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Cassonetti raccolta abiti usati: dove finiscono realmente gli indumenti

È un settore in forte espansione quello della raccolta di abiti usati: a metterlo in evidenza, i dati forniti nelle scorse ore da Conau, Consorzio Nazionale Abiti e Accessori Usati, nato nel 2008 come consorzio impegnato nella raccolta.
Secondo questi dati in Italia si sta assistendo da alcuni anni ad un boom della raccolta di abiti usati: si parla di 110.900 tonnellate di rifiuti tessili raccolti nel 2013, ben il 10% in più rispetto al precedente anno e quasi il doppio di quanto raccolto nel 2009.
In sostanza la deriva sembra essere cambiata in pochi anni: se prima il riciclo di abiti usati era un semplice gesto di beneficenza e magari ci si recava alla parrocchia vicino casa con il classico pacco pieno di vestiti vecchi da donare ai bisognosi, ora tutto il meccanismo è diventato più oliato.
Un vero e proprio business. Che, in quanto tale, non ha tardato ad attirare le attenzioni della malavita che ben sanno quanto questo settore possa essere terreno fertile per i loro affari vista anche la mancanza di regole chiare e trasparenti.

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Dove finiscono i vestiti che gettiamo nei cassonetti gialli?

Svariate migliaia di tonnellate di vestiti che ogni anno finiscono nei noti cassonetti gialli per la raccolta che si possono facilmente trovare nelle città italiane: eppure la parte di abiti che finisce a chi ne ha realmente bisogno è solo una piccola fetta.
Spesso e volentieri questi abiti, una volta raccolti, finiscono per essere riciclati: e si intende qui l’accezione negativa del termine ‘riciclo’, non certamente quella benefica. Vengono vendute a negozi di vintage, a bancarelle più o meno legali nei vari mercati, o ad associazioni di beneficenza più o meno ambigue e che, talvolta, hanno legami con la criminalità organizzata. Mafia capitale docet.
Una parte viene anche consegnata a chi ha effettivamente bisogno di supporto, certo. Ma è una parte minore. Con grande disappunto di chi, da Milano a Roma passando per Napoli, Firenze, Bologna, Bari e tutta Italia, si reca al cassonetto giallo per la raccolta di abiti usati vicino casa convinto di fare un’ opera buona.

La mano della malavita sul business abiti usati:

La raccolta di abiti usati è così diventata, nel tempo, un business (l’ennesimo) per malavita e criminalità organizzata. Come aveva certificato anche una Business abiti usati Romaindagine della DIA di Roma nel gennaio 2015 dalla quale era emersa la difficoltà, per le cooperative operanti in questo settore, di sottrarsi alla malavita.
Da quella indagine si era arrivati ad emettere 14 ordinanze di custodia cautelare certificando un giro di affari illecito di 600 milioni: l’accusa, traffico illegale di indumenti usati. Una sorta di retata che era, secondo gli esperti, solo la punta di un iceberg ben più profondo.
E dalla quale era emerso come una discreta parte degli abiti raccolti dai cassonetti gialli finisse per alimentare un traffico illegale dal quale camorristi e sodali traevano grandi profitti.

Come funziona la filiera:

Tutto ciò avviene per via di un meccanismo tortuoso che presenta falle al suo interno. Gli abiti raccolti dagli operatori cui i comuni italiani hanno demandato il servizio, nella maggior parte dei casi, vengono poi venduti per pochi centesimi a imprese specializzate che avrebbero il compito di selezionarli, igienizzarli e poi rimetterli in circolazione.
In questo passaggio si annidano gli illeciti della malavita basati su non igienizzazione di abiti, documentazioni false, smaltimenti abusivi. In sostanza la criminalità organizzata riesce ad accedere agli abiti grazie a contatti con le cooperative dedite alla raccolta.
Gli abiti vengono acquistati a pochi centesimi alle onlus e poi rivenduti a diversi euro lasciando alle onlus stesse una parte minore. Questi abiti vengono venduti spesso dalla malavita senza i dovuti trattamenti di igienizzazione previsti dalla legge.
Un giro d’affari vero e proprio in grado di produrre diversi utili alla base del quale vi è una mancanza di trasparenza e di regole certe.

Abiti rubati dai Rom e finta raccolta:

Ci sono anche altri aspetti di illegalità relativi alla raccolta di abiti usati: uno riguarda il furto che avviene direttamente dai secchioni. Sarà capitato a molti Cassonetti abusivi abiti usatidi noi di vedere persone, spesso nomadi, che aprono i cassonetti gialli di raccolta abiti per tirar fuori i pezzi migliori. Abiti che vengono poi o usati direttamente da chi se ne è appropriato in modo illecito; o venduti nei mercatini.
Così come può capitare, soprattutto a chi vive nelle grandi città, di trovare sul proprio portone o citofono un avviso relativo alla raccolta di abiti usati con indicata una data e un orario preciso.
Per molti questi avvisi sono una manna dal cielo perchè vedono l’opportunità di liberare casa da indumenti vecchi: ma talvolta questi avvisi non sono firmati, o riportano indicazioni approssimative così da rendere difficile risalire al gestore del servizio. In questi casi si consiglia di rivolgersi all’autorità per denunciare l’accaduto.

I cassonetti abusivi:

L’ultimo aspetto preoccupante in materia di raccolta abiti usati e illegalità è quello relativo ai cassonetti abusivi: secondo il Consorzio Nazionale Abiti e Accessori Usati, Consorzio Nazionale Abiti e Accessori Usati, sarebbero circa 4.000 per un totale di 25mila tonnellate di rifiuti tessili che ogni anno vengono sottratti alla legalità.
Questo tipo di cassonetti contribuisce, insieme alla raccolta porta a porta, a sottrarre il 25% circa di abiti usati al circuito ufficiale di raccolta. Si tratta di circuiti paralleli rispetto a quelli consentiti dalla legge: cassonetti e contenitori piazzati in modo illegale in aree più o meno visibili.

Come sanare il meccanismo?

Alla base di tutto vi è sempre la poca chiarezza normativa: un’ opacità che potrebbe essere superata, secondo il Conau, con al definizione del decreto previsto dal Testo Unico Ambientale per dare una norma univoca e precisa a livello nazionale in materia di attività di recupero e riutilizzo di abiti usati.
L’ obiettivo è quello di stabilire in modo esatto i requisiti degli operatori della filiera e delle associazioni accreditate per la gestione degli indumenti usati così da evitare infiltrazioni della malavita e della criminalità organizzata. Facile a dirsi, un po’ meno a farsi.

Pubblicato in Inchieste

Scritto da

Pierfrancesco Palattella

Giornalista indipendente, web writer, fondatore e direttore del giornale online La Vera Cronaca e del progetto Professione Scrittura

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