roma, in scadenza come detto il 28 febbraio, rischia di non essere convertito in legge per tempo andando a far decadere le norme che hanno consentito al Comune di Roma di chiudere il bilancio 2013. E generando una potenziale catastrofe per Roma Capitale la cui situazione economica rischierebbe di naufragare del tutto.


 

  1. http://www.corriere.it/politica/13_dicembre_23/salva-roma-decreto-salva-tutti-b238de90-6b96-11e3-82ae-77df18859bd6.shtml
  2. http://www.corriere.it/politica/13_dicembre_23/salva-roma-decreto-salva-tutti-b238de90-6b96-11e3-82ae-77df18859bd6.shtml
Pubblicato in Politica

Scritto da

Pierfrancesco Palattella

Giornalista indipendente, web writer, fondatore e direttore del giornale online La Vera Cronaca e del progetto Professione Scrittura

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