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Trattativa Stato – mafia, la storia: come tutto ebbe inizio

Con l’espressione Cosa Nostra o mafia, si identifica un’associazione di stampo terroristico/mafioso presente in Sicilia agli inizi del XIX secolo e trasformatosi poi negli anni in una vera e propria organizzazione internazionale.
La sottile capacità della mafia è sempre stata quella di riuscire ad intessere legami stretti con le varie istituzioni, politica, magistratura e servizi segreti, tanto con le buone quanto con le cattive maniere. Chi resiste a questo schema o tenta di combatterlo viene eliminato senza pietà; esempi esplicativi al riguardo sono il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino per citarne solo alcuni.
Ciò che unisce la mafia e lo Stato è da sempre la massoneria; un sistema di legami che nel corso degli anni non si è mai interrotto ma che anzi è andato addirittura a fortificarsi. Da qualche tempo è venuta fuori, nelle indagini sulle stragi mafiose del 1992, una presunta trattativa avviata da Cosa Nostra tra la mafia e lo Stato, in particolare dopo la strage di Capaci per indurre le istituzioni ad accettare le richieste mafiose; ma procediamo con calma, cosa successe in quegli anni a Palermo?

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Contesto storico della trattativa Stato – mafia

E’ essenziale conoscere innanzitutto il contesto storico dell’ epoca, i cambiamenti e gli scandali che travolsero interi partiti politici, alcuni costretti a sciogliersi o smembrarsi come il Partito Socialista e la Democrazia Cristiana, con le inchieste di “mani pulite” chiamata anche Tangentopoli, il sistema dei favori in cambio di soldi, che lasciarono la politica priva di personalità di spicco e referenti validi.
È importante anche sapere che per oltre cinquant’anni si è avuta in Italia una “collaborazione nascosta” tra mafia e politica soprattutto nel meridione, e che questa portò al rafforzamento della mafia e alla sua espansione economica nell’Italia settentrionale e nel resto del mondo, con traffici di droga e altro ancora. Molti politici  intrattenevano rapporti di “scambio” con la mafia, facendosi eleggere e aiutando la stessa nei suoi loschi affari; questo fino agli anni ottanta, quando finalmente lo stato si decise a reprimere il fenomeno mafioso con i suoi mezzi. Nacque, allora, il pool antimafia, precisamente nel 1983, dopo la morte per mano di Cosa Nostra di Rocco Chinnici capo dell’ufficio istruzione di Palermo.

Quelli che combatterono la mafia: la stagione delle stragi

Il magistrato Antonio Caponnetto chiamò quindi a sé Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giovanni Di Lello e Leonardo Guarnotta nella lotta alla mafia. Il lavoro di questo pool di magistrati portò al primo maxiprocesso contro Cosa Nostra e, per la prima volta, agli atti finirono le dichiarazioni di pentiti come Tommaso Buscetta, noto come il Boss dei due mondi ed esponente di spicco di Cosa Nostra.
Ovviamente la mafia, braccata da questi magistrati ed impaurita dal maxiprocesso, decise di rispondere come meglio poteva e con quelle che hanno rappresentato la storia più tragica e violenta della nostra Italia,vale a dire le stragi mafiose del 1992. L’obiettivo di Totò Riina, riconosciuto come autore di queste stragi, era di screditare il concetto di Stato e indebolire la società civile che stava rispondendo alla lotta contro la criminalità organizzata.

Gli attentati a Falcone e Borsellino

La serie di stragi si aprì il 23 maggio 1992 con la morte del magistrato Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta sull’autostrada A29 nei pressi dello svincolo di Capaci a pochi km da Palermo. Gli attentatori avevano riempito di tritolo (una dose consistente, ben 500 kg) una galleria scavata sotto l’autostrada, nel tratto che collega l’aeroporto di Punta Raisi oggi Falcone Borsellino al capoluogo siciliano.
Dopo soli 2 mesi la stessa sorte toccò a Paolo Borsellino, amico e collega di Falcone, ed alla sua scorta; era  il 19 luglio e l’esplosione avvenne in via Mariano D’Amelio per mezzo di una fiat 126 contenente 100 kg di tritolo. Perché questa strage avvenne soli 57 giorni dopo da quella di Capaci è presto detto: i corleonesi sapevano che tutto ciò avrebbe provocato  una reazione forte da parte del paese e dello Stato. E la reazione ci fu, da Palermo alla Sicilia fino a tutta l’Italia.
Le prime reazioni furono di inviare i soldati a presidiare gli obiettivi sensibili e, soprattutto, di convertire rapidamente in legge il famigerato 41 bis che in casi di eccezionale gravità, come la lotta alla mafia, “sospende le normali regole di trattamento per i detenuti”; si andò quindi a stabilire il “carcere duro” per i mafiosi.

