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Cos’è il premierato e cosa cambierebbe per l’Italia

Il dibattito sulla riforma costituzionale, entrato nel vivo nel corso del 2024 e giunto a passaggi parlamentari decisivi in questo 2026, ruota attorno alla figura del “Premierato“. Questa proposta, una delle colonne portanti, insieme alla riforma della giustizia, respinta dal referendum, dell’agenda istituzionale del Governo Meloni, mira a modificare profondamente la forma di governo italiana, passando da un parlamentarismo a debole razionalizzazione a un modello che prevede l’elezione diretta del Presidente del Consiglio.

L’obiettivo dichiarato dall’esecutivo è garantire maggiore stabilità ai governi, storicamente fragili nel contesto repubblicano, e restituire centralità al voto dei cittadini, evitando la formazione di maggioranze diverse da quelle uscite dalle urne.

L’elezione diretta e il mandato quinquennale

Il cuore della riforma risiede nella modifica dell’articolo 92 della Costituzione. Secondo il disegno di legge, il Presidente del Consiglio non sarebbe più nominato dal Presidente della Repubblica sulla base di consultazioni parlamentari, ma verrebbe eletto a suffragio universale e diretto contestualmente alle Camere.

Il sistema prevede un’unica scheda o un collegamento stretto tra il candidato Premier e le liste parlamentari che lo sostengono. Il mandato del Premier avrebbe una durata fissa di cinque anni, legando indissolubilmente la sua permanenza a Palazzo Chigi a quella della legislatura.

L’innovazione intende eliminare il fenomeno dei cosiddetti “governi tecnici” o dei ribaltoni parlamentari, assicurando che chi è stato scelto dagli elettori guidi il Paese per l’intero quinquennio.

Il premio di maggioranza e la governabilità

Per garantire che il Premier eletto disponga di una forza parlamentare sufficiente, la riforma introduce un principio di costituzionalizzazione del sistema elettorale.

In quest’ottica, viene previsto un premio di maggioranza su base nazionale che deve garantire alle liste collegate al Presidente del Consiglio il 55% dei seggi in ciascuna delle due Camere.

Il meccanismo serve a blindare il rapporto tra l’investitura popolare e la realtà numerica in Parlamento, riducendo il potere di veto dei piccoli partiti e dei singoli parlamentari. Si tratta di un cambiamento radicale rispetto alla prassi attuale, dove le coalizioni sono spesso il frutto di mediazioni post-elettorali talvolta distanti dalle indicazioni espresse dal corpo elettorale durante il voto.

I nuovi poteri del Premier e la norma “anti-ribaltone”

Un aspetto centrale della riforma è la gestione delle crisi di governo, regolata dalla clausola cosiddetta “anti-ribaltone“.

In caso di dimissioni, impedimento o sfiducia al Premier eletto, la riforma stabilisce percorsi rigidi per evitare il cambio di maggioranza. Il Presidente della Repubblica può conferire l’incarico di formare un nuovo governo solo al Premier dimissionario oppure a un parlamentare eletto in collegamento con lui, e solo per attuare il medesimo programma.

Qualora anche questo secondo tentativo fallisse o se la Camera esprimesse una sfiducia motivata, lo scioglimento delle Camere diventerebbe un atto dovuto.

Con questo automatismo si sposta il baricentro del potere politico: il Premier ha ora la capacità di “minacciare” il ricorso alle urne per ricondurre la propria maggioranza all’ordine, un potere che attualmente spetta in via esclusiva al Capo dello Stato.

Il mutamento del ruolo del Presidente della Repubblica

Come intuibile, la riforma del Premierato incide in modo significativo sulle prerogative del Presidente della Repubblica, sebbene il governo abbia più volte ribadito la volontà di preservarne il ruolo di garante.

Con l’elezione diretta del Premier, il Capo dello Stato perde il potere sostanziale di scegliere la figura a cui affidare l’incarico di formare il governo, limitandosi a un atto di nomina formale che ratifica il responso delle urne. Inoltre, viene meno la discrezionalità del Quirinale nella gestione delle crisi di governo e nello scioglimento delle Camere, che diventano processi vincolati dai meccanismi descritti nella riforma.

Altre modifiche collaterali includono l’abolizione della nomina dei senatori a vita (fatti salvi gli ex Presidenti della Repubblica), riducendo ulteriormente l’incidenza del Quirinale sulla composizione del Parlamento.

Verso un equilibrio tra poteri

In linea generale, il passaggio al Premierato segnerebbe la fine del modello di democrazia parlamentare classica in Italia, introducendo una forma di governo ibrida che alcuni costituzionalisti definiscono “neoparlamentarismo“.

Se da un lato la riforma promette di porre fine alla cronica instabilità dei governi italiani, che dalla nascita della Repubblica hanno avuto una durata media di poco superiore a un anno, dall’altro solleva interrogativi sull’equilibrio tra i poteri dello Stato.

L’esigenza per il sistema parlamentare italiano rimane quella di coniugare la necessità di una guida certa e duratura con l’importanza di mantenere intatti quei contrappesi democratici che hanno garantito la tenuta delle istituzioni per quasi ottant’anni.

Pierfrancesco Palattella

Giornalista, Web Writer, Seo copy, fondatore di La Vera Cronaca

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