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Devianza e criminalità nella società odierna

(di Giulio D’Orazio) – In merito al convegno nazionale dei sociologi, che si terrà il 13 giugno a Roma, su devianza e criminalità e se la memoria ancora mi assiste, a scuola ci hanno detto che la retta è un segmento di un percorso che procede all’infinito in modo retto, cioè diritto.
Sappiamo che la Terra è pressappoco tonda per cui scavalcando i monti, sorvolando i mari, prima o poi, nel suo procedere diritto, la testa della retta si aggancerà all’origine del percorso formando un cerchio: dimostrazione della “rettitudine” del percorso: la Terra non è piana.
Se da un punto della rettitudine di un segmento una scheggia impazzita uscisse dal percorso diremmo che ha deviato.

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Raffronti tra il bene e il male

Ugualmente se si verificassero ulteriori deviazioni. Però noi sappiamo che ogni segmento di una retta si aggancerà alla sua coda quindi possiamo immaginarci una molteplicità di cerchi (deviati) entro un cerchio originario e pertanto retto. A quel punto come distinguere quella parte di segmento retto da cui ha preso vita il segmento deviato?
Dalla legge che non consente, una formulazione matematica che sul piano giuridico equivale a “chi arriva primo detta legge“. Ma se le rette deviate fossero tante come discernere le une dalla altre? Ognuna ha una sua rettitudine. E per cercare la rettitudine  del segmento più retto è “necessario” porre dei paletti e delle definizioni: chi non è entro quel corollario o norma tecnica, o amministrativa o comportamentale è bollato come deviato.

Importanza del ‘peccatore’ per distinguere bene e male

Se dal medesimo punto partisse una retta verso Orione o la Luna il percorso, ci direbbero gli scienziati della Nasa, non sarebbe lineare ma incurvato per inseguire le orbite dei pianeti. A questo punto possiamo dire che, dal punto di vista geometrico, la retta è definita tale in base ad una convenzione necessaria per  procedere verso ulteriori elaborazioni matematiche, geometriche e astronomiche. Da qui la sua utilità.
Ho frequentato la scuola media in un collegio ove mi hanno educato alla retta via, ma ho deviato: però non dirò come lo scrittore del Novecento Pitigrilli; avendo studiato dai preti ho imparato bene tre cose: il latino, servir messa e mentire.
Osservo solo che un Giuda o qualche deviato sono utili a qualsiasi religione per poter fare dei raffronti tra il bene e il male, la via per il Paradiso o quella per l’Inferno. Se non ci fosse l’altro, il deviato, il peccatore come potremmo distinguere le due categorie?

Reprimere o modificare la devianza

Una confessione religiosa, basata essenzialmente sul trascendentale, per considerarsi depositaria della verità, quindi della realtà, deve mostrare ai fedeli le punizioni che subiranno coloro che deviano dal percorso di fede oppure gli errori delle altre confessioni. In ogni caso ci deve essere un paragone.
Sul piano sociale non mancano gli esempi di deviati, anzi esiste tutta una pletora di istituzioni (strutture) che operano per prevenire, reprimere ed educare coloro che, non comportandosi secondo le regole di riferimento, sono definiti socialmente pericolosi. Assistenti sociali, psicologi, guardie carcerarie, poliziotti, magistrati, avvocati, religiosi, dame di carità, e così via campano grazie ai deviati (ladri, drogati, assassini, evasori, disadattati, ecc.), e forse sono più gli educatori che gli educandi.
Quante migliaia di disoccupati ci sarebbero se non ci fossero i deviati? Quindi sono utili per giustificare il lavoro degli educatori e pertanto la loro esistenza è necessaria per creare occupazione. Nella vita di ogni giorno i deviati sono così utili che possiamo affermare che l’attività parlamentare concentra molto dei suoi lavori a discutere sui tempi e i modi per reprimere o modificare la devianza dai comportamenti sociali.

Da San Francesco a Galileo: deviare dalla consuetudine

Ogni attività sociale, dai consumatori ai lavoratori, dai dirigenti agli scrittori, ha un riferimento esterno che può confrontarsi con gli stereotipi dell’epoca (quindi la retta via) o con le deviazioni dei furbetti, dei disadattati, dei violenti, ma anche di sognatori o visionari.
San Francesco, pur avendo la possibilità di una vita comoda da benestante, preferì deviare dalla consuetudine per vivere, con altri sbandati, ai margini della società, oggi sarebbe considerato un barbone.
Giuseppe Garibaldi, secondo i gazzettini dell’epoca, era il capo di una banda di rivoluzionari assassini. Galileo deviò dalle concezioni astronomiche dell’epoca e Savonarola dal rispetto dovuto verso la Chiesa ed i suoi rappresentanti; dopo qualche secolo ci provò Calvino e gli andò bene (evidentemente i parametri sociali erano mutati). Cristo fu un rivoluzionario per quei tempi, una specie di Che Guevara spirituale.

La devianza figlia della mancanza culturale?

Forse occorre maggiore attenzione nell’indicare come deviato chi non si comporta secondo gli stereotipi, la deviazione spesso è utile e necessaria per far capire gli errori della società, per avvertirla del mutamento epocale, per indicare strade nuove. Non tutti i matti rinchiusi nei manicomi erano tali.
Persino il ladro e in qualche caso anche l’assassino hanno deviato dalla cultura della retta via per una mancanza di sostegno culturale che la società, la politica e la scuola non hanno saputo trasmettergli. Un fenomeno isolato è fisiologico ma una serie di eventi similari è un sintomo.

Il ruolo dei sociologi

E’ compito anche dei sociologi rilevare la crescita dei casi indagandone le cause, se non lo facessimo saremmo considerati dei falsari  alla stregua degli antiquari e dei giornalisti: i primi falsificano il passato, i giornalisti il presente e i sociologi il futuro (secondo il paradosso di Pitigrilli).
I sociologi devono tener conto dell’emergente devianza dalla traiettoria nella distribuzione dei casi sull’asse cartesiano in quanto sintomo di un assestamento correlato allo sviluppo della tecnologia e delle ideologie che, a loro volta, influiscono sui comportamenti sociali e la politica.
Non si può elaborare una teoria, o peggio delle normative, se non sono state poste a confronto con dei modelli, compresi quelli considerati deviati in quanto utili e necessari per il paragone.

Pubblicato in Sociale

Scritto da

Giulio D'Orazio

Sociologo, già vicepresidente nazionale della Associazione Nazionale Sociologi (ANS)

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