Gli incontri sospetti tra Stato e mafiosi

Ma non è tutto; in quel periodo infatti, succede qualcosa di strano. Tra gli inizi di giugno e la fine di agosto del ’92 ci furono diversi incontri tra uomini dello Stato, alti ufficiali del Ros, il Reparto Operativo Speciale dei carabinieri, e uomini vicini alla mafia, come don Vito Ciancimino; i carabinieri dicono di voler tendere una trappola per arrivare alla cattura di latitanti, Totò Riina, invece, vuole “negoziare”. E per portare avanti quella che ritiene una trattativa Riina ha il suo metodo. Il metodo corleonese di trattare gli affari.
Tutto ciò trova riscontro nel “papello”, dodici punti in cui furono riportati i termini della trattativa e le richieste dei boss mafiosi su un foglio A4, che Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco Vito, ha consegnato ai Pm di Palermo. Mostrare ai giudici l’esistenza di questo documento rappresenta per i Pm una prova tangibile che la trattativa Stato-Mafia non solo è esistita, ma è anche iniziata nel periodo fra l’attentato di Capaci e la strage di via D’Amelio.

La trattativa tra istituzioni e Mafia ci fu

È comprovato quindi, che la “trattativa” ci fu e coinvolse il Ros, nella persona dell’ex colonnello Mario Mori, ma non solo; sono numerosi i politici che sembrano coinvolti, con ruoli diversi, nel dialogo stretto con i boss mafiosi per collaborare; da Calogero Mannino, passando per Nicola Mancino fino ad arrivare al senatore a vita Giulio Andreotti.
Secondo quanto scritto dai Pm di Palermo, sarebbe stato l’ex ministro Calogero Mannino ad avviare le trattative con Cosa Nostra e in seguito il tutto sarebbe passato nelle mani dei carabinieri e quindi il referente dei boss presso le istituzioni sarebbe diventato Marcello Dell’Utri. Insieme a quest’ultimo ci sarebbe anche Nicola Mancino, ex presidente del Senato, vicepresidente del Csm, ed ex ministro degli interni nel 1992-1993. Proprio per questo incarico è finito nelle indagini di Palermo, coordinate da Antonio Ingroia, a causa delle intercettazioni telefoniche che hanno toccato anche Napolitano.

Accuse e rinvii a giudizio:

Mancino è accusato di falsa testimonianza riguardo quello che sarebbe stato un tentativo di accordo o resa tra i vertici dello Sato e la cupola di Cosa Nostra. La prova della trattativa sarebbe, nella sospensione del 41bis per 140 detenuti mafiosi decisa dall’allora ministro di Grazia e di Giustizia Conso. Conso ad oggi non figura tra gli indagati al contrario di Mancino, sul quale i magistrati hanno sospetti a causa di alcune testimonianze contraddittorie e numerosi “non ricordo” riguardanti il suo periodo al Viminale.
Il pool coordinato dal procuratore aggiunto ha firmato la richiesta di processo per i dodici imputati dell’inchiesta sulla trattativa stato-mafia; tra questi figurano capimafia, ma anche gli ex ufficiali del Ros Mario Mori e Antonio Subranni, i senatori Marcello Dell’Utri e Calogero Mannino, accusati di attentato a un corpo politico e l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, accusato di falsa testimonianza.
Giovedì 10 gennaio 2013 c’è stata la requisitoria dell’udienza preliminare del processo sulla trattativa con il rinvio a giudizio per tutti i dodici imputati. I reati contestati risalgono alle stragi avvenute tra il 1992 e 1993 che hanno visto la morte dei giudici antimafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, con l’accusa di violenza, attentato e minaccia a corpo politico, amministrativo e giudiziario dello stato, con l’aggravante dall’agevolazione di Cosa nostra, il tutto per mezzo di mafiosi e tramite Dell’Utri, per evitare nuovi attentati, in cambio di un alleggerimento.

Le accuse ai boss della mafia:

Questa, la richiesta che il sostituto procuratore Antonino Di Matteo ha avanzato al giudice Piergiorgio Morosini, che dall’ottobre scorso presiede l’udienza preliminare del patto siglato tra pezzi delle istituzioni e la mafia. Con Leoluca Bagarella, sono imputati per violenza e minaccia a corpo politico dello Stato anche i boss Totò Riina e Antonino Cinà, considerato il “postino” del papello, il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca, l’ex ministro democristiano Calogero Mannino, secondo il Pm colui che ha aperto i contatti con Cosa Nostra, il senatore del Pdl Dell’Utri e l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, accusato soltanto di falsa testimonianza dopo la sua deposizione al processo Mori-Obinu del febbraio scorso.
Sia Mannino che Mancino hanno chiesto di essere giudicati con il rito abbreviato. Carcere anche per tre ufficiali dei carabinieri, il colonello Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno. Toccherà ora al Gup decidere se accogliere le richieste dell’accusa. Sulla stessa vicenda è stata pubblicata anche la relazione conclusiva della commissione antimafia presieduta da Beppe Pisanu.


FONTI:
– Micromega
– Antimafia 2000
– Messaggi dalla mafia, Carlo Lucarelli
– Il Fatto Quotidiano

Pubblicato in Focus

Scritto da

Diletta Della Rocca

Calabrese, testarda e con la passione per il giornalismo.

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