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Legalizzare la prostituzione: storia di un dibattito infinito

Quello della prostituzione è un fenomeno complesso, variegato, visibile  a tutti e la caratteristica che gli è più saliente è il fatto di essere ubiquo e senza tempo. Anzi, la crisi economica ha aumentato il numero di donne che “si offrono” per riuscire ad andare avanti. Il caso della Grecia ne è un esempio lampante[1].
Vero è che la prostituzione è uno specchio fedele della società e ne segue i cambiamenti mutando forme e aspetti. Dunque per quanto la domanda sia in costante aumento l’offerta ha abbassato le tariffe a causa della nuova concorrenza che ne ha ampliato il settore.
Quella italiana è una situazione disastrosa dove le strade ormai pullulano di passeggiatrici: In Italia se ne contano circa 70.000 mila, per lo più straniere, e a questo dato si aggiunge il numero delle escort che esercitano autonomamente la professione a un livello più alto e con introiti proficui e i numerosi centri benessere dove i massaggi sono l’ultima delle prestazioni a essere fornite. C’è inoltre il mercato del web che vede il coinvolgimento di studentesse e casalinghe che per far fronte alla crisi si offrono a pratiche voyeuristiche di sesso virtuale in internet.

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Legge Merlin e case chiuse:

E se la prostituzione in Italia non è di per sé un reato lo è il suo sfruttamento, il favoreggiamento e il mondo criminale che vi gravita attorno e si alimenta della vita di queste donne. È del 20 febbraio 1958 l’approvazione della legge Merlin sulla chiusura delle case di tolleranza. Una norma che ha dovuto subire un travaglio di dieci anni prima di vedere la luce. La sua proposta risale all’agosto del 1948.
La battaglia per la chiusura delle case di tolleranza ha peraltro avuto un tiepido appoggio da parte dello Stato Pontificio, il quale assunse un atteggiamento di difesa della situazione esistente anche perché ospitava numerose case di tolleranza all’interno dei propri confini, con un’eccezionale concentrazione nella stessa Roma vaticana[2] e ciò ne può forse spiegare la lentezza dell’approvazione.
La proposta della senatrice socialista Angelina Merlin condusse i tenutari delle case a costituirsi in associazione. Nel 1949 nacque così l’Aneca, l’Associazione nazionale esercenti case autorizzate, il cui scopo era impedire l’approvazione della legge. Promossero anzi una campagna pubblicitaria per ribadire la “funzione sociale” di tali strutture. Addirittura il senatore socialista Gustavo Ghidini parlò di incostituzionalità della proposta di legge in quanto contraria all’art.32 della Carta fondamentale dello Stato, atto a “tutelare la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività…”.

La prostituzione negli altri paesi d’Europa:

Negli anni di discussione la situazione mondiale in merito alla prostituzione mutò profondamente e l’Italia rimase l’unico paese in Europa ad avere una regolamentazione statale. Successivamente tuttavia ci sarà un’inversione di tendenza e se altri stati europei, come la Germania, i Paesi Bassi, la Grecia adotteranno un modello regolamentarista, atto cioè a legalizzare il fenomeno, l’Italia, come la Francia e il Regno Unito, seguirà il modello abolizionista dove appunto la prostituzione di per sé non è reato ma si cerca di scoraggiarla.
Ad aiutare  la progressiva chiusura delle case ci fu comunque la disposizione di Mario Scelba, allora Ministro dell’Interno, che nel giugno 1948 diede ordine a tutte le questura di non rilasciare nuove autorizzazioni. In dieci anni il numero delle case di tolleranza diminuì sensibilmente. L’autorizzazione infatti non si tramandava per eredità, ci si avvicinava dunque a una spontanea estinzione di tali strutture.

