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Anni di Piombo

Brigate Rosse, NAR, Prima Linea: storia degli Anni di Piombo

Il termine Anni di Piombo evoca un periodo della storia repubblicana italiana, compreso tra la fine degli anni sessanta e l’inizio degli anni ottanta, caratterizzato da un’estrema polarizzazione politica che sfociò in forme sistematiche di violenza armata, terrorismo di piazza e stragismo, affollando le pagine della cronaca nera italiana.

Il nome trae origine sia dal film di Margarethe von Trotta del 1981, sia, metaforicamente, dalla massiccia quantità di proiettili esplosi durante gli scontri tra fazioni opposte e tra queste e le forze dell’ordine.

In questo clima di tensione permanente, diverse formazioni eversive, di matrice sia di estrema destra che di estrema sinistra, cercarono di sovvertire l’ordine democratico attraverso la lotta armata, lasciando dietro di sé una scia di sangue che ha segnato indelebilmente la memoria collettiva del Paese.

Radici del conflitto e strategia della tensione

La genesi di questo periodo risiede nelle profonde trasformazioni sociali iniziate con il movimento del 1968 e l’Autunno Caldo del 1969.

Inizialmente, le rivendicazioni erano legate ai diritti dei lavoratori e degli studenti, ma il clima degenerò rapidamente a causa della cosiddetta “strategia della tensione“, un concetto che indica un disegno eversivo, spesso attribuito a settori deviati dello Stato e a gruppi neofascisti, volto a destabilizzare l’ordine pubblico tramite attentati stragisti per favorire una svolta autoritaria.

L’evento che simbolicamente inaugura questa stagione è la strage di Piazza Fontana a Milano, avvenuta il 12 dicembre 1969, che causò diciassette morti e ottantotto feriti. Da quel momento, la percezione del pericolo imminente per la democrazia spinse diversi gruppi verso la clandestinità e l’uso delle armi, convinti che la via parlamentare fosse ormai preclusa o insufficiente.

Le Brigate Rosse e l’attacco al cuore dello Stato

Tra le formazioni di estrema sinistra, le Brigate Rosse rappresentarono l’organizzazione più strutturata, longeva e pericolosa. Fondate all’inizio degli anni settanta da figure come Renato Curcio, Margherita Cagol e Alberto Franceschini, le BR scelsero la via della lotta armata clandestina per innescare una rivoluzione proletaria.

La loro strategia si evolse dalla cosiddetta “propaganda armata“, fatta di incendi e sequestri dimostrativi nelle fabbriche, verso il “colpiscine uno per educarne cento“, fino all’attacco diretto alle istituzioni. L’organizzazione era divisa in “colonne” territoriali e gestita da una Direzione Strategica che garantiva una disciplina quasi militare. Il momento culminante della loro azione fu il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro nel 1978, leader della Democrazia Cristiana e architetto del “compromesso storico” con il Partito Comunista Italiano. Questo evento non solo rappresentò il punto più alto della minaccia terroristica, ma segnò anche l’inizio della parabola discendente del gruppo, a causa della reazione dello Stato e del progressivo isolamento sociale dei brigatisti.

Prima Linea e il terrorismo diffuso

Mentre le Brigate Rosse seguivano un modello leninista e centralizzato, altre formazioni come Prima Linea proponevano un modello di lotta armata più vicino ai movimenti di base e meno gerarchico.

Nata a metà degli anni settanta, Prima Linea fu la seconda organizzazione armata di sinistra per rilevanza e numero di aderenti. La loro visione era legata all’idea di un’insurrezione diffusa che non doveva necessariamente passare per la distruzione delle istituzioni centrali, ma per il controllo e la punizione di figure considerate nemiche a livello locale: dirigenti di fabbrica, magistrati di prima linea e forze di polizia.

L’organizzazione contribuì a rendere il clima degli anni di piombo ancora più asfissiante, poiché il pericolo non era più localizzato solo nei centri di potere, ma capillarmente diffuso nel tessuto quotidiano delle città industriali italiane.

Il terrorismo nero e la violenza neofascista dei NAR

Parallelamente alla minaccia di sinistra, l’Italia dovette affrontare l’eversione di estrema destra, spesso indicata come “terrorismo nero“. A differenza delle BR, che miravano a obiettivi politici mirati, i gruppi neofascisti come Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale e, successivamente, i Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR), furono spesso associati alla pratica delle stragi indiscriminate.

I NAR, guidati da figure come Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, rappresentarono una nuova generazione di terroristi neri che scelse lo scontro frontale e spontaneista. Se inizialmente la loro attività si concentrò su omicidi politici e vendette interne, l’evento più tragico collegato a questa galassia fu l’attribuzione della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, che causò ottantacinque morti e oltre duecento feriti. Questo atto rappresentò l’apice della crudeltà stragista e segnò il punto di non ritorno nella consapevolezza civile della necessità di porre fine alla stagione della violenza.

La risposta dello Stato e la legislazione d’emergenza

Per contrastare il fenomeno terroristico, lo Stato italiano fu costretto a varare una serie di leggi speciali che ampliarono i poteri delle forze dell’ordine e della magistratura. Tra queste, la Legge Reale del 1975 e successivamente il Decreto Cossiga del 1979 introdussero misure restrittive sulla libertà personale e incentivi per la collaborazione con la giustizia.

Proprio il fenomeno del “pentitismo” si rivelò l’arma decisiva: grazie agli sconti di pena concessi a chi decideva di abbandonare la lotta armata e denunciare i propri compagni, le autorità riuscirono a smantellare le basi logistiche e i vertici delle organizzazioni clandestine. Un ruolo fondamentale in questa fase fu svolto dal Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che coordinò i nuclei speciali antiterrorismo portando a termine arresti chiave che indebolirono irreparabilmente la struttura delle Brigate Rosse.

Tramonto degli Anni di Piombo ed eredità storica

La fine degli Anni di Piombo non avvenne con una data precisa, ma fu il risultato di un logoramento interno alle organizzazioni armate e di un ritrovato senso di unità nazionale.

Con l’inizio degli anni ottanta, la società italiana manifestò una stanchezza profonda verso la violenza politica, espressa anche attraverso grandi manifestazioni popolari. La cattura degli ultimi leader latitanti e lo scioglimento delle principali sigle terroristiche chiusero di fatto una delle pagine più buie della Repubblica. Tuttavia, l’eredità di quegli anni continua a pesare sul dibattito pubblico italiano.

Molte verità giudiziarie sono rimaste incomplete, specialmente riguardo ai mandanti occulti delle stragi e ai legami internazionali della strategia della tensione, ma la memoria di quel periodo resta ancora oggi un monito fondamentale sulla fragilità delle istituzioni democratiche e sulla necessità di proteggere il dialogo civile da ogni forma di fanatismo ideologico.

Pierfrancesco Palattella

Giornalista, Web Writer, Seo copy, fondatore di La Vera Cronaca