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La sottile differenza tra comunicazione e informazione

(di Giulio D’Orazio) – Quando quel diavolaccio sotto forma di serpente convinse Eva a mangiare il frutto del peccato verosimilmente usò tutta l’arte della comunicazione nell’illustrare i pregi del frutto: diverrai più bella, più intelligente… Ben diverso fu invece il “Fiat” di Domeneddio che con una semplice indicazione generò il Creato e tutte le altre cose.
La differenza tra comunicazione e informazione è tutta qui: la comunicazione è un abbellimento destinato a convincere: il consumatore (il prodotto è superiore agli altri in commercio, più a buon mercato, più innovativo), l’elettore (il candidato risponde ai requisiti espressi dal cittadino). L’informazione è l’ammonimento dato al figlio discolo, allo studente, all’autista (se non la smetti di giocare con la playstation te la levo, se non studi sarai bocciato, se attraversi con il semaforo rosso ti multo).
La comunicazione coinvolge tutti i sensi: le immagini di belle donne e i luoghi da favola che ti consigliano il prodotto adatto; l’emblema del partito e la faccia del leader che ti ricordano la loro presenza; il taglio di capelli o la protesi di silicone per aumentare il fascino. L’offerta di una sigaretta, di una cena, di uno sballo in discoteca completano il quadro, peraltro non esaustivo, della comunicazione. A tale proposito ricordo gli indumenti adatti per le circostanze.

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La comunicazione, un messaggio accattivante

La comunicazione è la pillolina magica che indora le notizie cattive. E’ un messaggio accattivante che nasconde un retro pensiero: l’interesse dell’emittente. Storici sono i proclami di Napoleone Bonaparte quando invase l’Italia (1859): Al popolo italiano: “Popoli d’Italia! L’esercito Francese viene a rompere le vostre catene: il popolo francese è l’amico di tutti i popoli. Noi non ce l’abbiamo che con i tiranni che vi inschiaviscono”. Ai soldati francesi: “Siete affamati e seminudi … Io vi porterò nella pianura più fertile del mondo. Troverete grandi città, ricche province, onori, gloria, donne, vino e fortuna”.
Se sinora le cose sono andate così con l’avvento del digitale la situazione è peggiorata e vi hanno contribuito due fattori: l’uso di massa degli strumenti del comunicare e la rapidità tecnologica.
Per secoli l’arte della comunicazione è stata un privilegio riservato a specifiche classi sociali: i sacerdoti, gli intellettuali, i regnanti e gli scienziati. Nel Medioevo vi era la comunicazione colta in latino, con cui si scrivevano testi e atti notarili, e quella popolare; i colti predicatori per arrivare allo scopo si adattarono al linguaggio popolare scolpendolo nella mente del popolo uditore con le immagini dei santi, dei diavoli e delle altre storie mediante i dipinti, le vetrate e le sculture presenti nelle chiese, qualcosa di analogo con quanto avviene oggi con la tv.

Mutamenti della comunicazione nei secoli

Sino allo scorso secolo vi sono stati personaggi che della parola ne facevano un culto suscitando fantasie e desideri: “Un bello ed orribile mostro si sferra, corre ….” (Giosuè Carducci, premio Nobel docente di eloquenza all’università di Bologna). “La donzelletta vien dalla campagna …” (Giacomo Leopardi). Messaggi che attraverso la fantasia e i sentimenti sprigionavano nelle ragazze il sogno del principe azzurro. Poi l’eloquenza fu fatta propria dai politici e dai dittatori e si trasformò in “comunicazione interessata“, oggi siamo nella “nuova comunicazione” o fregatura.
Viviamo in un periodo ove tutto è scarso: il denaro, il lavoro, le opportunità ed anche l’espressione verbale e scritta. I messaggini digitali non sono né comunicazione né informazione ma messaggini in attesa di risposta.

La nuova comunicazione sui Social

Una enorme massa di utenti si è riversata sulla rete telematica coniando un nuovo linguaggio, fatto di ke (che), x (per), cmq (comunque), scapoccia (sbircia), #, pfff, stelle, cuoricini e via dicendo, accompagnato da frasi non finite o da criptografare. Da una parte siamo tornati alla dotta comunicazione (che vuole raggiungere uno scopo: politico o commerciale) dall’altra al linguaggio popolare.
La comunicazione di moda è quella destinata a suscitare simpatie e adesioni. Il trend è quello di affidarsi sempre più ad immagini e fonemi, fin dai tempi di Fellini sino al Toscani dei nostri giorni. Un linguaggio portato avanti dagli utenti dei messaggini, che ci avvicina alla scala zoologica più addomesticata: urp, asl, tar, imu, uff, sgr, gnao, bao, finchè verrà il giorno che, come nelle favole, comunicheremo come e con i cani e i gatti (discorsi tra animali).
La comunicazione, dopo aver ucciso l’informazione, si avvia al suicidio ritornando al Medioevo: da una parte il linguaggio colto basato sulla scrittura, dall’altra il linguaggio popolare accompagnato necessariamente da visioni televisive o fotografiche.

Pubblicato in Focus

Scritto da

Giulio D'Orazio

Sociologo, già vicepresidente nazionale della Associazione Nazionale Sociologi (ANS)

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