Oppositori della legge Merlin:

Dieci anni più tardi dunque l’approvazione della legge 75, nota appunto come legge Merlin. La senatrice in una conferenza stampa per esporre “i fini ed i limiti della legge proposta nell’ormai lontano 1948 ed illustrare quel che si sta facendo per consentire alle donne traviate di trovare una decorosa sistemazione” disse:
“La mia legge non pretende di abolire la prostituzione e il vizio, antichi quanto il mondo: vuole solo abolire la regolamentazione statale della prostituzione che è immorale e indegna di un Paese civile. Non è ammissibile che le donne traviate vengano tesserate e schedate come le bestie: questo è contrario alla Costituzione e contrario alle norme che regolano l’ingresso di una nazione all’Onu[3]. (…) In ogni città d’Italia sono state istituite case di rieducazione e case di patronato sotto gli auspici del Comitato italiano per la difesa della donna (Cida). Le ex-prostitute vi troveranno un asilo confortevole e moderno, un ambiente sereno dove nessuno le costringerà a far penitenza. Se vorranno, potranno imparare un mestiere e in ogni modo avranno agio di riflettere con tranquillità sul loro futuro. Sia ben chiaro: nessuno le costringerà ad entrare in queste case di recupero, ed una volta entrate saranno liberissime di andarsene”.
Prima di lasciare la sala della conferenza, l’onorevole Merlin dovette sostenere un vivacissimo contraddittorio: tra il pubblico erano infatti presenti alcuni fieri oppositori della legge sull’abolizione delle case che hanno voluto inopportunamente manifestare a gran voce il loro dissenso[4].

Legalizzare la prostituzione: i tentativi italiani

Un dibattito che più di 50 anni dopo è ancora attuale visto che si continua a parlare di legalizzare la prostituzione. Da una parte la volontà di rendere la prostituzione quasi totalmente illegale. È del 2008 il disegno di legge – mai entrato in vigore – intitolato “misure contro la prostituzione” a firma dell’allora ministro alle Pari Opportunità Mara Carfagna il cui obiettivo era l’introduzione di nuove pene (ammenda e arresto) verso chi si prostituisce in strada o in luoghi pubblici. Dunque a essere colpiti sono i fruitori e le prostitute stesse. Nessuna restrizione però prevista a chi esercita la professione in ambienti privati.
Dall’altra parte, a questo proposito, il desiderio di riaprire le porte delle case di tolleranza (che la legge Merlin svuotò sulle strade) e legalizzare la prostituzione, adeguandosi agli altri paesi europei a quanto pare più all’avanguardia in fatto di sesso a pagamento. Le argomentazioni a supporto parlano di controlli sanitari, vantaggi economici per lo Stato che vedrebbero le sex workers pagare le tasse come i comuni lavoratori, la scomparsa del degrado urbano e dei protettori.

Vendere il proprio corpo è reato?

Tutte cose che purtroppo c’erano anche prima della legge Merlin. L’iscrizione ad un albo “speciale”, l’ingresso nella “casa” dietro la spinta di qualcuno che spieghi la convenienza e i vantaggi, procacciatori di professioni che gestivano gli spostamenti della donna.
“Dal momento in cui la donna è entrata nella casa, il magnaccia diventa il suo amministratore: qualcosa di mezzo fra il piazzista e l’agente teatrale. Trova alla donna i vari contratti (…) Molto spesso i padroni (delle case) non trattano che con lui, versano a lui il denaro che la donna ha guadagnato”[5].
Vero è che la prostituzione esiste da sempre e a generare l’offerta è la costante e continua domanda. Dunque un fenomeno antico quanto l’uomo destinato a non trovare un’adeguata risposta giuridica.
È vero che il corpo è il mio e decido io, ma è anche vero che se lo Stato mi permette di metterlo in vendita il prossimo passo potrebbe essere di consentirmi di vendere anche quello che sta al suo interno. E il traffico d’organi non è lontano dalla realtà. Una cosa è certa, lo Stato ha il dovere di tutelare il rispetto della vita.


[1] http://www.linkiesta.it/grecia-prostituzione-crisi

[2] http://www.telesanterno.com/29-gennaio-inizia-la-fine-delle-case-chiuse-0129.html

[3] Nella sua convenzione, l’Onu è contraria alle case chiuse e alla regolamentazione statale della prostituzione

[4] http://cinquantamila.corriere.it/storyTellerThread.php?threadId=leggemerlin

[5] Antonio Gambino, La peccatrice di Stato, 20 ottobre 1957, in  L’Espresso 50 anni, Volume I 1955-1964, P.123

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Scritto da

Giornalista, speaker radiofonica.... appassionatamente curiosa.

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